Già si parla di scollamento tra i vertici del partito e gli umori della base e di lontananza dal corpo elettorale
La votazione del 14 luglio sulle preferenze è stato un enorme errore strategico del PD.
La stragrande maggioranza del Paese è da tempo contro un Parlamento di nominati e reclama il diritto di poter scegliere i propri rappresentanti, per cui il fatto che il PD glielo abbia negato avrà un peso importante nelle prossime elezioni.
Certo, accanto al PD si è coalizzato uno schieramento trasversale che ha pescato in tutti i partiti, di maggioranza (Lega e FI soprattutto), e opposizione (tutta), uniti nell’anacronistica difesa dei loro orticelli (e interessi personali), ma, nell’immaginario collettivo, è stato il PD il capofila di questa battaglia al fianco “dei nominati” e sarà il PD a pagare pegno.
Per questo, passata la sbornia da vittoria (di Pirro) moltissimi esponenti Dem hanno iniziato a parlare di “Grosso errore” e di scollamento tra i vertici del partito e gli umori della base, oltre che di lontananza dal corpo elettorale.
Tra un PD che si ritrova vittima di una scelta scellerata e una destra che non può certo gioire per una sconfitta parlamentare, il solo a uscire chiaramente vincitore da questo voto è Vannacci, che, furbescamente o per scelta, si erge sempre più a interprete della volontà degli elettori.
Questo è il risultato analitico del voto del 14 luglio.
Personalmente credo che, anche se avesse vinto la maggioranza e l’introduzione delle preferenze fosse diventata legge, per come era congegnata la norma, non sarebbe cambiato nulla e questo, per il PD, è ancora più paradossale.





