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L’ORIGINE MONOTEISTICA DELLA CIVILTA’

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di Paolo Zanotto

Un’ipotesi etnologica

Nell’intrico delle speculazioni moderne sulla genesi del sacro, vi è una tendenza diffusa — sorta dalla temperie illuministica e consacrata dal positivismo — che ha voluto vedere nel politeismo la prima espressione religiosa dell’umanità. Secondo tale visione, l’uomo primitivo, di fronte all’inspiegabile, avrebbe frantumato il divino in una molteplicità di potenze, attribuendo forze animistiche agli elementi naturali e solo in seguito, con l’evoluzione del pensiero, sarebbe giunto alla concezione di un Dio unico. Un simile schema, a lungo imperante negli studi storico-religiosi, trova tuttavia una vigorosa smentita nella dimenticata opera di Wilhelm Schmidt, il quale, con la pazienza dello studioso e la profondità del filosofo, ha gettato nuova luce sulla questione, dimostrando come, all’origine della civiltà umana, non si trovi il politeismo, bensì un monoteismo primordiale, solenne e pervasivo.

Pubblicato per la prima volta quasi un secolo fa, il suo celebre Manuale di storia comparata delle Religioni (4a edizione, Morcelliana, 1949) si fonda su un’ampia ricognizione etnologica, nella quale le credenze dei popoli più antichi — i pigmei africani, i fueghini della Terra del Fuoco, gli aborigeni australiani, gli algonchini del Nordamerica — sono state raccolte ed analizzate con il rigore proprio della scienza storica. Dall’indagine emerge un dato inatteso: presso tali culture, il culto dell’Essere Supremo non è vago o sfumato, né relegato ai margini del pantheon, ma si manifesta nella sua forma più alta e trascendente. Questi popoli venerano una divinità unica, ineffabile, il cui potere si estende su tutta la creazione ed il cui influsso morale regola l’ordine del mondo.

L’unità primordiale del sacro

Le conclusioni di Schmidt hanno un valore che travalica il semplice ambito dell’etnologia. Esse si pongono in dialogo con le più antiche tradizioni teologiche e ci riconducono a una verità che la modernità ha troppo spesso voluto dimenticare: l’unità originaria del genere umano, non soltanto sul piano biologico — come oggi confermano le scienze della vita — ma anche sul piano spirituale. La concordanza fra le teologie dei popoli primitivi e la rivelazione biblica non appare casuale: essa sembra indicare un punto di partenza comune, una sorta di eredità primordiale trasmessa attraverso le generazioni.

Non è solo la dispersione geografica di questo monoteismo a destare meraviglia, ma anche la sua struttura interna. Le popolazioni studiate da Schmidt non considerano il loro Gran Dio un prodotto della riflessione umana, né il risultato di una progressiva elevazione della coscienza religiosa. Al contrario, lo percepiscono come una presenza originaria, anteriore a ogni speculazione. La divinità non è scoperta, ma rivelata: è Essa stessa ad aver impresso nell’umanità la consapevolezza della Sua esistenza, trasmettendo agli uomini precetti morali e forme di culto. È una religione che si tramanda, non una che si costruisce.

Questa prospettiva sovverte l’idea evoluzionistica della religione, secondo la quale le credenze si sarebbero sviluppate in base a un graduale processo di raffinamento intellettuale. Al contrario, tutto lascia supporre che il monoteismo non rappresenti il culmine di una ricerca umana, bensì il punto di partenza da cui le successive frammentazioni e degenerazioni religiose hanno avuto origine. La storia, in simile prospettiva, non costituisce un cammino di progressiva purificazione, bensì una parabola che prende le mosse da un’unità primordiale per poi disperdersi in una molteplicità di forme secondarie.

L’ipotesi della rivelazione

L’implicazione ultima di siffatta tesi è di ordine teologico e metafisico. Se il monoteismo delle origini non costituisce il frutto dello sviluppo autonomo della mente umana, ma una realtà data, si dischiude infatti lo spazio per un’ipotesi ancor più audace: quella della rivelazione. Lo Schmidt stesso, pur mantenendosi sul piano dell’analisi storica, lascia intendere che le tradizioni dei popoli primitivi sembrano contenere l’eco di un evento originario, in cui l’Essere Supremo comunicò direttamente con l’uomo, affidandogli una sapienza che avrebbe dovuto reggere il mondo. Questo Dio primordiale non è un’entità astratta, ma un principio vivo e agente, la cui parola fu in principio trasmessa ad un capostipite, un patriarca delle origini, che a sua volta la comunicò alla propria discendenza.

Se tale intuizione si rivelasse fondata, essa ridurrebbe drasticamente la distanza fra le più antiche tradizioni religiose dell’umanità e la rivelazione biblica, mostrando come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non sia una figura isolata nella storia del sacro, ma la manifestazione storica più compiuta di una verità che già pulsava nelle profondità della coscienza primitiva. La consonanza fra la teologia sumerica e i racconti del Genesi — già nota agli studiosi delle civiltà mesopotamiche — trova qui una conferma ulteriore: i Sumeri, come i popoli delle foreste africane o delle distese americane, conservano frammenti di una sapienza assai più antica, ormai dilavata dai secoli.

Ritorno all’origine

Il lavoro di Schmidt non si esaurisce dunque in una mera disamina etnologica, ma c’invita a ripensare il cammino stesso della civiltà. Se il monoteismo non è un punto di arrivo, ma un’origine, allora la storia delle religioni non è la storia di una progressiva illuminazione, bensì il racconto di una dispersione, di un allontanamento dall’unità primordiale del divino. Come il fiume che si ramifica in mille rivoli prima di confluire nel mare, così l’umanità sembra aver spezzato, nel corso del tempo, quel legame diretto con l’Essere Supremo, frantumandolo in un caleidoscopio di credenze e rituali.

Ma se la storia è discesa, niente impedisce che possa essere anche ascesa. L’intuizione di Schmidt ci suggerisce che, se vi fu un tempo in cui la coscienza dell’unità divina era universale, nulla esclude che l’uomo possa ancora tornare a essa. Non si tratta, evidentemente, di restaurare culti ormai dimenticati, né di recuperare tradizioni cristallizzate nel passato. Piuttosto, il compito della filosofia, della teologia e della storia appare quello di risalire il fiume della memoria fino alla sorgente, riscoprendo quell’antica voce che ancora, nei recessi più profondi dell’anima umana, sussurra il nome dell’Uno.

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  • Redazione

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