Una legge sbagliata che va riformata
La condanna di Mario Roggero mi lascia profondamente perplesso.
La Corte ha ritenuto che, nel momento degli spari, i rapinatori fossero ormai in fuga e ha quindi escluso la legittima difesa. Questa è la decisione della magistratura.
Ma io credo che la legge, su questo punto, sia sbagliata.
Nel momento in cui tre criminali entrano armati nel tuo negozio, ti minacciano e mettono a rischio la tua vita e quella dei tuoi familiari, il diritto di difenderti non può essere ridotto a una fotografia dell’ultimo secondo.
La minaccia non scompare per magia nel momento in cui il rapinatore gira le spalle o varca la soglia. Per la vittima il pericolo resta concreto: quei criminali potrebbero sparare, potrebbero tornare indietro, potrebbero colpire ancora. Nessuno, in una situazione del genere, ha il tempo o la lucidità di fare valutazioni giuridiche.
La mia opinione è che chi sceglie di entrare armato per rapinare un negozio o un’abitazione perda il diritto di pretendere che la vittima reagisca con freddezza e precisione chirurgica.
È lui ad aver creato quella situazione di terrore. È lui ad aver deciso di mettere in pericolo vite umane.
Per questo ritengo che la legge dovrebbe riconoscere una presunzione molto più ampia a favore di chi subisce una rapina armata. Se sei tu ad aver introdotto la violenza con un’arma, non puoi poi invocare la tutela dello Stato perché la tua vittima, sotto shock, ha reagito con una forza che, vista comodamente anni dopo in un’aula di tribunale, viene giudicata eccessiva.
Lo Stato deve anche mandare un messaggio chiaro: chi entra armato in casa o in un negozio per terrorizzare le persone si assume pienamente il rischio delle conseguenze delle proprie azioni.
Io distinguo tra chi sta lavorando nella propria gioielleria o vive tranquillamente nella propria casa e chi sceglie di entrarci armato per rapinare. Non considero queste due figure moralmente equivalenti.
Quando un rapinatore entra armato e minaccia delle persone, crea una situazione di pericolo reale e imprevedibile. In quei momenti non è la vittima ad aver scelto lo scontro: lo ha scelto il criminale. Per questo ritengo che l’ordinamento debba riconoscere un ampio diritto di difesa a chi subisce quell’aggressione.
Naturalmente il diritto non può ridursi all’emotività. Ma non può nemmeno ignorare la realtà concreta vissuta da chi si trova con una pistola puntata contro di sé o contro la propria famiglia.
È proprio per questo che esiste la legittima difesa: trovare un equilibrio tra la tutela della vita e il diritto dei cittadini onesti a non essere lasciati soli davanti alla violenza.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


