
di Sergio Restelli
Quale sarà la posizione politica dell’Italia al prossimo vertice di Parigi sull’Ucraina? Ora è impossibile fare previsioni, perché la proiezione internazionale dell’Italia è diventata un’eternità di piroette.
Per Giorgia Meloni, Primo Ministro italiano, è impossibile dire di no al Primo Ministro britannico Starmer e al Presidente francese Macron.
Al vertice di Parigi si discuterà la posizione europea riguardo alle trattative di pace avviate dal Presidente americano Trump. Sarà ancora un sostegno incondizionato al Presidente ucraino Volodymir Zelensky.
Ma la sensazione è che Giorgia Meloni dovrà arginare l’impulso bellicoso dei suoi colleghi, pronti a far combattere l’Ucraina fino all’ultimo soldato.
Dopotutto, l’Europa sta cercando di riarmarsi in chiave anti-russa con il piano ReARM Europe da 800 miliardi. L’Italia è un paese con una sovranità limitata e il Primo Ministro Meloni conosce sicuramente l’aforisma di Henry Kissinger: “essere nemici degli Stati è pericoloso, essere amici degli Stati potrebbe anche essere letale”.
È quindi necessario cambiare la narrativa politica di un governo che, fino all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, era a parole, ma anche con un significativo equipaggiamento militare il più convinto sostenitore del supporto militare al governo di Kiev. Una posizione quella scelta all’epoca dal governo italiano assunta non per ragioni geostrategiche o di sicurezza nazionale, ma per allinearsi alla dottrina imposta dall’allora Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.
Alcuni potrebbero sostenere che ci voglia anche un certo stile per essere servili. Ma in questo caso l’Italia rappresenta l’eccezione, a causa di una classe politica abituata almeno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a “correre in soccorso del vincitore”. Il vincitore, oggi, a marzo 2025, certamente non ha la fisionomia di Volodymir Zelensky. Per Giorgia Meloni, quindi, era necessaria una variazione della narrativa, anche a costo di cancellare la verità delle affermazioni precedenti.
”Si è detto che ho parlato di vittoria, in riferimento alla guerra in Ucraina. Non credo di aver mai usato la parola vittoria in relazione alla guerra in Ucraina”. Queste sono le parole usate da Giorgia Meloni a Montecitorio, sede del Parlamento italiano, durante il dibattito sul prossimo Consiglio di Parigi. È una piccola, comprensibile bugia, perché la parola “vittoria” legata all’esito della guerra in Ucraina è stata pronunciata dal Primo Ministro italiano diverse volte. Giorgia Meloni si trovava a Palazzo Chigi sede del Primo Ministro accanto al Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il 13 maggio, due anni fa: ”Stiamo scommettendo sulla vittoria dell’Ucraina”, furono le sue parole. ”L’Italia starà al fianco dell’Ucraina fino alla vittoria», dichiarò Meloni il 21 febbraio 2023 in una conferenza stampa a Kiev, insieme a Volodymyr Zelensky.
Il 24 febbraio 2023, nel primo anniversario dell’invasione russa, ribadì il concetto: ”Non possiamo permettere all’Ucraina di perdere questa guerra, la vittoria di Kiev è fondamentale per la sicurezza europea”. Parole chiare e inequivocabili, che all’epoca servivano a rassicurare gli alleati e a consolidare la posizione internazionale dell’Italia. Un impegno che non lasciava spazio ad ambiguità, rafforzato da dichiarazioni ufficiali e incontri bilaterali, ma la politica ha una memoria breve e la coerenza viene spesso sacrificata sull’altare della convenienza.
Ora, però, Meloni sta rallentando, minimizzando e persino negando di aver mai parlato in questi termini. La dinamica è quella consueta: negare le evidenze, ribaltare la narrativa, fare affidamento sulla memoria corta del popolo e sulla volontà dei media italiani di diluire il problema. Non è una strategia nuova, ma una costante nella gestione del potere di Meloni.
Sulla guerra in Ucraina, però, il gioco si fa più complicato: perché se un anno fa la determinazione assoluta a sostenere Kiev era funzionale alla costruzione di un profilo internazionale solido e coerente, oggi la realtà impone una strategia più ambigua. Esiste un problema più profondo in questa continua ricalibrazione della realtà: la credibilità, perché se oggi si può negare di aver mai parlato di una vittoria ucraina, domani si può negare qualsiasi altra promessa. E in politica, quando il passato diventa opinione, il presente diventa un incognito.
E un incognito, come sappiamo, non governa a lungo.





