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COME OSA, IL POPOLO BUE, FARE DOMANDE AL SOVRANO?

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di Giorgio Cattaneo

Prima il quasi-golpismo europeista leggibile nella prosa di Altiero Spinelli, citato a vanvera dai manifestanti romani del 15 marzo. Poi lo sproloquio di Roberto Benigni, strapagato dalla Rai per indottrinare il pubblico sull’immaginario Paradiso Europeo. E infine il moto di stizza di sua eminenza Romano Prodi, giunto a mettere le mani addosso a una giornalista (Lavinia Orefici, di Mediaset) colpevole di avergli chiesto di commentare un passaggio imbarazzante del Manifesto di Ventotene. Irritatissima la reazione del sire: come osa, la minuta plebaglia, insolentire il sovrano con volgari domande, al punto da perturbare la sua apollinea, intangibile magnificenza?
La regale infallibilità di Prodi, evidentemente, promana dallo stesso pantheon in cui dimora l’aura metafisica di Spinelli, così come quella del celebrato Benigni nazionale. L’eroe di sinistra, in quanto tale, è antropologicamente superiore per definizione: pura luce, si erge inviolabile sull’oceano ignorante delle menti ottenebrate. Il che è tanto più vero in questi tempi spaventevoli, in cui l’orribile Trump negozia con l’atroce Putin per mettere fine a una guerra. Veramente imperdonabile, l’impudenza di chi si impegna per la pace: che per giunta verrebbe siglata, eventualmente, da rozzi e barbarici demagoghi, infinitamente indegni dell’alto magistero civile incarnato dalla sublime Unione Europea.
A proposito: questo è un continente nel quale si può essere prima capi del governo italiano, poi presidenti della Commissione Europea e advisor della Goldman Sachs, per poi tornare (come se niente fosse) alla guida del governo italiano. Giravolte improponibili, eppure vissute con sconcertante disinvoltura dopo aver opportunamente demonizzato l’avversario, Berlusconi, presentato come male assoluto. Eppure, è andata proprio così. Il piduista di Arcore sconfitto per due volte da un tecnocrate-oligarca che Gioele Magaldi, autore del bestseller “Massoni”, qualifica come un grembiulino sovranazionale di tipo reazionario, a suo agio tra i gerarchi del potere cinese, abilmente infiltrato in Italia nelle file di quella che un tempo si sarebbe chiamata sinistra cattolica.
Romano Prodi legò per sempre il suo nome al caso Moro, riferendo che il nome “Gradoli” (da cui il covo brigatista di via Gradoli, nella capitale) sarebbe emerso nel corso di una seduta spiritica, addirittura. Nulla di così immateriale, invece, nella principale attività per la quale Prodi sarà ricordato: fu incaricato di fare letteralmente a pezzi l’Iri, cioè lo storico motore dell’economia mista, pubblico-privata, che aveva reso possibile il “miracolo italiano” del dopoguerra. Insopportabile, quella storia di successo che smentiva l’incombente neoliberismo finanziario turbo-privatizzatore: andava quindi smantellata, così come (per altre icone del made in Italy) avrebbero provveduto D’Alema e Draghi. Questo il tenore dei personaggi: e la povera untorella di Mediaset sperava davvero di ottenere dal Professore una risposta garbata, come se avesse interpellato un comune mortale?

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  • Redazione

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