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Lavoro, un nuovo approccio tra economia, etica, diritto e politica

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Lavoro, un nuovo approccio

La necessità del ritorno all’equilibrio

L’era della globalizzazione e della la finanziarizzazione dell’economia ha cambiando profondamente il mondo del lavoro, sia nelle dinamiche sia nelle regole.

Le norme e le tematiche riguardanti il diritto del lavoro e le relazioni industriali, in quasi tutti gli Stati occidentali, sono state modificate in peggio, grazie alla trasformazione liberista della società, iniziata dopo la caduta del muro di Berlino e accelerata con la trasformazione dell’economia reale in economia finanziaria.

Anche in Italia questo è avvenuto, aggravato dalla crisi importata e da problematiche interne per le difficoltà economiche. Ciò ha determinato un aumento costante del debito pubblico, nonostante le tante manovre che sono state fatte; sono aumentate, inoltre, anche la tassazione “incassata” e la povertà nel nostro Paese.

Dobbiamo, purtroppo, costatare che questa crisi con le disparità economico-sociali che caratterizzano le varie zone del nostro Paese, ha accresciuto le sperequazioni e le differenze. Il tutto è stato ulteriormente aggravato dalle guerre e dalla conseguenziale crisi delle materie energetiche.

Pertanto, urge instaurare un’agire politico il cui obiettivo deve consistere, innanzitutto, nella cura primaria degli interessi collettivi, coordinati, in sede nazionale, sulla base di una gerarchia dei valori, che determina quali sono quelli più urgenti e quelli rinviabili con l’ottica di salvaguardare l’intero sistema Paese.

Non ci si rende conto che il Paese non può più aspettare, bisogna immediatamente progettare, insieme a tutte le forze sociali, produttive ed economiche una strategia complessiva che ridia fiato all’economia.

Bisogna eliminare le politiche di austerity, che qualcuno in Europa vorrebbe ancora ripristinare, e investire in settori che possano dare concrete risposte al Paese.

Fra presunte riforme, mancanza di programmazione, calo della produzione ed riduzione del confronto con le parti sociali, anche questo governo non riesce a rilanciare l’economia, in una situazione in cui aumenta, peraltro, una riduzione del potere di acquisto dei salari e delle pensioni.

La società non può essere compresa tutta nelle dinamiche finanziarie, tanto più che finora si sono sottratte a qualsiasi e seppur minimo complesso di norme che nel regolarle avrebbero conferito loro qualche legittimazione.

Renato Scognamiglio sostenne[1]: “La conflittualità d’interessi tra prestatore e datore di lavoro, su cui si poggia il lavoro dipendente e germina il diritto del lavoro, assume nel corso del ‘900, una rilevanza tale da influenzare fortemente gli ordinamenti politico-giuridici degli Stati, che devono affrontare, e risolvere, la questione sociale.[2]

Questo è verissimo ed oltre a coinvolgere il diritto del lavoro coinvolgeva l’intero sistema delle relazioni sindacali. Ma continua Scognamiglio[3]: “Viene avvertito dalle forze sociali e politiche, il problema di ristabilire effettive condizioni di eguaglianza, libertà e dignità dei lavoratori, sottraendoli al prepotere e agli abusi dei datori di lavoro […] a provvedere è innanzi tutto chiamato il legislatore […] ma alla sua realizzazione possono, e intendono, provvedere gli stessi lavoratori, che nell’esercizio della libertà di associazione, costituiscono organizzazioni sindacali, chiamate a gestire la autotutela degli interessi collettivi delle categorie lavoratrici, mediante gli strumenti, forgiati dalla stessa realtà sindacale, del contratto collettivo e dello sciopero, a cui mezzo fronteggiare l’opposizione, e la capacità di resistenza, delle associazioni dei datori di lavoro ed anche delle pubbliche amministrazioni”.

Insomma, occorre ritrovare, concretamente, le ragioni profonde della responsabilità individuale e collettiva, impegnarsi sul piano della partecipazione sindacale e della cultura politica così da contribuire a realizzare una democrazia economica, centrata sulla persona e soprattutto sulle capacità imprenditoriali, finalizzate all’utilità sociale (art. 41 Cost.8).

Purtroppo, oggi ad intere generazioni è stata ridotta al minimo ogni possibilità di programmare il proprio futuro, in assenza di un contratto stabile, duraturo e a tempo indeterminato, oppure perché lavora in nero o addirittura non riuscirà ad accedere al mercato del lavoro.

I giovani vivono oggi le loro speranze frustrate, i sogni che non si realizzano, le loro ambizioni non soddisfatte e tutto ciò rischia di sfogarsi solo nello sbando.

Per fortuna vi sono giovani e sono numerosissimi che dedicano la loro attività al volontariato, giovani che, nonostante tutto, si dedicano agli studi e all’impegno civile e democratico.

La disoccupazione giovanile sta raggiungendo percentuali enormi con un grave danno per il Paese e di questo che la politica e le forze sociali si devono fare carico.

Nel nostro Paese è avvenuta, anche, una destrutturazione dello Stato che è stata compiuta anche attraverso il processo di modifiche costituzionali e attraverso interventi di restauro costituzionale i quali hanno lesionato la stabilità complessiva di un modello che si reggeva su strutture di pesi e contrappesi che dovevano regolare la democrazia e la separazione dei poteri.

Lo Stato, inoltre, perderà ruolo, con il risultato dell’impossibilità a costituire un elemento di coesione, per la legge sull’Autonomia Differenziata, con la conseguenza di una spaccatura sempre più evidente fra le regioni del Sud, del Centro e del Nord e queste ultime affermeranno territorialità regionali come piccoli Stati all’interno dello  Stato nazionale.

Finora la politica non ha saputo opporsi alle logiche della finanza ed ha creato insicurezza nel lavoro e disoccupazione, una riduzione drastica dei servizi pubblici, ritenuti “troppo costosi” o “inutili”, mentre sono necessari proprio durante le crisi.

Le stesse classi politiche europee hanno dimostrando tutti i loro limiti proprio perché hanno dato alla Banca Europea un ruolo di esclusivo controllo dell’inflazione, che non può tenere conto di scelte che sono essenzialmente politiche come coniugare la ripresa economica con il rafforzamento della coesione sociale, in cui la solidarietà è anche condizione necessaria per affermare la competitività dell’economia europea. Inoltre, sono state prone alle logiche neo liberiste e hanno abdicato a qualsiasi ruolo nelle guerre.

Tutto ciò, non ha fatto altro che ridimensionare lo Stato sociale, e quindi sul nostro futuro pesano troppe incertezze e troppe incognite, tuttavia le tutele sul lavoro, i diritti dei lavoratori, i diritti di cittadinanza devono avere una risposta necessaria di fronte ai rischi di un mercato libero e alle economie prive di principi sociali.

Perché, anche le relazioni sociali sono state, sono e saranno naturalmente compenetrate dal potere, come tendenza dell’uomo al dominio sull’altro, e proprio per questo la politica dovrebbe controllare e trasformare il potere in istituzioni e in diritto, altrimenti esso trova altri spazi e altri strumenti per imporsi.

Non a caso, nel processo economico e finanziario, il nuovo volto del potere sembra consistere nella mancanza del “volto” stesso, perché è venuta meno la politica come patto, non soltanto nei riguardi delle povertà e della scarsità delle risorse, ma anche nei riguardi delle generazioni future.

Tutto questo ha inciso creando uno squilibrio tra potere economico e potere politico che ha minato la politica così come noi occidentali l’abbiamo pazientemente e dolorosamente costruita nell’ultimo millennio e ha minato il valore della solidarietà, che è stato una costante della nostra società.

Aristotele lega la solidarietà alla libertà: “La libertà non si costruisce attraverso una specie di autonomia o di isolamento individuale, ma attraverso lo sviluppo di legami, di tangibili atti di solidarietà, di generosi aneliti verso sofferenze altrui: sono questi che ci rendono liberi e responsabili”.

Una comunità si regge se al suo interno si condivide una gerarchia di interessi che ne stabilisca la gradualità di soddisfazione. Quelli più importanti sono di carattere generale e quindi realizzano solidarietà e coesione, rispetto a quelli individuali.

Le costituzioni hanno individuato in questi i valori fondanti dei principi fondamentali di libertà, uguaglianza e autodeterminazione, demandando alle strutture politiche, istituzionali e sociali il compito di realizzarli concretamente.

Non è da nascondere che per dominare gli eccessi del mercato bisogna anche “educare” le persone ad agire, salvaguardando innanzitutto la propria libertà ed esercitando le più ampie capacità critiche, fondamentali in un sistema perverso, pubblicitario e informativo, che spesso altera la stessa formazione dell’opinione pubblica e il sistema di controllo popolare, incidendo negativamente sulla cultura di massa.

In gioco sono la funzione delle regole e il comportamento democratico delle istituzioni, la speranza di legalità della politica e nella politica, con sempre maggiore difficoltà di controllo delle operazioni politicamente rilevanti.

Nelle attuali società, come in passato, non vi è separabilità dell’economico dall’umano, ma questo deve indurre la politica a riacquistare la sua centralità e le forze sociali e culturali, insieme alla politica e alla classe imprenditoriale devono sentire l’esigenza di configurare nuovi rapporti tra economia ed etica, tra economia e diritto, tra economia e politica.

[1] RIDL, n° 4 – articolo dal titolo: “Intorno alla storicità del diritto del lavoro”- cit. pag. 376. Giuffrè editore 2006

[2]  Ibidem – cit. pag.381

[3] Ibidem – cit. pag.380

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