
Dalle esperienze degli anni Ottanta una riflessione per impostare la contrattazione aziendale del futuro
di Silvano Danesi
La proposta, da parte della Cisl, della Mitbestimmung, ossia della codeterminazione, che implica la partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori nei consiglio di amministrazione delle aziende, ha alle sue spalle una sperimentazione pluridecennale in Germania, con ottimi risultati, e ripropone per intera tutta la questione della contrattazione aziendale, riguardo alla quale, anche negli anni “dell’autunno caldo” vennero fatti interessanti e positivi esperimenti.
“La storia ci insegna – dice in proposito Pietro Imberti – che il confronto sindacale, anche negli anni che consideriamo fra i più duri, come «l’autunno caldo» nel 1969, si è svolto in azienda. Oggi, di fronte ad una crisi vasta e profonda, che ridefinisce completamente gli orizzonti entro i quali si svolge l’economia, il confronto deve tornare in azienda”.
Piero Imberti, segretario della Uilm bresciana in anni di fuoco, che videro i sindacati dei metalmeccanci tentare l’unità organica con l’esperienza della Flm del 1972, finita con una separazione dovuta ad una radicale differenza di visione della società, dell’economia, dell’azienda e dei rapporti sindacali tra Uilm, Fim e Fiom, è stato protagonista di un periodo che ha visto Brescia assumere il ruolo di laboratorio di sperimentazioni sindacali e politiche che sono state, proprio per la loro importanza, anche la causa della deflagrazione della Flm.
Vediamo, di quell’esperienza, alcuni tratti.
Nel 1980 si assiste ad uno scontro che oppone la Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici), al presidente degli industriali bresciani, Luigi Lucchini e che rappresenta un passaggio importante della storia di Brescia e del sindacato in generale.
Sul piano propriamente sindacale hanno rilevanza due questioni, una di sostanza e una di principio: lo sciopero domenicale alla Eredi Gnutti e la contemporaneità tra negoziato e forme di lotta quali l’astensione dal lavoro. Nel primo caso in gioco c’è la necessità, da parte imprenditoriale, di affermare la legittimità piena del lavoro domenicale, con il conseguente risparmio sui costi energetici (la corrente elettrica nelle festività e di notte costa meno per le utenze industriali), soprattutto in vista della crisi che, sia pure non ancora palese, si preannuncia pesante.
Nel secondo caso si tratta di una battaglia di principi, che consente al presidente dei siderurgici dell’Aib, nonchè amministratore della Bisider, Ugo Calzoni, di giocare una partita in proprio con il sindacato, il cui risultato non secondario sarà quello di lanciare su scala nazionale la candidatura di Luigi Lucchini alla presidenza della Confindustria.
A quasi quarant’anni di distanza, quale insegnamento, per il confronto odierno, si può trarre da quelle vicende?
“Furono anni importanti, che videro vicende importanti, paradigmatiche anche per l’oggi, anzi, direi attualissime. Venivamo da duri scontri nelle aziende Lucchini, per le vertenze di Sarezzo nel 1975 e della Eredi Gnutti negli anni ’77- ’78. Il 1980 è anno di scioperi e di un duro confronto, ma anche di accordi importanti, come quello del maggio alla Dario Leali di Odolo sull’utilizzo degli impianti, con 20 turni medi (19 d’estate e 21 d’inverno). La Uilm si spese per la piena valorizzazione degli impianti, perché questi sono l’elemento sostanziale delle vita e del futuro di ogni azienda. Da parte della Fiom c’era, al contrario di noi, una logica luddista, come quella del salto del telaio all’Om. La Fiom di Sabattini e di Cremaschi aveva in mente altro, come poi hanno dimostrato le vicende successive e la fabbrica era solo uno strumento per radicalizzare lo scontro in funzione politica. Non dobbiamo dimenticare che gli anni Settanta sono quelli di piombo, delle Br. Noi, in un clima ostile, radicalizzato e pericoloso, abbiamo affermato la centralità dell’azienda. E’ quanto è accaduto anche alla Eredi Gnutti”.
La vera posta in gioco delle vertenze nel Gruppo Lucchini, tuttavia, divenne politica. Il rapporto tra le organizzazioni sindacali bresciane e l’imprenditore siderurgico Luigi Lucchini, all’inizio degli anni Ottanta, essendo Lucchini divenuto presidente dell’Aib (l’Associazione industriale bresciana), assunse un valore generale. L’innesco dell’aspro contenzioso fu dovuto all’acquisizione da parte dell’industriale bresciano della Bisider, azienda del gruppo Atb. Dopo oltre sei mesi di confronto infruttuoso sugli assetti aziendali, il 1980 si aprì con la decisione, da parte della Flm di indire per il 31 di gennaio uno sciopero generale. Nel frattempo nelle aziende del gruppo Lucchini erano in atto scioperi ed era bloccato il lavoro straordinario.
La radicalizzazione dello scontro, il progressivo coinvolgimento delle forze politiche e delle istituzioni cittadine e provinciali, trasformò, di giorno in giorno, la vertenza in un confronto più ampio, nel quale la posta in gioco apparve sempre più la legittimazione di nuovi attori sulla scena politica e la delegittimazione di altri, in una città abituata da oltre trent’anni a risolvere le conflittualità sul tavolo del grande mediatore Bruno Boni, sindaco trentennale e, nel 1980, presidente della Provincia. Spostato Boni, nella seconda metà degli anni Settanta, dal Comune alla Provincia, in una fase di rapido consolidarsi dell’esperienza delle ampie intese, la vecchia logica mediatoria venne meno, lasciando sempre più il campo ad un confronto diretto tra le parti sociali e mettendo contemporaneamente a nudo la fine di un’epoca e la difficoltà estrema con la quale un nuovo assetto del potere locale tendeva a costruirsi. L’amministrazione del sindaco Cesare Trebeschi del primo quinquennio (1975-1980) tentò di introdurre la logica dell’arbitrato.
“Si, Trebeschi tentò, coinvolgendo il Consiglio comunale, di introdurre l’arbitrato. Sarebbe stato un’esperienza interessante, uscita dal laboratorio bresciano, ma l’operazione fallì. La Fiom di Sabattini aveva in testa di abbattere il potere democristiano nelle zone bianche, usando le aziende come ariete”.
Al momento di invocare una mediazione per la difficile vertenza che coinvolge il gruppo Lucchini, la crisi della “funzione mediatrice” emerge in tutta la sua evidenza, consentendo ad Ugo Calzoni, consigliere di Lucchini, amministratore unico della Bisider e presidente dei siderurgici dell’Aib, ed al presidente dell’Associazione industriale bresciana, di giocare una partita politica che punta, quantomeno alla luce dei fatti, a delegittimare l’asse catto-comunista e la centralità democristiana, per costruire un’alleanza di forze laiche e moderate. La pars denstruens è riuscita, come dimostrano la conduzione della vertenza e la sua conclusione. Non è riuscita invece la pars construens: un blocco alternativo a quello catto-comunista non prese forma e l’unico risultato concreto raggiunto rimase quello della proiezione di Lucchini sul piano nazionale, con la sua conseguente elezione alla presidenza della Confindustria.
“Alla lettura politica – sostiene Imberti – va aggiunta, per capire quallo che è avvenuto davvero, anche quella propriamente sindacale. Alla Eredi Gnutti, così come alla Leali, noi, ossia la Uilm, tenemmo fermo il timone sull’obbiettivo della regolamentazione dello sciopero per salvaguardare gli impianti, che in quel caso erano a ciclo continuo. Fermate non regolamentate avrebbero arrecato gravi danni alla produttività dell’azienda. Noi abbiamo sempre lavorato per creare prototipi, basati sulla centralità degli impianti e del lavoro. Quanto siamo riusciti a fare alla Eredi Gnutti, ma anche alla Bisider, con la messa in minoranza della Fiom grazie ad una raccolta di firme tra i lavoratori, è servito poi ad altri, come la Fiat, per affermare concetti e metodi analoghi. E’ quanto abbiamo fatto anche negli anni a seguire, con accordi come quello della Barattieri sulla sicurezza, con l’applicazione delle tecnologie e la videosorveglianza. Anche questi accordi sono figli della cultura premiale che abbiamo introdotto negli stabilimenti della Lucchini a Lovere, a Sarezzo, a Casto, con migliaia di migliorie relative alla produzione, alla qualità, all’affidabilità di impresa. Oggi concetti come quello dell’affidabilità dell’impresa, della qualità, della premialità, sono divenuti centrali nella discussione. Anche l’arbitrato tentato da Trebeschi è diventato elemento di riflessione centrale. A Brescia la Uilm ha sempre lavorato, e lavora, per produrre prototipi e vedo con soddisfazione che, anche se dopo anni, quei prototipi vengono adottati”.
La vicenda Lucchini, negli anni Ottanta, da fatto locale diventò un test nazionale dei rapporti tra sindacato e imprenditori. A marzo del 1980 Lucchini venne rieletto alla presidenza dell’Aib e fu lo stesso Lucchini ad indicare la via d’uscita per il conflitto sindacale che lo coinvolgeva, proponendo che fosse il consigliere regionale socialista Sergio Moroni a decidere, con un “lodo”, quale fosse la soluzione migliore. E così avvenne. Il lodo Moroni chiuse la partita.
“Noi – dice Imberti – abbiamo prodotto prototipi validi per l’intera economia italiana. Questo era il nostro obiettivo. Quello di Sabattini era la delegettimazione della Dc, usando le aziende come un ariete contro la politica. Qualcuno ha incassato cedole istituzionali in Confindustria. Cedole il cui ricordo oggi, in nome della finanza, si intende rimuovere. Noi abbiamo lavorato, così come lavoriamo, per attuare paradigmi validi per dare affidabilità e competitività alle aziende e valore al lavoro. Altri hanno lavorato con altri obbiettivi, ma quanto abbiamo seminato è oggi di grande attualità e costituisce anima della riflessione sindacale nel momento in cui prende corpo la contrattazione integrativa come elemento essenziale delle relazioni sindacali. Negli anni Ottanta la contrattazione integrativa l’abbiamo perseguita con prototipi innovativi che oggi sono ancora validi. Gli sforzi di un passato trentennale non sono stati inutili, anzi, parlano al presente e questo, in totale assenza di progettualità da parte delle associazioni imprenditoriali, è un dato importante”.
Nella foto: Pietro Imberti, secondo da sinistra.





