
di Maurizio Ballistreri
Per l’attuale politica economica del governo si potrebbe riprendere la celebre formula di Ugo La Malfa, ripresa in un libro-intervista del 1977 a cura di Alberto Ronchey, sul “Non governo”.
E, infatti, mentre la premier Meloni visita varie Nazioni, alla ricerca di vaghi rapporti economici, la politica economica del governo sembra afflitta da quel “galleggiamento”, tipico dei governi a guida democristiana della metà dei passati anni ’70, alcuni dei quali cosiddetti “balnerari” in attesa di nuove intese politiche, con presidente il futuro Capo dello Stato Giovanni Leone.
E così, il debito pubblico tornerà probabilmente a crescere anche in rapporto al Prodotto Interno Lordo, La riduzione è prevista forse a partire dal 2026, mentre il costo degli interessi sfonderà quota 100 miliardi e presto doppierà la spesa per la pubblica istruzione. Si dovrà, poi, misurare a consuntivo le entrate effettivamente realizzate e l’incidenza dell’inflazione nell’erodere una quota di debito reale. Ma c’è una sostanziale continuità nel metodo del “galleggiamento”, di ritoccare in maniera simbolica alcune voci di spesa a danno di altre per rispondere a una parte del proprio elettorato senza però toccare grandi questioni, come le diseguaglianze sociali, gli squilibri nella pressione fiscale, lo sfascio della sanità pubblica, la protezione concessa alle risorse finanziarie a danno di quelle sui redditi da lavoro e, perché no, a quei redditi d’impresa che investissero realmente.
Ogni operazione per alleviare il potere d’acquisto è a carico indiretto dei beneficiari. La riduzione del cuneo fiscale o la decontribuzione per le madri sono operazioni che ricadono sul bilancio pubblico, indebolendo l’equilibrio tra contribuzione di lavoratrici e lavoratori da un lato e prestazioni pensionistiche dall’altro, contribuendo all’insostenibilità del bilancio dell’Inps. Ma soprattutto sono misure che visti i livelli d’inflazione, e la scelta di non intervenire sui grandi patrimoni e sulla crescita dei profitti, determineranno nei fatti un ulteriore impoverimento reale del mondo del lavoro, in primo luogo a causa di salari troppo bassi, tema che vede assenti le tre confederazioni, alle prese con questioni tipicamente “politiche”, a scapito del mestiere sindacale.
Oggi la destra, specie quella che si autodefinisce con un ossimoro “sociale”, presente in maniera significativa nel principale partito di governo e in qualche misura persino nella Lega, ricorre alla categoria del “meno peggio a destra”, per il suo elettorato, mentre Forza Italia si assume sempre più una funzione omologa dei partiti popolari europei, saldamente al centro e dialogante sul versante dei diritti civili.
Dal governo per famiglia, figli, asili, titoli di stato, sicurezza sul lavoro, abbattimento reale del cuneo fiscale ci sono solo vuote declamazioni.
Paradigmatico è il raddoppio dell’Iva su pannolini, prodotti e alimenti per l’infanzia (insieme agli assorbenti) dal 5 al 10%. Un provvedimento bizzarro per delle forze politiche che fanno del rilancio della natalità italica (sottintendendo per qualche esponente la “razza”) una bandiera! Come è esemplare il peggioramento delle condizioni di accesso al sistema pensionistico. Il primo è talmente inspiegabile sul piano simbolico e dell’equità sociale, mentre il secondo richiama il peso di una cornice strutturale che in definitiva si ritiene inamovibile.
Insomma, un remake di un film degli anni Settanta del secolo passato, che però, vede il nostro Paese abbandonato come nel verso del Leopardi: “e il naufragar m’è dolce in questo mare”.





