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L’Iran da decenni vuole colpire l’Occidente

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Iran - Occidente

Come una parte del regime concepisce i rapporti con l’Occidente

La notizia di queste ore è impressionante.

Manouchehr Mottaki, ex ministro degli Esteri iraniano e oggi parlamentare della Repubblica islamica, ha dichiarato in un’intervista trasmessa dalla televisione di Stato che l’Iran dovrebbe lanciare un’offensiva di terra, infiltrarsi in una base militare americana in Medio Oriente, occuparla e rapire centinaia o, addirittura, migliaia di soldati statunitensi, trasferendoli in Iran come ostaggi.

Non stiamo parlando di un fanatico qualsiasi.

Parliamo di un uomo che ha guidato per anni la diplomazia iraniana e che oggi siede ancora nel Parlamento del regime.

Pochi giorni prima aveva definito i colloqui tra Stati Uniti e Iran un semplice “piano di inganno”, sostenendo che Washington avrebbe usato il negoziato per preparare un attacco contro Teheran.

Naturalmente nessuno può affermare che esista già un ordine operativo per assaltare una base americana. Ma il problema è un altro.

Quando un ex ministro degli Esteri considera normale proporre il rapimento di migliaia di militari stranieri, significa che quella cultura politica è profondamente radicata nel regime.

E, infatti, non nasce oggi.
Il metodo degli ostaggi è nato nel 1979.

La Repubblica islamica è cresciuta politicamente anche attraverso il sequestro dell’ambasciata americana a Teheran e dei diplomatici statunitensi.

Da allora, il regime ha imparato una lezione che non ha mai dimenticato:
gli ostaggi valgono più delle bombe.

Con un ostaggio si ricattano governi. Si ottengono scambi. Si costringono gli Stati a trattare. Si piegano le democrazie alla pressione dell’opinione pubblica.

Oggi Mottaki non fa altro che riproporre lo stesso schema, ma su scala militare.

L’Iran non agisce solo con missili e droni

Negli ultimi decenni Teheran ha costruito una rete internazionale fatta di intelligence, Pasdaran, Forza Quds, Hezbollah, società di copertura, reti finanziarie clandestine, propaganda e, secondo numerose indagini occidentali, anche criminalità organizzata utilizzata per sorvegliare, intimidire o eliminare oppositori.

L’FBI, da anni, descrive la minaccia iraniana come una combinazione di terrorismo, spionaggio, repressione degli oppositori, attacchi informatici, propaganda e operazioni clandestine.

Questa è la vera infiltrazione.
Non un esercito nascosto nelle nostre città.
Ma una rete capace di utilizzare diplomatici, intermediari, gruppi armati, criminali comuni e propaganda per colpire gli interessi occidentali.

I fatti dimostrano che non si tratta di fantasie

Nel 2018 un diplomatico iraniano, Assadollah Assadi, fu arrestato e successivamente condannato in Belgio a vent’anni di carcere per aver organizzato un attentato contro un raduno dell’opposizione iraniana vicino a Parigi.

Un diplomatico. Non un terrorista isolato. Un rappresentante ufficiale dello Stato iraniano.

Negli Stati Uniti, invece, la magistratura ha ricostruito diversi complotti organizzati contro la giornalista dissidente Masih Alinejad, nei quali sarebbero stati utilizzati anche criminali comuni reclutati per eseguire l’omicidio.

Questo dimostra come il regime preferisca spesso servirsi di intermediari e organizzazioni criminali per rendere più difficile risalire ai veri mandanti.

I Servizi occidentali lanciano l’allarme da anni

L’FBI negli Stati Uniti e l’MI5 britannico continuano da tempo ad avvertire che l’Iran rappresenta una minaccia concreta attraverso attività di intelligence, operazioni clandestine, repressione transnazionale e tentativi di colpire oppositori anche fuori dai propri confini.

Non è quindi una scoperta di oggi.

È una realtà che i servizi di sicurezza occidentali denunciano da anni.
Forse troppo spesso senza essere ascoltati dall’opinione pubblica.

Non è solo una guerra militare

L’Iran utilizza missili. Utilizza droni. Finanzia milizie.
Ma combatte anche con la propaganda, con la disinformazione, con le reti clandestine, con gli ostaggi e con il terrorismo.

Le parole pronunciate da Mottaki sono importanti perché mostrano, senz’alcun filtro, il modo in cui una parte del regime concepisce i rapporti con l’Occidente.

Rapire militari americani viene descritto come uno strumento politico legittimo.

Ed è questo il dato davvero inquietante.

L’Occidente non può limitarsi a rispondere con comunicati di condanna.
Servono intelligence, controspionaggio, controllo delle reti finanziarie, espulsione degli agenti che abusano della copertura diplomatica, contrasto alla propaganda organizzata e una deterrenza credibile.

Perché la storia degli ultimi quarantacinque anni insegna una cosa molto semplice: la Repubblica islamica non usa soltanto le parole per intimidire;
usa le parole per preparare, giustificare e normalizzare ciò che poi cerca di realizzare attraverso ostaggi, reti clandestine, terrorismo e guerre per procura.

E questa non è una teoria.

È ciò che numerose inchieste giudiziarie e di intelligence in Europa e negli Stati Uniti hanno documentato negli ultimi decenni.

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