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L’OSSIMORO UCRAINO NEL VERTICE DI ALASKA

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L’Ucraina nel vertice in Alaska del 15 agosto è stata un ossimoro, ossia una presenza assenza.

L’Ucraina è stata molto presente nella narrazione che depista l’attenzione dal vero risultato del vertice ed è stata assente in quel risultato.

Per i giornali della filiera neocon e neo colonialista, inossidabili nel narrare la favola che più a loro piace, ossia che Putin ha vinto e che Trump è un suo lacchè, l’Ucraina è la presenza massima nell’incontro in Alaska.

Nella realtà, in Alaska è stato affermato il multipolarismo, con la conseguenza della fine del neo colonialismo europeo e del globalismo teorizzato dopo la caduta dell’Unione Sovietica, motivo della irritazione (eufemismo) degli inglesi e dei francesi e della sottostante finanza.

La questione in esame riguarda le priorità. La priorità dei Volonterosi e dei loro amici è mantenere in essere il neo colonialismo, quella dei neocon e della finanza è mantenere in essere il globalismo, mentre la priorità attuale dell’amministrazione Usa è instaurare una logica multipolare.

Logica multipolare che, in primo luogo, eviti il rinsaldarsi dell’asse tra Russia e Cina. Russia e Cina “la cui alterità – come scrive Lucio Caracciolo sull’ultimo numero di Limes (7/2025) – è talmente abissale da convincerli dell’inutilità di capirsi, surrogata dalla recita di un’inesistente «amicizia senza limiti»”.

In Alaska si è determinata una svolta storica, che chiude la fase del neo colonialismo e della convinzione neocon di essere l’unico soggetto capace di governare il mondo.

Con neo colonialismo ci si riferisce alle modalità attraverso cui paesi europei, pur avendo concesso l’indipendenza politica alle ex colonie, hanno continuato ad esercitare influenza economica, politica e culturale su di esse, spesso perpetuando dinamiche di dipendenza e sfruttamento.

Dopo la decolonizzazione formale (1945-1970), le ex potenze coloniali europee, come Francia, Regno Unito e Belgio, hanno mantenuto un’influenza significativa sulle ex colonie, specialmente in Africa, attraverso accordi economici, presenza militare e politiche di cooperazione.

Dal 1990, con la fine della Guerra Fredda, il neocolonialismo si è adattato a un contesto globale caratterizzato da globalizzazione, competizione geopolitica con nuove potenze (come Cina e Stati Uniti) e crisi migratorie.

Le ex colonie, specialmente in Africa, sono rimaste serbatoi di materie prime (petrolio, minerali, prodotti agricoli) per le economie europee. Multinazionali europee, spesso con sede in Francia, Regno Unito o Belgio, controllavano (controllano) settori chiave come l’estrazione mineraria e petrolifera, limitando lo sviluppo economico locale.

La Francia ha mantenuto un forte controllo economico in Africa occidentale attraverso il sistema del franco CFA, una moneta ancorata all’euro e gestita in parte dalla Banca di Francia, che limitava la sovranità monetaria dei paesi africani francofoni.

Inoltre, dal 2006 al 2012, circa 35 milioni di ettari di terra in Africa sono stati acquistati o affittati da multinazionali, spesso europee, per coltivazioni intensive o estrazione, sottraendo terreni alle comunità locali. Questo fenomeno, noto come “land grabbing”, è stato denunciato come una forma di neocolonialismo che priva le popolazioni indigene di risorse vitali.

Multinazionali europee evadono tasse nei paesi africani attraverso pratiche come il “trade mispricing”, stabilendo prezzi artificiali per beni e servizi, privando i governi locali di entrate fiscali. Si stima che tra il 2006 e il 2012, l’Africa abbia perso circa 11 miliardi di dollari a causa di queste pratiche.

La Francia è stata l’attore europeo più visibile nel neocolonialismo africano.

Gli accordi post-coloniali, come quelli dell’Organisation Commune Africaine et Mauricienne (OCAM/OCAMM), favoriscono le esportazioni verso l’Europa a scapito dell’integrazione economica intra-africana. Ad esempio, i paesi francofoni africani esportano molto di più verso la Francia o l’UE rispetto ai partner africani.

Le potenze europee, in particolare la Francia, hanno spesso appoggiato governi autoritari per garantire stabilità e interessi economici.

La follia neocon, accompagnata dall’idiozia politichese della fine della storia (Fukuyama) si è sviluppata con il crollo dell’URSS, con il quale le potenze europee hanno perso il contrappeso geopolitico durato per tutto il periodo della Guerra Fredda. Follia che viene istituzionalizzata nella formula che George H. W. Bush indicò come “Nuovo Ordine Mondiale” per descrivere un’aspirazione a un mondo più cooperativo e stabile sotto la leadership USA, in un momento di transizione storica.

George H. W. Bush, in particolare al suo discorso dell’11 settembre 1990, utilizzò l’espressione “Nuovo Ordine Mondiale” per descrivere un’era di cooperazione internazionale post-Guerra Fredda, resa possibile dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla fine del bipolarismo USA-URSS.

Nel suo discorso al Congresso, Bush parlò di un mondo in cui gli Stati Uniti, come unica superpotenza rimasta, avrebbero guidato una coalizione globale per promuovere democrazia, libero mercato e sicurezza collettiva, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Questo concetto fu ulteriormente enfatizzato durante la Guerra del Golfo (1991), dove Bush vide l’opportunità di testare questa nuova visione, con la coalizione internazionale che respinse l’invasione irachena del Kuwait.

L’idea di Bush si basava su: rafforzamento del ruolo dell’ONU e delle organizzazioni internazionali; promozione di valori occidentali come base per un ordine globale stabile: fine del bipolarismo e instaurazione di un mondo unipolare guidato dagli USA, in contrasto con il precedente equilibrio tra superpotenze.

Oltre trent’anni di globalismo e di tentativi di instaurare il “Nuovo ordine Mondiale” hanno prodotto la delocalizzazione dell’industria in Cina, fabbrica del mondo al servizio della finanza e l’accerchiamento della Russia, pensando così di ridurla a potenza regionale, possibilmente penetrabile dagli interessi finanziari occidentali. Russia e Cina non sono diventate, in questi trent’anni, quello che desideravano i neocon e la finanza.

Il vertice tenutosi in Alaska chiude la vicenda unipolare e, riconoscendo la Russia come interlocutore alla pari, apre la stagione del multipolarismo che è, al contempo, la fine del neo colonialismo europeo.

L’Ucraina, la grande assente diventa la grande presente quando si tratta di porre sulle sue spalle e su quelle degli europei la fine della guerra alle condizioni proposte da Usa e Russia o di continuare la guerra senza gli Usa.

La pace, se ci sarà e se sarà decisa oggi con l’incontro tra Trump e Zelensky, con il codazzo dei leader europei, sarà necessariamente, come la definisce Lucio Caracciolo, una pace sporca, che è il contrario della pace giusta della quale parlano in continuazione i ciarlieri europei.

“La pace giusta, – scrive Lucio Caracciolo su Limes (7/2025) – amore lesbico nell’idealtipica iconografia barocca che illustra il Salmo 85:10-11, prevederebbe un Terzo, arbitro del mondo. Dio dall’Umanità riconosciuto, sollecito nel calibrare sulla bilancia universale i pesi giusti. Siamo invece al trionfo del principio di irrealtà cui sacrificano paradossali europeisti senza Europa. La manipolazione del consenso domina la domanda di senso. Pace giusta è ossimoro. Se è pace non può essere giusta salvo nel senso del vincitore, tale in quanto la sconfitta accetta la fine delle ostilità per mitigarne le conseguenze”.

Ed ecco che riappare l’Ucraina come ossimoro: grande assente-grande presente.

Dopo il vertice la questione dell’Ucraina viene demandata a Kiev: problema di Zelensky risolverla o non risolverla.

Dopo il vertice la questione dell’Ucraina mette a nudo l’enorme insipienza politica delle leadership europee, verbose, scodinzolanti, a tratti esaltate e a tratti depresse. Di fatto inesistenti. Oggi al seguito del presidente ucraino alla corte di Trump.

Il Vecchio Continente è fuori gioco ed è nel gioco, altro ossimoro. Fuori gioco nelle decisioni, nel gioco per pagare le conseguenze delle decisioni.  

Il vero sconfitto, tuttavia, non è il Vecchio Continente, ma il colonialismo del vecchio continente.

Con il ritorno della Russia sulla scena internazionale in piena legittimazione Usa, le vecchie potenze coloniali europee sono finite, con disappunto (eufemismo) di Francia e Inghilterra.

In una dichiarazione ai media rilasciata dopo i colloqui, Putin ha affermato che la risoluzione del conflitto ucraino è stato il tema principale del vertice.

Non è vero, come ho cercato di rendere evidente sin qui.

Il vero tema principale del vertice è il rapporto bilaterale Russia Usa, in un quadro multipolare, riguardo al quale Putin ha chiesto di voltare pagina per riprendere la cooperazione.

La chiave del vertice è in un verbo: riprendere.

La storia del secolo scorso è interessante per capire i rapporti della Russia con gli Usa.

La Russia entrò nella Prima Guerra Mondiale nell’agosto 1914 come parte della Triplice Intesa, insieme a Francia e Regno Unito, opponendosi agli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano).

Nel 1917, le difficoltà belliche e il malcontento interno portarono alla Rivoluzione di febbraio, che depose lo zar Nicola II e instaurò un governo provvisorio. Il governo provvisorio continuò la guerra, ma l’offensiva Kerenskij (luglio 1917) fallì, aggravando la crisi. La Rivoluzione d’ottobre (novembre 1917) portò i bolscevichi al potere, guidati da Lenin, che promisero pace. Nel marzo 1918, la Russia firmò il Trattato di Brest-Litovsk con la Germania, cedendo vasti territori (Polonia, Baltici, Ucraina, Bielorussia) e uscendo dal conflitto.

La posizione dei bolscevichi ha un rapporto diretto con la leadership di Lenin, il cui arrivo in Russia fu favorito dai tedeschi che intendevano destabilizzare l’avversario.

Lenin, leader dei bolscevichi, era in esilio in Svizzera ed era noto per le sue posizioni contro la guerra, sostenendo che fosse un conflitto imperialista da trasformare in una rivoluzione proletaria.

Il 9 aprile 1917, Lenin e un gruppo di circa 32 rivoluzionari, tra cui la moglie Nadežda Krupskaja e altri bolscevichi, partirono da Zurigo per raggiungere la Russia attraverso la Germania, su un treno con vagoni piombati che garantivano extraterritorialità. Questo viaggio fu organizzato con l’appoggio delle autorità tedesche, in particolare tramite il rivoluzionario russo Aleksandr Parvus, che aveva contatti con i servizi segreti tedeschi.

L’Alto Comando germanico, guidato da figure come Ludendorff, vedeva in Lenin un’opportunità per destabilizzare la Russia, indebolendo il fronte orientale e favorendo una possibile uscita della Russia dalla guerra.

Ci sono prove storiche che la Germania fornì ingenti somme di denaro ai bolscevichi per sostenere le loro attività rivoluzionarie. Si parla di decine di milioni di marchi, una cifra significativa per l’epoca, che avrebbe aiutato Lenin e il suo partito a finanziare propaganda, pubblicazioni e organizzazione. Questo supporto era parte di una strategia tedesca per alimentare il caos in Russia, culminata con il Trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918), con cui la Russia bolscevica uscì dalla guerra, cedendo vasti territori alla Germania.

La Russia giocò un ruolo chiave nella Prima Guerra Mondiale, ma le sue debolezze strutturali e le crisi interne la portarono a un’uscita precoce, con conseguenze durature per la sua storia politica e sociale.

Non a caso, dato il venir meno della Russia, gli Stati Uniti entrarono nella Prima Guerra Mondiale il 6 aprile 1917, dopo un lungo periodo di neutralità.

Nella seconda guerra mondiale, gli schieramenti bellici videro le potenze dell’Asse: Germania, Italia, Giappone e altri membri minori (Ungheria, Romania, Bulgaria, Finlandia, Thailandia e stati fantoccio come Manciukuo contro le potenze Alleate: Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Unione Sovietica, e altri membri minori: Canada, Australia, Nuova Zelanda, India (come parte dell’Impero britannico), Brasile, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Norvegia, Grecia e molte nazioni del Commonwealth.

L’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale ha avuto un ruolo cruciale.

In un primo tempo l’URSS firmò un patto di non aggressione con la Germania nazista, Patto Molotov-Ribbentrop (1939), che includeva un protocollo segreto per spartirsi l’Europa orientale. Questo portò all’invasione congiunta della Polonia (settembre 1939) e all’annessione di Estonia, Lettonia, Lituania e parti della Romania. Successivamente, nell’inverno 1939-1940, l’URSS attaccò la Finlandia, ma nonostante la superiorità numerica, incontrò una forte resistenza. Il conflitto si concluse con un trattato che cedette territori finlandesi all’URSS.

Nel giugno del 1941 (Operazione Barbarossa) la Germania ruppe il patto e invase l’URSS, segnando l’inizio del fronte orientale, il teatro di guerra più grande e sanguinoso del conflitto. I nazisti avanzarono rapidamente, ma l’URSS resistette grazie alla vastità del territorio, al rigido inverno e alla determinazione della popolazione.

Dopo varie vicende belliche che qui non è la sede di ricordare, l’Armata Rossa liberò i territori occupati, avanzando attraverso l’Europa orientale e conquistando Berlino nel maggio 1945, costringendo la Germania alla resa.

L’URSS subì circa 27 milioni di morti (tra civili e militari), più di qualsiasi altro paese. Intere città furono distrutte, e l’economia fu devastata. La resistenza sovietica assorbì gran parte delle forze tedesche, rendendo possibile la vittoria degli Alleati. L’URSS emerse come superpotenza, ma a un costo immenso.

A Yalta e a Potsdam (1945), Stalin negoziò con gli Alleati la spartizione dell’Europa postbellica, ponendo le basi per la Guerra Fredda.

La Guerra Fredda (1947-1991) è stato un periodo di tensione e di equilibrio geopolitica tra Stati Uniti e Unione Sovietica, insieme ai loro rispettivi alleati, senza scontri militari diretti su larga scala.

Caratterizzata da una corsa agli armamenti, competizione ideologica (capitalismo contro comunismo), guerre per procura (come in Corea, Vietnam e Afghanistan) e crisi diplomatiche (Crisi dei missili di Cuba del 1962), la Guerra Fredda si è conclusa con la dissoluzione dell’URSS nel 1991.

Se facciamo mente locale ai presidenti che hanno governato gli Stati Uniti negli anni che vanno dalla fine dell’Unione Sovietica ad oggi, troviamo: Ronald Reagan (1981-1989), George H. W. Bush (1989-1993), Bill Clinton (1993-2001), George W. Bush (2001-2009), Barack Obama (2009-2017), Donald Trump (2017-2021), Joe Biden (2021-2025) e ora di nuovo Donald Trump.

Dopo una trentina d’anni di tentativo di mettere in un angolo la Russia, identificandola come il nemico, ora il rapporto tra Mosca e Washington “riprende”.

Questo è il risultato più importante del vertice in Alaska.

Risultato che non può piacere ai neo colonialisti europei e, tantomeno, a neocon e finanza allegata.

Se ne faranno una ragione.

Una stagione trentennale è finita. Si volta pagina.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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