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L’ontologia dell’Unico e la dottrina della reintegrazione

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L'ontologia dell'Unico e la dottrina della reintegrazione

Introduzione: il primato dell’Unità

L’indagine metafisica sulla natura del sacro rivela, al di sotto della lussureggiante fenomenologia delle forme religiose esteriori, un nucleo dottrinale immutabile: la tesi della reintegrazione all’Uno.

Se l’esoterismo si configura come la “scienza dei princìpi”, il suo assioma fondamentale risiede nella convinzione che la molteplicità fenomenica sia l’esito di una frammentazione ontologica e che il percorso iniziatico rappresenti il reditus, ovvero il movimento ascensionale verso l’Unità primordiale.

In simile prospettiva, la distinzione fra monoteismo e politeismo antico appare puramente formale, poiché gli epoptai (coloro che hanno visto) di ogni era hanno sempre riconosciuto l’Unico come scaturigine e fine di ogni manifestazione.

La tesi secondo cui la via iniziatica tradizionale consiste in un processo di progressiva reintegrazione all’Uno attraversa, come un filo d’oro, l’intera storia del pensiero religioso e metafisico dell’umanità.

Essa si manifesta sotto forme simboliche, mitiche e dottrinali differenti, ma conserva una sostanziale unità di contenuto: la consapevolezza che la molteplicità fenomenica non è che una dispersione apparente rispetto a un principio originario assoluto, semplice e indivisibile, al quale l’essere umano è chiamato a ritornare attraverso un itinerario di conoscenza, purificazione e trasformazione interiore.

L’Uno come principio metafisico universale

La nozione dell’Uno quale principio supremo è attestata in numerose tradizioni. Nella filosofia greca, essa trova una formulazione eminente nel Neoplatonismo, in particolare in Plotino, per il quale l’Uno è al di là dell’essere e del pensiero, sorgente ineffabile da cui procede ogni realtà per emanazione e verso cui tutto tende per conversione (ἐπιστροφή).

Simile schema ontologico – processione, dispersione e ritorno – costituisce una struttura fondamentale di ogni autentico percorso iniziatico.

Analogamente, nelle Upaniṣad indiane si afferma l’identità fra l’ātman individuale e il brahman universale (tat tvam asi), esprimendo una visione non-duale che implica la reintegrazione dell’individuo nell’Assoluto.

Siffatta convergenza dottrinale suggerisce l’esistenza di una sapienza perenne, di cui le differenti tradizioni religiose ed iniziatiche rappresentano espressioni molteplici ma concordanti.

I Misteri antichi e il monoteismo esoterico

Contrariamente a una lettura anacronistica e superficiale, le religioni dell’antichità classica non furono semplicemente politeistiche nel senso moderno del termine.

I Misteri – eleusini, orfici, dionisiaci – custodivano un insegnamento riservato agli iniziati, nel quale la pluralità delle divinità si vedeva ricondotta ad un principio unitario trascendente.

I culti misterici, dunque, offrivano una forma di religiosità più personale ed interiorizzata, in cui la salvezza veniva concepita come un ritorno a una condizione originaria.

In siffatto contesto si può comprendere la distinzione fra politeismo exoterico e una forma implicita di panenteismo esoterico: il divino non è molteplice in senso assoluto, ma si manifesta nel molteplice senza esaurirvisi. La dottrina panenteistica – secondo cui tutto è in Dio e Dio è in tutto, pur trascendendo il tutto – consente di conciliare l’immanenza e la trascendenza del divino, evitando sia il dualismo radicale sia il riduzionismo panteistico.

La Religio Vera e il Cristianesimo ante litteram

Nel Cristianesimo, l’unità di Dio si trova affermata in forma dogmatica, tuttavia essa possiede anche una dimensione mistica e iniziatica. La teologia negativa, sviluppata da autori come Dionigi Areopagita, insiste sull’inaccessibilità dell’essenza divina, che può essere conosciuta solo attraverso un processo di spoliazione e trascendimento delle categorie mentali.

Tale via apofatica coincide con un itinerario di reintegrazione nell’Uno, in cui l’anima, superando la molteplicità delle rappresentazioni, si unisce a Dio in una conoscenza “per unione”.

La celebre affermazione di sant’Agostino d’Ippona, secondo cui «quella che ora si chiama religione cristiana esisteva già presso gli antichi e non mancò fin dall’origine del genere umano», non deve essere intesa come un’appropriazione indebita, bensì come il riconoscimento di una sapienza primordiale o Sophia Perennis.

Non è privo di significato che alcuni fra i primi Padri della Chiesa, quali Clemente Alessandrino e Giustino, abbiano ravvisato nelle dottrine insegnate dalla scuola pitagorica un’anticipazione del Logos, interpretandole come preparazioni filosofiche al Cristianesimo stesso.

Tale continuità non appare accidentale: l’etimologia stessa del nome Pythagóras (Πυθαγόρας) schiude un orizzonte rivelatore. Esso, infatti, si compone di Pyth (il Pizio, Apollo) e agorá (la piazza): Pitagora è dunque colui che “annuncia pubblicamente” la verità apollinea.

Ma qual è l’essenza di Apollo? Divinità della luce e della misura, incarna l’unità e l’ordine, opponendosi al caos della dispersione. In questo senso, il Pitagorismo può essere letto come una via di reintegrazione attraverso la conoscenza dell’armonia numerica del cosmo.

Secondo l’esegesi neoplatonica e plutarchea, il nome Apóllōn rappresenta l’enunciazione metafisica dell’Unità: derivando dall’alpha privativo e da polýs (molto), esso significa letteralmente “non-molti”, ossia l’Uno.

Il Dio del Sole, dunque, non è che il simbolo della Monade indivisibile che dissolve la caliginosa illusione della diade. Nella scuola pitagorica, in effetti, il numero uno (μονάς) era considerato principio di ogni realtà, origine dell’ordine cosmico e fondamento dell’armonia universale.

Dal panteismo alla metafisica della luce

È fondamentale distinguere fra il panteismo naturalistico e la dottrina dell’Iniziato, che è propriamente panenteistica (pân-en-theós). Mentre il panteismo rischia concretamente di appiattire la divinità sulla materia, il panenteismo sostiene che, sebbene “Dio sia in tutto e tutto sia in Dio”, Dio ecceda infinitamente il tutto.

Lo stesso Pantheon antico non era affatto un catalogo di idoli separati, ma piuttosto una mappa delle potenze (le Dynameis) attraverso cui l’Unico si rifrange nel cosmo.

Gli Iniziati ai Misteri (da Eleusi a Samotracia) comprendevano che le divinità erano “aspetti” o “nomi” dell’Ineffabile. Come osserva Plotino nelle Enneadi, l’anima deve spogliarsi della propria alterità per giungere all’henosis, l’unione mistica.

Il dramma della scissione: Diábolos e molteplicità

Il tema della reintegrazione si esprime anche in ambito simbolico e iniziatico tramite l’idea della ricomposizione dell’unità perduta. La frammentazione nel molteplice viene sovente associata ad una condizione di caduta o alienazione: la condizione umana ordinaria è caratterizzata dalla dispersione.

In termini simbolici, l’avversario del processo di reintegrazione è il diavolo (diábolos), dal greco diabállō (“separare, dividere, gettare attraverso”). Il principio diabolico rappresenta, metafisicamente, il principio della separazione che lacera l’unità dell’essere, inducendo l’uomo a percepire se stesso come atomo isolato dal Tutto.

L’etimologia del termine “diavolo” (διάβολος), inteso come “colui che divide”, rafforza dunque simile lettura simbolica: il male consiste nella separazione, mentre il bene coincide con l’unità.

A tale forza centrifuga si oppone l’opera dell’Iniziato, il cui compito è quello di ricondurre la molteplicità all’unità originaria. Detta operazione non è meramente intellettuale, ma implica una trasformazione ontologica dell’essere umano, che diviene progressivamente conforme al principio divino.

Nel grado di Maestro massone, non a caso, il compito rituale di “riunire ciò che è sparso” assume una valenza cosmogonica: non si tratta soltanto di ricomporre membra fisiche o sociali, ma di operare la sintesi interiore delle potenze psichiche frammentate per restituirle alla loro fonte originaria.

Conclusione: adoratori dell’Unico

La via iniziatica, nelle sue molteplici espressioni storiche, appare dunque come un cammino di ritorno all’Uno, una reintegrazione progressiva che supera la dispersione del molteplice per ricondurre l’essere alla propria origine.

Le religioni monoteistiche esplicitano simile verità in forma dogmatica, mentre le tradizioni misteriche e filosofiche la esprimono sotto forma simbolica ed esoterica. In entrambi i casi, l’Iniziato è colui che riconosce l’Unità del principio divino e orienta la propria esistenza verso la sua realizzazione.

Il vero Iniziato, in sintesi, trascende le barriere confessionali per farsi “adoratore dell’Unico”. Che egli utilizzi i numeri pitagorici, i dogmi del monoteismo abramitico o il silenzio meditativo dei Misteri, la sua meta rimane la medesima: la dissoluzione del principium individuationis e la reintegrazione nella pienezza dell’Uno.

In questo senso, l’Iniziazione consiste nella via che conduce dall’oscurità della divisione alla luce sfolgorante della Non-Dualità.

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