
La ‘conferenza di pace’ in terra elvetica, a Buergenstock, nella Svizzera centrale, che parte azzoppata dal mancato invito alla Russia, ripropone un’antica questione, ossia quella del conflitto tra la nazione-genio e la nazione contratto.
Facciamo un salto indietro nella storia d’Europa, al conflitto armato tra la Francia e la Prussia combattuto nel 1870-71 e conclusosi con la sconfitta francese. A creare le premesse per la guerra fu l’azione politico-diplomatica del cancelliere prussiano von Bismarck, il quale provocò la Francia.
Il conflitto finì con il Trattato di Francoforte del 10 maggio 1871 che assegnò alla Prussia l’Alsazia e la Lorena, modificando gli equilibri europei a danno della Francia.
Alain Finkielkraut, filosofo, giornalista e opinionista politico francese, nel suo “La sconfitta del pensiero” (Lucarini) ci ricorda che fin dal “momento della cessazione delle ostilità, è con argomenti scientifici che i più grandi storici tedeschi si danno da fare per giustificare l’annessione dei nuovi territori”, constatando che “gli Alsaziani parlano tedesco e sono di cultura germanica. Ne traggono la conclusione che la conquista è legittima”.
Alain Finkielkraut cita Strauss e Mommsen, i quali affermano che gli Alsaziani sono “dei nostri e quindi ci spettano” e che “la comunità culturale è il fondamento della appropriazione. La tutela francese aveva strappato queste provincie alla loro famiglia. La vittoria prussiana corregge questa anomalia”.
Di parere opposto i deputati dell’Alsazia e della Lorena all’Assemblea nazionale francese, i quali, come riferisce Alain Finkielkraut, in una dichiarazione solenne affermano: “Noi proclamiamo il diritto degli Alsaziani-Lorenesi di restare membri della patria francese, e giuriamo, per noi e per i nostri committenti, i nostri figli e i loro discendenti, di rivendicarlo eternamente e per tutte le vie, verso e contro ogni usurpatore”.
La citazione di un evento del passato è interessante in quanto consente di inquadrare l’attuale conflitto in Ucraina in una storia europea che di conflitti simili ne ha conosciuti molti nella sua storia e che, non essendo eccezionale, per quanto tragico, apre una riflessione sullo stesso futuro dell’Unione Europea che, così com’è, non è uno Stato sovrano, non è una federazione di Stati, è solo una sommatoria di trattati, una banca e una burocrazia.
L’Europa con la quale si stanno misurando i politici che governano i vari Stati aderenti all’Unione non ha una costituzione, non ha un esercito, e non lo avrà ancora per molto tempo, in quanto c’è quello della Nato, non ha un’industria bellica unitaria, non ha una politica estera che si possa dire tale. L’Unione Europea, pertanto, è il mercato della Nato e, non a caso, la questione che riguarda l’Ucraina nasce dal fatto che c’è stata una pressione costante all’allargamento della Nato fino ai confini della Russia.
La guerra in Ucraina è la dimostrazione lampante che la politica estera dell’Europa è decisa a Washington e che gli eventi bellici sono decisi e guidati dalla Nato.
La Germania dalla guerra in Ucraina esce massacrata. L’aumento dei dazi sulle auto elettriche cinesi, che ne mette in discussione i rapporti con la Cina, è l’ultimo episodio della caduta libera della Germania, alla quale gli Usa hanno ricordato che non può pensare di costituire il IV Reich (tentativo effettuato con l’asse franco tedesco nella conduzione dell’Unione). Le elezioni hanno evidenziato una forte pressione dell’ex Rdt a riaprire i rapporti con la Russia.
La Francia, che registra la pesante sconfitta di Macron, è stata cacciata dal Sahel, mostrando tutta la sua debolezza internazionale coloniale.
I Paesi Baltici rispondono più alle logiche inglesi e l’Inghilterra, dopo la brexit, non risponde a quelle di Bruxelles.
La Polonia tenta di diventare il nuovo punto di riferimento della Nato e l’Italia si è conquistata, a quanto sembra, la delega Usa ad operare in Africa e nel Medio Oriente.
Cosa è cambiato davvero in Europa con anni di unione Europea? Niente.
Se chi ha costruito l’Unione Europea immaginava di eliminare le guerre vede ora il fallimento del proponimento.
Se immaginava di costruire un mercato unito autonomo, si vede imporre linee economiche da oltreoceano.
Se immaginava di avere un esercito si ritrova la Nato, punto e a capo.
Se immaginava di armonizzare gli interessi degli Stati si trova Stati con interessi diversi e spesso divergenti.
Gli unici obiettivi raggiunti sono deleteri: una banca centrale gestita pessimamente e senza un sottostante potere Statuale, una burocrazia asfissiante e autocefala, una politica ideologica del Parlamento e della Commissione che ha dimostrato di essere perdente, tant’è che i fondi stanno abbandonando il green al suo fallimentare destino.
Se aggiungiamo scandali e opacità, il bilancio dell’Unione è un fallimento totale e la guerra in Ucraina ne è l’evidenza più eclatante.
Nemmeno la pace l’Europa è riuscita a mantenere, perché non è riuscita a imporre qualcosa di diverso dall’espansione della Nato ai confini della Russia.
Ora, il summit della pace senza la Russia si svolge in Svizzera, non a Bruxelles e Joe Biden, che era in Italia, è andato a casa e ha mandato Hamala Harris a Buergenstock, ossia una signora nessuno sparita dalle cronache per mesi.
Che differenza c’è con la guerra franco prussiana?
La differenza c’è ed è che allora si combattevano tra di loro Stati europei, ora la guerra avviene per procura, perché gli Usa non combattono contro la Russia e la Russia non combatte contro gli Usa. Le due potenze si combattono con il sangue degli ucraini e con i soldi degli europei che, nel frangente, dimostrano di essere dei signori nessuno.
Non a caso, l’ennesimo teatrino si svolge nel Paese che fornisce l’esercito armocromico al papa e che è simbolo della finanza internazionale in quanto sede del World Economic Forum.
Un bel posto, la Svizzera, per raccontarsela e cantarsela, mentre si muore.





