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MONOTEISMO CRISTIANO E LIBERTA’ RELIGIOSA. UNA INCHIESTA CON L’ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA’ – seconda parte

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MONOTEISMO CRISTIANO E LIBERTA’ RELIGIOSA. UNA INCHIESTA CON L’ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA’ – seconda parte

Anche la Chiesa, successivamente, rivendicando a sé l’esercizio di una potestà coattiva materiale sui suoi membri come requisito proprio della sua natura sociale e come conseguenza della superiorità del potere spirituale su quello temporale – che deve essere quindi al servizio del primo – legiferò contro coloro che, nel suo seno, tradivano la verità infliggendo loro castighi temporali. Anche questo ordinamento giuridico ecclesiastico è conforme alla Rivelazione, ma non era né indispensabile né immutabile, ma solo conforme alla situazione storica.

In genere, nel corso della storia dell’Impero cristiano e della Cristianità, salvo alcuni abusi, anche gravi, stigmatizzati spesso dagli stessi contemporanei, o isolate posizioni teologiche e giuridiche, nessuno ha mai teorizzato e applicato il principio di estorcere l’adesione alla fede a prescindere dalla coscienza; si è invece sistematicamente punito qualunque delitto contro di essa, a cominciare da quelli esterni e palesi, sino a quelli interiori, arrivando anche ad infliggere la pena di morte, conformemente alla Legge mosaica[1]. Questa distinzione nella pratica non viene quasi percepita ed è certamente sottile, ma è essenziale. Ciò è conforme alla Rivelazione, ma non è inscindibile dal dovere morale di aderire a Dio, perciò è mutabile. In quest’ottica agì, per diversi secoli, il tribunale della Santa, Universale ed Apostolica Inquisizione della pravità ereticale, e in essa si comprende l’autorizzazione ad agire contro gli eretici organizzati anche con le armi. Se non mancarono esagerazioni e abusi, avvertiti come tali anche dai contemporanei, è tuttavia esatto affermare che tali prassi furono perfettamente legittime, perché insegnate dal Magistero, argomentate dai teologi, vissute dai fedeli e modellate sull’Antico Testamento. Nessuno in quei secoli pensò mai che il singolo avesse il diritto di scegliere una religione falsa e non dovesse per questo pagare. Anche gli eretici oggetto delle sanzioni, se avessero avuto il potere, avrebbero applicato tali norme contro i cattolici. 

La situazione cambiò quando la Cristianità occidentale si divise in due tronconi, il cattolico e l’evangelico: ora non vi erano più sparute pattuglie di dissidenti, respinte prima dal sentire comune e poi dalle sanzioni giuridiche ai margini della società e poi puniti. Vi erano due gruppi di popoli che non accettavano i dissidenti al loro interno e che volevano distruggersi l’uno con l’altro in nome dei principi giuridici applicati per secoli. L’insuccesso delle conseguenti Guerre di Religione nella Controriforma fece sì che i due gruppi, a livello continentale, dovessero coesistere ignorandosi nel campo spirituale reciprocamente; fece sì che la politica e il diritto internazionali si dovessero laicizzare; fece prendere avvio all’idea della mutua tolleranza tra cristiani. La tolleranza, come necessità pratica, venne teorizzata e poi agganciata al concetto di libertà individuale, di coscienza e di religione, nel clima dell’Illuminismo. Fu una riflessione laica, perché terza alle parti in lotta. Ma non poté essere accettata per i suoi presupposti: che l’uomo fosse libero di scegliere la sua fede in quanto nessuno può sapere qual è quella vera o addirittura perché tutte sono false, e che tale scelta non ha ricadute sociali, non dev’essere fatta anche dalla collettività e in ogni caso è solo un fatto intimo. Questi concetti sono in contraddizione con quanto la Rivelazione dice espressamente. Per cui, sebbene di fatto la tolleranza si affermasse, con tutti i suoi vantaggi, progressivamente in  tutti gli Stati cristiani e cattolici, la sua teorizzazione giuridica su base teologica giunse tardi. Ancora nel XIX sec. il Magistero condannò la libertà di coscienza e religione sulla base dei presupposti che abbiamo indicato, constatando come peraltro le società rivoluzionarie scaturite dall’Illuminismo non avessero mancato esse stesse di perseguitare la Fede cristiana.

La svolta avvenne quando, a partire da Leone XIII (1878-1903), il Magistero mise progressivamente in evidenza che, nella società contemporanea – diversa dalle precedenti non solo dal punto di vista giuridico, politico e sociale, ma anche nella concezione antropologica – il singolo individuo può scegliere la sua fede senza coazione, non perché l’oggetto della scelta sia moralmente indifferente, ma perché la stessa scelta possa avvenire in modo assolutamente libero, anche a prezzo della depenalizzazione del suo cattivo uso non solo nello Stato, ma anche nella Chiesa, sia pure soltanto per le pene materiali. Non a caso nel Codice di Diritto Canonico Pio-Benedettino del 1917 non entrò nessuna norma canonica  sulla coazione materiale sugli eretici, gli scismatici e gli infedeli. Questo è perfettamente conforme alla Rivelazione, che pone solo l’obbligo in coscienza di aderire al vero Dio, senza dare indicazioni di sorta sul conseguente ordinamento giuridico. Inoltre, lo sviluppo nel XX sec. dei totalitarismi anticristiani e persecutori spinse la Chiesa ad un insegnamento ancora più organico sul diritto dell’uomo ad aderire liberamente alla vera Fede, che può essere tutelato solo garantendo al massimo l’esercizio della libertà stessa, indipendentemente dalle sue modalità. Questo si ravvisa negli insegnamenti di tutti i Pontefici Romani da Benedetto XV (1914-1922) ad oggi. In tal senso il Magistero contemporaneo non è tanto una sconfessione di quello antico, medievale e moderno, quanto piuttosto una definizione esauriente delle relazioni che devono esistere tra la Fede, la libertà individuale e il potere politico e religioso nella società in cui viviamo. La prospettiva appare modificata rispetto al passato: prima l’individuo e poi il popolo, come soggetto libero esercitante la scelta religiosa, mentre nella storia biblica era il contrario. Ciò è senz’altro più conforme non solo alla società contemporanea ma alla stessa morale evangelica, che contiene in se stessa il germe dell’esaltazione della persona nella comunità di cui è parte.

 

[1]  Per una disamina della questione e la critica degli errori si veda il documento della Commissione Teologica Internazionale Noi Ricordiamo. La Chiesa e le colpe del passato, a margine delle richieste di perdono nell’Anno Santo del 2000 di papa Wojtyla.

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