Il voto alla Camera che boccia la reintroduzione parziale delle preferenze come sintomo di una deriva antipartecipativa
Nonostante ci siano state esperienze di governo di diverso colore, la loro attenzione e, quindi azione politica, ha sempre più proteso a ridimensionare la partecipazione democratica e, nello stesso tempo, individuare nuovi modelli istituzionali, nuove leggi elettorali e nuove forme di democrazia.
Un esempio concreto di come i nostri politici tendono a ridurre la scelta di essere votati da parte dei cittadini è il recente voto in Parlamento sull’emendamento del governo sulla legge elettorale, proposta dallo stesso centrodestra, che cercava, anche se fosse solo un palliativo, di proporre una piccolissima parte di preferenze.
È la dimostrazione concreta di quale idiosincrasia vi sia da parte dei nostri attuali politici verso la democrazia partecipata.
Non si vuole accettare di essere giudicati dagli elettori, perché si ritiene più garantista essere scelti dal proprio segretario, anche se così viene meno uno dei principi del voto secondo coscienza e non secondo il volere di partito.
Sarà una caso che quando vigeva il proporzionale e le preferenze andavano a votare più dell’ottanta per cento degli elettori? Certamente no!
Anche perché il votante riusciva a creare un rapporto con il votato e lo poteva cambiare nella successiva tornata elettorale, se non lo soddisfaceva.
Inoltre, si poteva scegliere il partito del proprio orientamento ideologico, mentre con il bipolarismo si è costretti a votare il meno peggio.
Il tutto in un quadro dove la rappresentanza ha gradualmente ceduto il passo a ottiche non più proporzionali ma sempre più maggioritarie e distorsive del voto.
Quel demagogico referendum di Segni, nato sull’onda della criminalizzazione dei partiti della prima Repubblica e dei politici di allora ha cambiato il concetto di democrazia partecipata e da allora ad ogni elezione aumenta l’astensionismo.
Non credo che gli attuali uomini politici non si rendano conto di quale disastro è stato combinato, ma non voler ritornare indietro è sintomatico che gli sta bene così.
Su queste tematiche si dovrebbero aprire momenti di elevatissimo confronto, invece tutto avviene fra apatia, disinteresse e dibattiti fra pochi intimi.
Quello che fa riflettere è l’estrema certezza con cui si affrontano questioni così importanti, senza nessun dubbio e senza nessun’analisi su come si evolverà lo stato delle cose e quali cambiamenti si determineranno.
L’idea di democrazia partecipata, col tempo, ci è sfuggita dalle mani, in uno scollamento sempre più sensibile tra rappresentati e rappresentanti.
Mi sento di dire, però, che quella che i più definiscono come la “pancia” delle persone, ossia quel sentire diffuso che si traduce nell’insofferenza e nella diffidenza verso tutto ciò che è politica, non è solo il prodotto di un secco disamore verso l’attività politica o di una disinteressata apatia civica, ma piuttosto è una smarrita consapevolezza di poter incidere, anche in minima parte, nei processi decisionali dell’impianto democratico del nostro Paese.
In sostanza, si stenta a riconoscersi a pieno titolo in qualcosa di più grande di cui ci si sente attivamente partecipi. Sì perché il concetto di democrazia corre di pari passo con quello di partecipazione.
Cos’è la democrazia se non il frutto dell’incontro e del confronto dei diversi momenti e spazi di partecipazione offerti alla comunità? Un’offerta che, però, in questi anni è andata sempre più scemando.
Bisogna partire dal presupposto che una partecipazione consapevole è concepibile solo allorquando vi sono diversi strumenti e luoghi a cui poter accedere per potersi costruire un’idea su quello che ci circonda, attraverso l’informazione, l’ascolto e il dialogo.
Senza questi luoghi, questi momenti, e mi riferisco dai più piccoli e particolari comitati di quartiere fino alle istituzioni parlamentari, la pluralità insita della partecipazione viene meno e prendono vigore individualismi e verità inconfutabili.
In questi anni di riflusso abbiamo assistito al declassamento prima dei partiti e delle sue strutture verticali a livello territoriale poi agli attacchi alle organizzazioni sindacali, sotto il profilo delle prerogative.
Rimango convinto dell’idea che, invece, bisognerebbe ridare dignità a quegli strumenti del novecento che se ancora oggi in tante esperienze resistono, vedi il sindacato, non si comprende perché dovrebbero esser spazzati via come si sta facendo
Penso che per il nostro Paese l’unica partecipazione politica non sia quella distorta dei social, ma quella delle assemblee, delle sezioni di partito, dei congressi, delle persone che si guardano negli occhi.
Per farlo bisogna indubbiamente porre l’esigenza di riflettere profondamente sullo stato di salute del nostro sistema democratico, e quindi su tutte le diverse componenti che attengono alla sua azione, vale a dire il rapporto con il consenso, la strategia politica e la capacita organizzativa di riaffermare il diritto a partecipare.
Le dinamiche politiche di questo ultimo periodo, “l’arroganza” dei diversi governi che si sono succeduti, testimoniano la volontà di fare a meno di qualsiasi posizione intermedia di rappresentanza e con ciò si tende per determinare di conseguenza, un declino delle loro capacità di influenzare le scelte del governo, sia quelle economiche sia quelle politiche.
Per ribaltare questo stato di cose deve ricrearsi una nuova voglia da parte della società di riappropriarsi di una nuova possibilità di partecipare e chiedere un nuovo sistema proporzionale, con le preferenze quante più numerose possibili, per favorire la riduzione dell’astensionismo in modo significativo e avere così di nuovo la scelta di chi debba rappresentare il cittadino.
Solo così si rafforzerà nuovamente il sistema democratico e si darà nuovo lustro alla politica e ai suoi rappresentanti!





