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La nuova geografia del petrolio

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riserve di petrolio

Da Churchill a Hormuz, il potere cambia oceano

Più di un secolo fa Winston Churchill comprese che il futuro della potenza mondiale non sarebbe più dipeso dal carbone, ma dal petrolio.

Da First Lord dell’Ammiragliato, tra il 1911 e il 1914, promosse la conversione della Royal Navy alla propulsione petrolifera e convinse il governo britannico ad acquisire una partecipazione nella Anglo-Persian Oil Company divenuta poi British Petroleum, la odierna BP, assicurandosi così il controllo delle future forniture energetiche.

Fu una decisione destinata a cambiare la storia. Da quel momento il petrolio cessò di essere una semplice materia prima e divenne il principale strumento di potenza degli Stati.

Il Medio Oriente entrò definitivamente al centro della politica internazionale e gli stretti marittimi assunsero un valore strategico che avrebbe segnato l’intero Novecento. Oggi quella storia non è finita, sta solo cambiando forma.

Le tensioni delle ultime ore tra Washington, Teheran e Israele, con il progressivo deterioramento della tregua e il nuovo clima di instabilità nello Stretto di Hormuz, riportano al centro una domanda che riguarda l’intero equilibrio mondiale, siamo di fronte all’ennesima crisi del Golfo Persico oppure all’inizio di una nuova geografia dell’energia?

Hormuz continua a rappresentare uno dei punti più sensibili del pianeta, ogni rallentamento della navigazione si riflette immediatamente sui premi assicurativi, sui costi del trasporto marittimo, sulla volatilità dei mercati finanziari e sulla sicurezza degli approvvigionamenti energetici.

Questa volta, però, esiste una differenza sostanziale rispetto alle crisi del passato. Negli ultimi anni il sistema internazionale ha progressivamente utilizzato gran parte delle proprie riserve strategiche per affrontare la pandemia, la guerra in Ucraina, le tensioni nel Mar Rosso e le precedenti crisi del Golfo.

I margini di sicurezza sono molto più limitati e il mercato dispone di una capacità inferiore di assorbire nuovi shock. È questa la vera vulnerabilità dell’attuale sistema energetico.

La domanda che oggi dovremmo porci non è se la tregua tra Washington, Teheran e Israele sia definitivamente tramontata perché la storia ci insegna che, in Medio Oriente, guerra e diplomazia raramente si escludono spesso avanzano contemporaneamente.

Le operazioni militari servono anche a rafforzare la posizione negoziale delle parti. La questione decisiva è un’altra, quale valore strategico conserverà Hormuz nel mondo che sta prendendo forma?

Gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a garantire la libertà di navigazione, la sicurezza delle rotte energetiche e a ridurre la capacità iraniana di utilizzare lo stretto come leva geopolitica.

L’Iran, al contrario, è consapevole che proprio Hormuz rappresenta il principale moltiplicatore della propria influenza regionale. Per Teheran non è soltanto un passaggio marittimo ma il simbolo della propria deterrenza strategica.

Ed è qui che la crisi delle ultime ore si intreccia con una trasformazione molto più profonda. Il mondo continua a guardare al Golfo Persico, invece dall’altra parte dell’Atlantico sta emergendo una nuova geografia della produzione petrolifera.

Brasile, Guyana e Argentina stanno vivendo una fase di straordinaria espansione, le nuove scoperte nei bacini brasiliani di Santos e Campos, la crescita della Guyana e il potenziale di Vaca Muerta stanno creando un nuovo polo energetico mondiale.

Gli Stati Uniti continuano a beneficiare della straordinaria flessibilità garantita dallo shale oil, capace di aumentare rapidamente la produzione e di adattarsi alle esigenze strategiche del momento.

Non chiamiamoli  semplicemente nuovi giacimenti, stanno diventando la nuova redistribuzione del potere energetico.

Per oltre un secolo il baricentro della sicurezza petrolifera è stato il Golfo Persico, oggi quel baricentro comincia lentamente a spostarsi verso l’Atlantico.

Ogni nuovo barile prodotto in Brasile, in Guyana o negli Stati Uniti è un barile che riduce, almeno in parte, la dipendenza dalle rotte più vulnerabili del Medio Oriente.

Non elimina l’importanza di Hormuz, ma ne attenua progressivamente il peso relativo. Ed è forse questo il motivo per cui la crisi attuale assume un significato ancora più profondo.

L’Iran non difende soltanto uno stretto marittimo, ma la sua centralità geopolitica costruita in oltre un secolo di storia del petrolio. Gli Stati Uniti, invece, sembrano favorire un sistema energetico sempre più distribuito, nel quale nessun singolo choke point possa più condizionare da solo l’economia mondiale. La competizione non riguarda soltanto il controllo delle risorse, ma il controllo della loro geografia.

Per anni abbiamo raccontato la transizione energetica come il progressivo tramonto del petrolio. I fatti sembrano indicare una realtà diversa. Le grandi compagnie investono ancora miliardi nell’esplorazione offshore, gli Stati continuano a considerare gli idrocarburi un elemento della propria sicurezza nazionale e nuovi giacimenti vengono scoperti con una frequenza che smentisce molte previsioni formulate appena pochi anni fa.

Churchill aveva intuito che il controllo del petrolio avrebbe determinato la gerarchia delle potenze del Novecento. Oggi il petrolio continua a rappresentare uno strumento di potenza, con la differenza che non sarà più soltanto il Golfo Persico a determinarne gli equilibri.

Le Americhe, l’Atlantico meridionale e le nuove province offshore stanno progressivamente modificando la mappa energetica mondiale.

Forse la crisi di Hormuz fra decenni non sarà ricordata come l’escalation tra Iran, Israele, Stati Uniti ma come uno degli ultimi confronti combattuti per preservare geopolitica di uno stretto che ha dominato il Novecento, mentre la nuova epoca inizia lentamente a scrivere una geografia del potere completamente differente.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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