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MACROREGIONI, LA VERA RIFORMA DA FARE

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di Massimo Coccia

Credo che la madre di tutte le riforme sia l’istituzione delle macroregioni e non tanto il premierato e l’autonomia differenziata che se attuata metterebbe a rischio la tenuta dei conti pubblici. Con le macroregioni si otterrebbero sinergie tese a migliorare la possibilità di crescita dei territori in termini di partnership passando da una logica di non istituire più una Regione sulla base di un mero confine geografico e amministrativo, ma sulla base di problematiche comuni.

L’attuale disegno dei confini territoriali delle 20 regioni italiane va ripensato. L’idea di avvicinare le istituzioni al cittadino con enti più attenti alle spese con meno sprechi a livello centrale si è rivelata errata. La nascita delle Regioni era stata inserita nella Costituzione entrata in vigore nel 1948 effettivamente nate con le votazioni regionali del 1970. Si sono creati 20 piccoli stati con le loro burocrazie lente, costose e autoreferenziali. Se pensiamo che nella Costituzione era stata motivata la loro nascita per ottenere una migliore programmazione e controllo della spesa si comprende che tutto questo è stato disatteso con la ciliegina finale costituita dalla riforma dell’ art. V della Costituzione nel 2001.

In Francia nel 2015 il Presidente Hollande decise di ridurre il numero delle Regioni da 22 a 14, riuscendo a semplificare alcune funzioni dei 100 dipartimenti.

In Germania invece i lander più piccoli chiesero di accorparsi per il semplice fatto che non riuscivano più a ripagare i loro debiti.

Se a questa riforma si aggiungesse l’abolizione definitiva delle province e l’accorpamento dei Comuni al di sotto di 5.000 abitanti, il bilancio dello Stato avrebbe una boccata di ossigeno che ci consentirebbe di effettuare politiche più efficaci a sostegno di imprese e lavoratori. Diminuire i livelli di rappresentanza e il numeri degli enti risulta un imperativo categorico per avere una governance più snella e veloce a livello decisionale anche perchè le decisioni più importanti sulle politiche da attuare oramai vengono prese a livello europeo in quanto in base all’articolo 117 della Costituzione le Direttive europee devono essere recepite in automatico dal nostro ordinamento.

Il quadro che si delinea è che solo attraverso una diminuzione dei costi della politica vera ed efficace si potrà dare una concreta prospettiva ai giovani del nostro paese, magari stanziando risorse più ingenti per consentire a questi ultimi di continuare un percorso di studi universitari anche a chi non è più in grado di sostenere economicamente la propria formazione.

Pensiamo solo ai fondi pubblici che paesi come gli Usa e Cina hanno stanziato a fondo perduto per aziende che decidono di investire nel green nel loro paese o erogazioni a fondo perduto statali a favore di imprese cinesi che intendono vincere la competizione in alcuni settori strategici con le imprese europee. Non avere più la possibilità di utilizzare la leva fiscale a causa del suo alto debito pubblico rende l’Italia come un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di acciaio pronta per essere stritolata durante la competizione con questi giganti ecconomici causando ulteriori chiusure di molte aziende made in Italy. Occorre tenere in considerazione che più poteri si devolvono a livello europeo e più si rende necessario snellire o eliminare alcuni livelli di rappresentanza e enti a livello nazionale altrimenti ripeto si duplicano i costi con effetti disatrosi per il bilancio dello stato e poi non ci si lamenti se le pensioni per i giovani saranno a livello di povertà. 

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  • Redazione

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