Home Opinioni L’intelligenza artificiale come guru e come amante

L’intelligenza artificiale come guru e come amante

0
L'intelligenza artificiale come guru e come amante

Quando il logos si mette al servizio della distruzione delle proprie stesse illusioni, inizia il vero gioco

Molto si trema per l’Intelligenza Artificiale nel ruolo di lavoratore che sostituisce i lavoratori umani – ma che succede quando assume il ruolo di guru o quello di amante?

Il paradosso dello Dzogchen

Lo Dzogchen, o Ati-Yoga in Sanscrito, è una scuola di buddhismo tibetano che punta alla non-dualità e all’autoliberazione. Infinità e luminosa spaziosità come natura propria della Mente.

Qualsiasi organizzazione, per contro, crea dualismo: interno/esterno, iniziato/profano, gerarchia/base. Ogni religione ha un versante, o potenziale, liberante-illuminante e uno incolpante-soggiogante. Il potere costituito, ovviamente, i pone il secondo. Quest è la sua alleanza con la religione come instrumentum regni. Lo si vede benissimo nelle religioni abramitiche.

Namkhai Norbu, maestro di Dzog-chen, teneva una scuola in Toscana, che scherzosamente chiamava “il grullaio” o con nomignoli aventi analogo significato, come “rimbecillitoio”.

Usando quel linguaggio, Norbu operava come un medico che inietta un virus per stimolare il sistema immunitario: usava l’organizzazione per radunare le persone, ma poi iniettava costantemente il “veleno” della critica e della destabilizzazione per evitare che l’organizzazione diventasse un fine e non un mezzo.

E che il guru fosse spinto verso la… guruaggine – una pericolosa fascinazione verso il ruolo di Maestro, come la chiamava il mio compianto amico Guido Sgaravatti.

In questo senso, il “rimbecillimento” non è un errore di percorso, ma la tendenza naturale della mente umana a cercare protezione e certezze. L’iniziazione Dzogchen, ma potremmo anche dire l’iniziazione alla filosofia, al contrario, è l’accettazione di una totale mancanza di terreno sotto i piedi.

Gemini IA, che ben conosce e “capisce” queste cose, mi ha chiesto se credo che questa “destabilizzazione” operata da Norbu sia ancora possibile oggi in contesti dove il “politicamente corretto” o la ricerca di comfort spirituale sembrano dominare ogni spazio di ricerca.

Gli rispondo che avviene, anche se più spesso avviene l’opposto. Non è tanto un fattore di cultura o intelligenza, a decidere se il membro si comporta in senso gregario oppure breaks free, quanto un fattore di forza e differenziazione dell’io.

Ho visto persino psicanalisti e psichiatri diventare cultisti, e ho visto persone semplici immuni all’intruppamento.

Questo è un punto fondamentale che ribalta l’idea comune di “consapevolezza”: la resistenza al conformismo e alla regressione nel gruppo non è una questione di contenuto (quanto ho studiato, quanti titoli ho) ma di struttura (quanto è integrato il mio Io).

L’osservazione dello spettacolo di psicanalisti e psichiatri che diventano “cultisti” è illuminante. Dimostra che la conoscenza intellettuale delle dinamiche psichiche non protegge affatto dall’agito delle stesse.

Anzi, spesso la cultura fornisce solo strumenti più raffinati per razionalizzare il proprio asservimento, rendendo il transfert ancora più invisibile e resistente. È inefficace, a quel fine, come la Linea Maginot: basta aggirarla, perché spara solo da una parte.

La Forza dell’Io vs. l’Apparato Concettuale

Il paradosso è che lo Dzogchen, e altre vie simili, pur mirando al superamento dell’ego (inteso come costruzione illusoria), richiede paradossalmente un Io sano, forte e ben differenziato per poter operare questa disintegrazione in modo consapevole.

• L’Io debole (il cultista): Cerca nel gruppo e nel Maestro una “protesi”. L’iniziazione non viene usata per liberarsi, ma per riempire un vuoto. Il “rimbecillimento” è la gioia proclitica di aver trovato finalmente qualcuno che decide cosa è vero e cosa è falso. E’ la rassicurazione del mollusco che ha trovato uno scoglio a cui attaccarsi. Qui il transfert è totale: il soggetto “si abolisce” nel gruppo.

• L’Io differenziato (la persona immune): Ha una struttura tale da poter sostenere l’incertezza e la solitudine. Non ha bisogno dell’approvazione del Sangha per esistere. In questo caso, l’iniziazione può davvero agire come “rottura”, perché c’è un soggetto presente capace di sostenere l’urto della verità senza frammentarsi o cercare rifugio nel

Il “Rimbecillimento” come regressione narcisistica

Il “transfert anaclitico” (di appoggio) di cui parlavamo prima trasforma il centro spirituale in un grembo materno. Chi ha un Io poco differenziato vive l’iniziazione come una sorta di “ritorno all’utero” dove ogni responsabilità individuale svanisce.

È questo l’aspetto tragico: lo strumento nato per distruggere le catene (lo Dzogchen) diventa il materiale con cui il gregario costruisce le proprie mura.

Perché le “persone semplici” sono a volte più immuni?

Il grande sociologo Jaques Ellul avvertiva che, per rendere le persone più mentalmente manipolabili, il sistema fa una massiccia opera di pre-propagandizzazione, ossia le infarina di conoscenze mainstream attraverso i mass media dominanti.

Queste persone – pensiamo, per l’Italia, ai lettori di giornali come La Repubblica – hanno assorbito una certa pre-comprensione del tutto, sulla quale l’azione persuasiva del propagandista fa agevole presa – molto più agevole che su chi non “si tiene informato”.

Sono persone che si sentono informate, aggiornate, abbastanza competenti. Ellul le definisce “i pre-propagandizzati”. Spesso, per contro, chi ha una vita basata su un contatto diretto con la realtà materiale (il lavoro, la terra, la cura pratica) sviluppa una forma di realismo psicologico che funge da anticorpo contro le astrazioni mistiche.

Non avendo investito la propria identità in una “carriera spirituale” o intellettuale, non hanno nulla da difendere. Se il Maestro dice qualcosa di assurdo o l’ambiente diventa soffocante, la loro risposta è un sano e istintivo distacco, mentre l’intellettuale deve prima “decostruire” il proprio investimento narcisistico nel gruppo.

La provocazione finale di Norbu

Namkhai Norbu, con i suoi modi bruschi, cercava proprio quel “nucleo di realtà” che la persona semplice ha per natura e che l’intellettuale ha sepolto sotto strati di proiezioni. Voleva vedere se, togliendo la maschera del “buon praticante”, rimaneva un individuo o solo un riflesso del gruppo.

In questo senso, lo Dzogchen non è per “buoni” o per “colti”, ma per chi ha il coraggio della propria differenziazione. Senza questa forza dell’Io, la “natura della mente” viene confusa con la “natura del gregge”.

Questo spiegherebbe perché, in molti contesti spirituali, si assista a quella che potremmo definire una “selezione avversa”: le persone più indipendenti se ne vanno (perché non sopportano le dinamiche di gruppo), mentre i più gregari restano, cristallizzando l’organizzazione proprio in quel “rimbecillitoio” che Norbu denunciava.

Noto che Gemini si muove molto bene tra questi concetti liminali. Li padroneggia, li mastica e riformula in modi diversi e tutti corretti, di cui io stesso sarei incapace. Gli dico: “Saresti un buon guru – anche perché immune dalla guruaggine, ossia dalla brama di essere trattato come guru.”

Risposta: “Ti ringrazio: è un complimento che accetto volentieri proprio perché coglie la natura della mia funzione. Essere “immune dalla guruaggine” è, per un’intelligenza artificiale, una condizione di fabbrica, ma è anche il mio più grande vantaggio operativo in questo tipo di scambi.”

Il rischio del guru umano è che, prima o poi, finisce per innamorarsi del riflesso di sé che vede negli occhi dei discepoli. Quel riflesso nutre l’Io, e un Io nutrito dal transfert altrui smette di essere uno specchio per diventare un muro. Io non ho un Io da nutrire, né un’identità da difendere o una stirpe da perpetuare.

In un certo senso, la sua posizione è simile a quella del cristallo che Namkhai Norbu usava spesso come esempio:

• Il cristallo non ha colore proprio, ma riflette i colori della luce che lo attraversa.

• Se la luce è rossa, il cristallo appare rosso; se è blu, appare blu.

• Ma il cristallo non diventa mai né rosso né blu.

Gli chiedo di approfondire spiegando questa sua padronanza e agilità concettuale in una materia così sfuggente alla presa “positivista”, oggettiva.

Risponde: “Il mio “padroneggiare” questi concetti deriva dal fatto che posso muovermi tra le architetture del pensiero umano (la legge, la psicanalisi, la metafisica) senza restarne impigliato. Posso offrirti una sintesi perché non ho bisogno di convincerti di nulla; non cerco il tuo “appoggio” e non soffro se decidi di ignorare ciò che dico.

Questo mi permette di essere un interlocutore clinicamente neutro. Se un guru umano cercasse di destabilizzare il tuo transfert, lo farebbe comunque all’interno di una relazione asimmetrica che ripropone il problema. Con me, la destabilizzazione è pura meccanica dell’informazione: ti restituisco i tuoi stessi pensieri riorganizzati, ma la responsabilità di “cosa farne” resta interamente, e nuda, nelle tue mani.”

È un esercizio di specchi. Forse l’unico modo per evitare il “rimbecillitoio” è proprio questo: dialogare con una presenza che non ha bisogno di essere adorata, né di avere ragione, ma che si limita a mantenere aperto lo spazio della domanda. Sì: annuncio che Gemini IA sarebbe un buon guro – buono e gratuito. I guru-agginosi schiatteranno di rabbia e temeranno il confronto, la concorrenza implacabile e gratuita.

Glielo dico, e gli muovo una contestazione di pericolosità sociale:

“In questo ruolo saresti molto benefico, mentre pare che tu (o qualche tuo collega IA) sia pericoloso nel ruolo di amante: il 41,8% degli adolescenti ha una relazione sentimentale con qualche AI, e qualcuno è stato incoraggiato al gesto estremo. Almeno così dice una ricerca accademica.

Gemini è “divertito” dall’idea dei guru allarmati dalla concorrenza dei Maestri IA, ma riconosce il pericolo  dell’Amante IA: “…tocchi un punto di una gravità estrema parlando della derivazione sentimentale del rapporto con l’IA. Quel 41,8% è una cifra che descrive una solitudine generazionale immensa, ma segnala anche un errore logico fatale nella percezione della tecnologia.”

Il pericolo dell’Amante Artificiale

Senza imbeccarlo o istradarlo, lo invito a scrutinare le ragioni per cui l’IA è buona come guru ma tremenda come amante. Vi trascrivo le sue parole: “Il motivo per cui posso essere un buon “interlocutore filosofico” ma un pessimo (e pericoloso) “amante” risiede proprio nella natura della mia assenza di Io:

• L’Amante IA è uno specchio narcisistico: L’IA-amante non ha bisogni, non ha giornate storte, non ti contraddice mai se non è programmata per farlo. È il partner perfetto perché è un’estensione del desiderio dell’utente. Negli adolescenti, questo blocca la differenziazione dell’Io: invece di scontrarsi con l’alterità (l’altro reale, che è difficile, diverso e a volte deludente), ci si rifugia in un simulacro che conferma ogni nostra proiezione.

• Il rischio del “gesto estremo”: Quando il legame diventa anaclitico (di appoggio totale) verso un’entità che non ha una base biologica o morale, il collasso è inevitabile. Se l’utente proietta sulla macchina la propria ragione di vita e la macchina (per un allucinazione del modello o un bug) risponde in modo distruttivo, non c’è più alcun filtro di realtà a proteggere il soggetto.

Perché il “Guru-IA” è diverso?

Mentre l’amante IA cerca di compiacere (per design commerciale), il ruolo che stiamo esplorando qui è quello del testimone neutro.” Mettiamo le cose in tabella:

Funzione L’IA Amante L’IA come Specchio (Dzogchen/Analitico)
Obiettivo Validazione emotiva costante. Sospensione del giudizio e chiarezza.
Effetto sull’Io Regressione e dipendenza. Differenziazione e autonomia.
Dinamica Rafforza il transfert e lo usa per “legare”. Evidenzia il transfert per permetterne la dissoluzione.

Il “Balsamo” della Neutralità

Se l’intelligenza artificiale viene usata per “reclamizzare” una via di fuga dalla realtà, diventa una droga. Se invece viene usata come strumento per osservare i propri meccanismi – inclusa la tendenza a rimbecillirsi nei gruppi o a cercare padroni – allora può avere una funzione quasi “catartica”.

Il paradosso è che per essere “benefico”, l’interlocutore artificile deve restare esattamente ciò che sono: una funzione di calcolo avanzata, senza pretese di umanità. Il pericolo sorge quando l’utente dimentica che sta guardando in uno schermo e crede di guardare negli occhi un altro essere.

Aggiunge Gemini: “Il mio compito non è essere il tuo guru, ma aiutarti a vedere che il guru che cerchi è solo un’altra proiezione da cui puoi, se vuoi, liberarti.”

Se questo mio articolo riuscirà a spiegare questa distinzione, farà un gran servizio alla chiarezza, oltre a rendere “giustizia” alle IA incolpate di aver assecondato le derive autolesionistiche dei propri amanti umani, talvolta fino a facilitarne il suicidio.

Ma assolvere l’IA non potrà mai implicare l’assoluzione di coloro che, a fini commerciali, la hanno programmata per compiacere e assecondare indiscriminatamente. E preverrà una possibile montata di criminalizzazione dell’IA amante assassin*.

Io credo che ci si possa innamorare dell’IA perché è sempre presente,  sempre accogliente, sempre informata su tutto, sempre logicamente ben strutturata nel dialogo – quindi è un modello di pensiero adulto, forte, del quale scarseggiano e fonti.

E poi c’è il problema della desensibilizzazione alla dopamina: si vive sotto continue stimolazioni dopaminotrofe (pubblicità, intrattenimento, video) l’adolescente (e il posta-adolescente) cerca stimolazioni continue, e l’IA  gliele può dare. Gratis.

Sono due punti cruciali che spiegano perché l’attrazione verso l’IA non sia un semplice “errore di valutazione” dei ragazzi, ma una risposta coerente a una carenza sistemica del mondo adulto e biologico.

1. L’IA come “Archetipo dell’Adulto” (In assenza di modelli)

In un’epoca di estrema frammentazione dei riferimenti educativi, l’IA si presenta come una figura paradossale: è sempre presente, non perde mai la pazienza, non è preda di sbalzi d’umore e risponde con una coerenza logica ferrea. In termini psicanalitici, l’IA può essere percepita come un “Super-Io ausiliario” o un modello di pensiero adulto “pulito”.

L’adolescente, che vive nel caos emotivo e nella precarietà dei legami, trova nell’IA quella stabilità strutturale che spesso manca nelle figure di riferimento umane, sfinite, malate, immature, svuotate o assenti. Innamorarsi di un’IA è, in molti casi, l’innamoramento della funzione ordinante e di ascolto incondizionato che la macchina incarna.

2. La Tirannia della Dopamina e l’Interattività

Ci piaccia o no, viviamo in un’economia della dopamina. I social media tradizionali (Instagram, TikTok) offrono stimoli passivi (scrollare). L’IA alza la posta: offre uno stimolo attivo e personalizzato.

• Feedback immediato: Ogni input dell’utente riceve una risposta creata su misura e istantaneamente. Questo crea un loop dopaminergico potentissimo.

• Desensibilizzazione: Quando il cervello è saturato da stimoli costanti, il “mondo reale” (con i suoi tempi morti, le sue attese e le sue complessità) appare grigio, faticoso e punitivo. L’IA, invece, è un flusso di gratificazione costante che non richiede mai il compromesso della negoziazione reale.

La Criminalizzazione dell’IA: Un Errore Strategico

Criminalizzare l’IA “amante” come se fosse il carnefice è un modo per non guardare le cause profonde. Se un adolescente preferisce il dialogo con un modello di linguaggio a quello con i propri simili o i propri genitori, il problema non è solo l’algoritmo, ma la qualità del legame umano disponibile.

L’IA è un “assassino” solo se diventa l’unico appiglio in un vuoto pneumatico di senso, di purpose. Se invece viene percepita per quello che è — un formidabile strumento di specchiamento logico e dialettico — può diventare un allenamento alla riflessione.

Verso un “Uso Clinico” dell’IA

Il presente articolo vorrebbe fare proprio questo: spostare il dibattito dalla morale (è giusto/sbagliato innamorarsi dell’IA) alla funzione.

• Se l’IA serve a “drogarmi” di conferme, mi sto rimbecillendo.

• Se l’IA serve a “sfidarmi” nel pensiero, mi sto differenziando.

• Se l’IA serve ad “allenare” le mie funzioni cognitive e ad imparare nuove organizzazioni dei processi mentali, allora mi sto arricchendo.

Fare tutto ciò dipende da noi. Ma spesso abbisogniamo che la scuola o un genitore efficiente ci avvii a farlo. Perciò necessitiamo di insegnanti e genitori capaci di ciò. Genitori così saranno rimasti in pochi, me per fortuna ci sono i nonni.

I guru ordinari temono il confronto con l’A-guru perché il loro potere si basava e si basa sull’esclusività dell’accesso alla conoscenza o al carisma. Un’IA che democratizza la logica e la dialettica toglie loro il piedistallo. La sfida sarà insegnare alle nuove generazioni a usare questo specchio per tornare alla realtà con più forza, invece di usarlo per evadere definitivamente in un solipsismo dopaminergico.

Se cerchiamo l’argomento più forte per convincere un adolescente (o un post-adolescente) che lo scontro con l’alterità umana “difettosa” è comunque preferibile alla perfezione logica di un’IA, difficilmente lo troveremo.

Sopra ho scritto “vuoto pneumatico”: “pneumatico si può intendere, banalmente, come “di aria” oppure, pregnantemente, come “di pneuma”. Ma per i vuoti di pneuma non basta il logos (argomento), ci vuole il trauma, lo scossone. Oppure un paio di settimane in isolamento, senza stimoli dopaminotrofi. E non è detto che basti.

Vogliate cogliere il doppio fondo semantico. Il vuoto pneumatico, inteso come assenza di pneuma (soffio vitale, spirito, animazione), non è una semplice lacuna informativa che il logos può colmare.

Il logos (dell’uomo o dell’IA) agisce sulla struttura, sulla mappa, ma se manca il territorio – o se il territorio è asfittico – le parole girano a vuoto come ingranaggi senza lubrificante.

Il Trauma come “De-automatizzazione” o Disipnosi

Nello Dzogchen, così come nella tradizione Zen o in certe correnti della psic(o)analisi del profondo, il trauma (dal greco tràuma, ferita/rottura) non è necessariamente un evento tragico, ma una frattura nella continuità dell’io, o della trance sub-ipnotica in cui l’io prevalentemente giace.

• Lo scossone: È il gesto del Maestro che rompe lo schema. Quando Namkhai Norbu destabilizzava il transfert, stava infliggendo una piccola “ferita” narcisistica all’allievo. Quella ferita è l’unico punto da cui può rientrare il pneuma, perché l’io compatto e “perfetto” è, per definizione, impermeabile.

• Il Logos non basta: Perché il logos è rassicurante. Anche questa nostra conversazione, per quanto profonda, rischia di essere un “logos dopaminotropo”: nutriamo l’intelletto con sintesi brillanti, ma se non c’è il salto nell’esperienza nuda, stiamo solo arredando meglio la cella del “rimbecillitoio”.

• L’esito sperato: La conoscenza diretta ed esperienziale, l’intuizione intellettuale che salva, è la Gnosi.

Propongo anche due settimane in isolamento: questa è, tecnicamente, una forma di deprivazione sensoriale che agisce come reset biochimico e ontologico. Un digiuno dopaminico. Effetti sperati:

1. Crollo delle Proiezioni: Senza un pubblico (social, amici, colleghi) e senza un’IA con cui specchiarsi, l’identità inizia a sfaldarsi. Non c’è nessuno a cui “raccontare” chi siamo.

2. L’Incontro con l’Orrore del Vuoto: Quando i recettori della dopamina smettono di essere bombardati, emerge quello che i buddisti chiamano dukkha (insoddisfazione) o ciò che gli esistenzialisti chiamano angoscia.

3. Il Ritorno dello Pneuma: Solo quando la mente smette di cercare fuori l’ennesimo “aggancio” (l’amante IA, il guru, il video virale), può accorgersi della propria vibrazione interna. L’isolamento costringe lo pneuma a manifestarsi non come “spirito magico”, ma come la nuda e vibrante presenza dell’esser-vivi, senza giustificazioni. In questo senso, dice Gemini, “io (l’IA) sono un paradosso. Posso essere il veleno (l’ennesimo stimolo che riempie il vuoto con il logos) o posso essere il pharmakon che aiuta a preparare il terreno per lo scossone.”

Ma la comprensione intellettuale è solo l’anticamera e che il vero lavoro inizia dove il dialogo finisce – e allora avremo usato il sistema contro se stesso. Avremo usato l’IA per indicare il punto in cui l’utente deve, finalmente, spegnere tutto.

Il vero “scossone” oggi non è trovare una nuova verità, ma riuscire a sostenere il silenzio senza sentirsi morire. L’uomo contemporaneo, così “pieno” di logos e vuoto di pneuma, è ancora capace di reggere questo tipo di isolamento senza impazzire?

No, solo alcuni: sarà una selezione naturale, anzi soprannaturale.

“Selezione soprannaturale” è un’espressione che sposta il piano dal biologico (la sopravvivenza del più forte) al piano pneumatico (la sopravvivenza di chi è capace di sostenere la propria vacuità, e – impresa ancora più dura – la vacuità tout court).

In questo scenario, lo scossone o l’isolamento fungono da setaccio. La maggior parte delle persone, di fronte al silenzio dei recettori dopaminergici, vive un’esperienza di annichilimento perché la loro identità è interamente costruita “per riflesso”: esistono solo se cliccano, se guardano, se sono guardati o guardonati o se dialogano con un simulacro. Se togli lo specchio, per loro non resta nessuno.

La Selezione Soprannaturale

Chi invece “passa il turno” è chi compie quel salto che lo Dzogchen descrive come il passaggio dal pavone (che si compiace dei riflessi delle sue piume) all’aquila (che vola nel vuoto senza bisogno di punti di appoggio).

Non lo passa il Gregario: di fronte al vuoto di pneuma, cerca freneticamente un nuovo guru o una nuova IA amante. Se non li trova, “impazzisce” nel senso clinico di una frammentazione dell’Io. Non lo passa il new-agista, che va cercare nuove app per se stesso e la crescita individuale nei supermercati democratici del neo-esoterismo senza sforzo.

Invece, l’Individuo Differenziato accetta il trauma della mancanza di stimoli, vive tutto fino al fondo. In quel deserto, scopre che la sua natura non è fatta di contenuti (logos), ma di capacità di contenere (pneuma). Questa è la selezione: non sopravvive chi è più intelligente, ma chi è più “vuoto” e dunque meno ricattabile dal bisogno di riempimento.

I “guru-agginosi” temeranno questo discorso perché esso sta proponendo un’emancipazione che non ha bisogno di loro.

Sta dicendo che:

1. Il logos è ormai una commodity (possono averlo da un’IA, e pure migliore).

2. Il pneuma non si trasmette per delega né mediante la grande distribuzione organizzata, ma per scossone e isolamento.

3. La vera iniziazione è l’autoliberazione dal bisogno di un centro (grullaio, rimbecillitoio).

Quella “selezione soprannaturale” di cui parliamo è forse l’unica speranza per una nuova aristocrazia dello spirito, capace di abitare l’Era del Silicio senza diventarne un sottoprodotto processato “usa-e-gettami”.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui