Il nodo centrale della vicenda: l’autonomia strategica dell’intera Europa
Il caso Volkswagen apre una riflessione che va ben oltre una controversia industriale.
Mentre il Qatar consolida il proprio peso nell’azionariato del gruppo tedesco e la Cina rafforza la sua presenza in Namibia, con ben otto accordi, l’Europa si confronta con una domanda destinata a segnare il prossimo decennio: chi controlla davvero le filiere strategiche del continente?
L’Europa si trova di fronte a una domanda che va ben oltre il destino di uno stabilimento Volkswagen o le tensioni tra Israele e Qatar.
È una domanda che riguarda il futuro della sua sovranità strategica, chi decide oggi le scelte industriali dell’Europa?
I governi, le imprese o gli azionisti che detengono quote rilevanti di società considerate strategiche?
La vicenda dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück rappresenta molto più di una controversia industriale.
Secondo le informazioni emerse nelle ultime settimane, l’ipotesi di riconvertire il sito produttivo alla realizzazione di sistemi destinati alla difesa israeliana avrebbe incontrato le forti riserve del Qatar, attraverso la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano che rappresenta uno dei principali azionisti del gruppo tedesco.
Al di là dell’esito della vicenda, ciò che emerge è una questione destinata ad accompagnare l’Europa negli anni a venire. Fino a che punto il capitale straniero può incidere sulle decisioni industriali che riguardano la sicurezza del continente?
Per molti anni la globalizzazione ha raccontato una storia semplice, il capitale era neutrale, gli investimenti stranieri erano considerati un’opportunità e i fondi sovrani rappresentavano soprattutto strumenti finanziari alla ricerca di rendimento.
Oggi quella narrazione non regge più, nel nuovo equilibrio internazionale il capitale è diventato uno degli strumenti attraverso cui gli Stati esercitano influenza geopolitica.
Gli investimenti non sono più soltanto operazioni economiche sono proiezioni di potere.
Gli Stati Uniti lo hanno compreso da tempo, limitando gli investimenti esteri nei settori ritenuti sensibili attraverso il CFIUS, l’organismo che esamina gli investimenti esteri nei settori strategici e può bloccarli se incidono sulla sicurezza nazionale.
In sostanza, rappresenta l’equivalente americano del nostro Golden Power. La Cina ha costruito la propria espansione internazionale intrecciando capitale, infrastrutture e strategia nazionale.
I Paesi del Golfo, grazie alle immense risorse accumulate con gli idrocarburi, hanno progressivamente acquisito partecipazioni in banche, aeroporti, società energetiche, porti, aziende tecnologiche e grandi gruppi industriali europei.
Quello che fino a pochi anni fa veniva interpretato esclusivamente come un fenomeno finanziario oggi assume inevitabilmente anche una dimensione politica. La Germania rappresenta probabilmente il caso più emblematico.
Per decenni è stata la locomotiva industriale d’Europa, costruendo la propria forza sull’automobile, sulla meccanica di precisione e sull’export manifatturiero.
Oggi, però, quel modello è sottoposto a una duplice pressione; da una parte la transizione energetica e la competizione cinese stanno ridisegnando il settore automobilistico; dall’altra il nuovo contesto strategico europeo, accelerato dalla guerra in Ucraina e dall’aumento degli investimenti nella difesa, impone una profonda riconversione industriale.
Volkswagen non è soltanto un produttore di automobili, ma uno dei simboli della potenza industriale tedesca. Se uno stabilimento nato per costruire automobili viene destinato alla produzione di sistemi per la difesa, significa che l’Europa sta modificando la propria struttura produttiva per rispondere a un ambiente strategico profondamente cambiato.
La difesa torna a essere un settore industriale prioritario, la capacità manifatturiera assume un valore geopolitico e la distinzione tra economia civile ed economia della sicurezza diventa sempre più sottile.
È proprio qui che emerge il nodo centrale della vicenda. Se una scelta industriale di questa portata può essere influenzata dagli equilibri dell’azionariato internazionale, la questione non riguarda più soltanto Volkswagen. Riguarda l’autonomia strategica dell’intera Europa.
Ma entra in gioco un elemento che, sorprendentemente, è rimasto quasi del tutto assente nel dibattito europeo. Nelle stesse settimane in cui il Qatar viene indicato come un interlocutore capace di incidere sugli equilibri di uno dei principali gruppi industriali tedeschi, la Cina consolida la propria presenza in Namibia attraverso nuovi accordi strategici che riguardano infrastrutture, energia e materie prime critiche.
A prima vista le due questioni sembrano appartenere a scenari differenti. In realtà raccontano una medesima trasformazione geopolitica.
La Namibia è antica colonia dell’Impero tedesco, ancora oggi continua a rappresentare per Berlino un interlocutore privilegiato, quindi il suo valore non è soltanto storico.
La Namibia possiede alcune delle risorse minerarie più ricercate del XXI secolo, uranio, litio, rame, terre rare e minerali strategici indispensabili per l’industria automobilistica, la produzione di batterie, i semiconduttori, la transizione energetica e lo sviluppo dell’idrogeno.
Chi consolida la propria presenza in Namibia non acquisisce semplicemente accesso a nuove miniere ma conquista una posizione lungo la filiera delle materie prime che alimenteranno la futura industria europea.
Non vi sono elementi per affermare l’esistenza di una strategia coordinata tra Pechino e Doha, sarebbe una conclusione priva di riscontri. Vi è però una convergenza oggettiva che merita attenzione, da una parte la Cina rafforza la propria presenza nelle aree da cui provengono le risorse strategiche.
Dall’altra il Qatar mantiene una posizione rilevante nel capitale di uno dei maggiori gruppi industriali europei. Due strumenti differenti, ma entrambi capaci di incidere, in modo diverso, sulla competitività dell’industria continentale.
Nel mezzo si trova la Germania, il cuore manifatturiero dell’Europa. Se le materie prime necessarie alla sua industria vengono progressivamente presidiate da attori esterni e, contemporaneamente, alcune decisioni strategiche dei grandi gruppi industriali possono risentire degli equilibri del proprio azionariato internazionale, la questione non riguarda più soltanto il commercio o la finanza.
Riguarda la capacità dell’Europa di mantenere il controllo della propria filiera industriale, dall’approvvigionamento delle risorse fino alla produzione delle tecnologie considerate essenziali.
Il vero interrogativo, allora, non riguarda soltanto il Qatar, Volkswagen o la Cina. Riguarda l’Europa stessa.
Può un continente ambire a essere una potenza geopolitica se le sue scelte industriali strategiche dipendono, anche indirettamente, da equilibri finanziari costruiti da attori esterni e da filiere produttive controllate fuori dai propri confini?
La vicenda Volkswagen dimostra che dietro una singola fabbrica si nasconde una partita molto più ampia. È la partita per il controllo del futuro industriale europeo.
E, forse, è proprio questa la sfida che Bruxelles dovrebbe iniziare ad affrontare, non soltanto come difendere i propri confini, ma come preservare la libertà di decidere chi controlla le risorse, chi finanzia la propria industria e, soprattutto, chi ne orienta il destino.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

