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La legge elettorale nella postdemocrazia plutocratica

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A perdere è il popolo italiano

Che barba, che noia! Il tormentone della grande Sandra Mondaini si attaglia all’opinione corrente sulle leggi elettorali.

La sconfitta del governo per un voto (segreto) su un emendamento teso a reintrodurre parzialmente le preferenze nella nuova, astrusa legge elettorale, è stata accolta da urla di giubilo dell’opposizione – sempre in prima linea per restringere i diritti politici – e dal sogghigno di decine di franchi tiratori di centrodestra.

Pensiamo che poche notizie abbiamo destato maggior disinteresse, tranne frange residuali di tifosi delle curve contrapposte.

Per un verso gli italiani hanno ragione: dagli anni Novanta del secolo scorso i sistemi elettorali sono cambiati troppe volte senza risolvere il dilemma – tutto interno al sistema – se conti più la rappresentanza o la governabilità. Poiché la nostra si definisce democrazia rappresentativa, sembrerebbe ovvio il primato del principio secondo cui i cittadini hanno il diritto di scegliere i propri deputati.

Dunque, sì alle preferenze e soprattutto al sistema proporzionale. Invece no, poiché un altro tormentone – alimentato dai poteri davvero forti, finanza, economia, alte burocrazie transnazionali – impongono la stabilità, ossia un sistema bloccato che non cambia al variare dei governi. Lo disse con sincerità Mario Draghi al tempo della sua avventura politica.

È il pilota automatico delle scelte finanziarie, dei poteri non elettivi, dei fondi di investimento, delle oligarchie economiche, industriali, ora anche militari, a determinare le scelte.

Alternanza apparente senza alternativa. La gente lo ha capito, magari confusamente, e non segue le notizie sui sistemi elettorali, anzi non va proprio a votare, convinta che poco cambierà e che la politica sia un problema, non una soluzione.

Opinione assai fondata. Così i politici, camerieri e più spesso sguatteri dei poteri forti, se la cantano e se la suonano nell’indifferenza dei più.

Le elezioni sono una farsa, purtroppo, in tempi di postdemocrazia e di plutocrazia compiuta, in cui vince chi rappresenta gli interessi dei più ricchi. I sistemi elettorali non sono più strumenti di espressione della volontà popolare, ma macchine di divisione e distrazione.

Il sociologo Colin Crouch ha coniato il termine post-democrazia: le istituzioni democratiche permangono formalmente (si tengono elezioni, i partiti competono, persiste una certa libertà di parola), ma il dibattito è ridotto a spettacolo di marketing gestito da specialisti delle pubbliche relazioni.

L’azione di governo viene sottratta ai parlamenti e trasferita a tavoli “tecnici” gestiti dalle oligarchie finanziarie e dalle istituzioni sovranazionali. Si chiama governance. Il sistema multipartitico, lungi da generare pluralismo, è un dispositivo di frammentazione.

Divide il popolo su questioni artificiali (soprattutto il sistema dei “diritti” civili, individuali e sessuali) “impedendo l’unione organica della popolazione contro lo sfruttamento economico reale. La democrazia parlamentare è divenuta la formula politica con cui pochi legittimano il proprio dominio sui molti”. (Fabrizio Fratus).

Dunque, fa bene la gente a disinteressarsi delle regole del gioco, ossia dei sistemi elettorali? Proprio no, anche se la sfida di trattenere l’attenzione dei lettori in fuga da questi temi è disperata.

Nella fattispecie, il compromesso del centrodestra sulle preferenze aveva del comico: bloccato – quindi eletto sicuro – il capolista scelto dalle segreterie di partito – a caccia di preferenze tutti gli altri, con l’aggiunta delle questioni “di genere”.

A nostra memoria, nessun sistema elettorale degli Stati vicini o affini cambia da oltre mezzo secolo. L’anomalia italiana spiega molte cose.

Ammessa la nostra simpatia per un sistema a rappresentanza proporzionale con liste aperte alle preferenze personali, rileviamo che nulla cambierà se il potere vero non tornerà nei parlamenti e nelle istituzioni nazionali elettive, sottraendolo a trattati, norme internazionali e transnazionali, burocrazie a cui si accede per cooptazione, circoli riservati, centrali finanziarie e giganti multinazionali.

Giusto per dirne una, mentre stampa e televisione ci affliggono con la questione della legge elettorale, è passata nel silenzio complice di tutti – opposizioni e sindacati in testa – la norma che consegnerà circa settantacinque miliardi annui alle fauci dei fondi di investimento, con in testa Black Rock.

Democrazia estrattiva, nel senso che estrae la ricchezza dei lavoratori italiani – il salario differito del Trattamento di Fine Rapporto e buona parte della previdenza in capo all’INPS – trasferendola agli squali e agli strozzini.

Governo sovranista dei miei stivali, direbbe Bettino Craxi. Si tratta del compimento della riforma della previdenza complementare iniziata nel 2007 sotto il secondo governo Prodi. Plutocrazia pura, in quel caso con maschera di sinistra.

A che serve allora accapigliarsi su un emendamento della futile legge elettorale che cambia a ogni stormir di fronda? Risibile l’argomento di Salvini, finissimo intellettuale padano prestato alla politica, secondo cui le preferenze fanno vincere i ricchi. È la plutocrazia che fa vincere i ricchi e i loro delegati, aperti o coperti.

Negli USA le elezioni presidenziali muovono miliardi di dollari in pubblicità e marketing. Postdemocrazia, cioè non democrazia, partito unico di sistema diviso in correnti di cacciatori di potere. Da noi più che altrove, ahimè.

Nei Paesi anglosassoni i candidati devono metterci la faccia: i collegi sono uninominali e vince chi arriva primo. Almeno si sa chi sono, ma la realtà è che il sistema si depoliticizza (apparentemente) e avviene il doppio fenomeno della scarsa partecipazione al voto e dell’incredibile situazione per cui finanche le maggioranze parlamentari più solide non corrispondono al consenso popolare.

Nel Regno Unito da un secolo nessun governo rappresenta la maggioranza di chi vota, in barba al principio base della democrazia quantitativa.

Negli USA l’impianto federale e la regola dei giocatori di poker (chi vince la partita si aggiudica tutta la posta) fa sì che il presidente possa essere eletto da una minoranza legalmente costituita (i delegati degli Stati federati) contro la maggioranza dei votanti.

In Germania il sistema è misto, complesso: metà dei seggi a chi vince nei collegi uninominali, l’altra metà proporzionale con sbarramento nazionale del cinque per cento. Ha retto ottant’anni, sta cedendo.

In Spagna i collegi sono provinciali, quasi tutti molto piccoli; favoriscono i partiti maggiori e quelli territoriali, con conseguente forte sbilanciamento tra voti e seggi, pratica impossibilità di rappresentanza per i partiti nazionali meno forti, immenso potere di ricatto per i movimenti separatisti.

In Francia il doppio turno impone alleanze – più “contro” che a favore – ma i collegi sono uninominali e permettono la scelta dei candidati e la formazione di maggioranze elettorali, che peraltro non sempre diventano alleanze politiche.

Insomma, non esistono sistemi perfetti, ma quelli italiani, dal 1991 (referendum Segni) i quattro sistemi che si sono alternati Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum, tutti nomignoli in latinorum) hanno certificato la superiorità in termini di rappresentatività, del vecchio proporzionale leggermente corretto delle origini repubblicane.

Il sistema che verrà – se verrà – è detto Stabilicum.

Nomen omen, il nome è un presagio: basta rappresentatività, solo stabilità cioè immobilità, con soddisfazione di chi comanda davvero – e non vive in Italia – dei suoi agenti mandatari nelle segreterie dei partiti, e dello Stato profondo, burocratico, giudiziario, mediatico, diplomatico, industriale e finanziario.

Certi di aver tediato i lettori con noiose comparazioni e disquisizioni, avvertiamo, tuttavia, che le regole del gioco sono importantissime e spesso truccate.

Perciò sbaglia – sia pure con ottime giustificazioni – l’immensa maggioranza di chi segue con fastidio le vicende dei sistemi elettorali. Vincono i cartigli e gli azzeccagarbugli.

Perdiamo noi, la trascurata e trascurabile entità chiamata popolo italiano. Se ancora esiste e si sente tale.

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