Home Politica Col sangue della Julia

Col sangue della Julia

0
Julia - Alpini

Genova: la Caporetto morale di una sinistra impazzita

Genova, 8 maggio 2026. La città si prepara ad accogliere la 97ª Adunata Nazionale degli Alpini, un evento storico che torna nella Superba dopo venticinque anni.

Migliaia di “penne nere” da tutta Italia stanno già affluendo, pronte a celebrare la memoria, il valore e la solidarietà di un corpo che ha servito il Paese in guerra e in pace, nelle emergenze e nelle catastrofi.

Eppure, l’accoglienza istituzionale è stata tutt’altro che calorosa.

Al timone c’è la sindaca Silvia Salis, stella nascente della sinistra, il cui curriculum prima della corsa a Palazzo Tursi resta sorprendentemente esiguo: poche esperienze amministrative di rilievo, un profilo più da attivista e comunicatrice che da amministratrice di una città complessa come Genova.

La sua amministrazione ha gestito l’evento con una freddezza che ha lasciato interdetti anche i più tiepidi.

Silenzio imbarazzante per giorni, poi un benvenuto tardivo in consiglio comunale, condito da richiami a “tolleranza zero sulle molestie” senza mai condannare apertamente chi, nei giorni precedenti, ha tappezzato Genova di manifesti volgari e minacciosi.

Solo all’ultimo momento, in consiglio comunale, la sindaca ha rotto gli indugi con un messaggio di benvenuto tardivo: “Care Penne Nere, Genova vi dà il benvenuto”.

Parole giuste, ma arrivate dopo che il danno d’immagine era già stato fatto.

L’opposizione (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Vince Genova) ha accusato l’amministrazione di ambiguità e di aver votato contro un ordine del giorno a favore dell’evento, preferendo lasciare spazio a polemiche ideologiche.

Le associazioni femministe di area No una di meno e Rete di donne per la politica hanno diffuso volantini dal titolo “Adda passà ‘a adunata!” in cui gli Alpini vengono descritti come portatori di patriarcato e pericolo imminente. “Meno alpini, più gattini”, “Non è festa se c’è chi molesta”, QR code per segnalare molestie anonime.

Un processo preventivo a migliaia di uomini che, nella storia, hanno dato il sangue per l’Italia.

Ci si chiede perché queste persone debbano restare ad ammorbare l’aria della gente normale e perché godano della complicità di tutto il sinistrame. Misteri buffi.

A chiudere il cerchio dello sfregio, don Paolo Farinella – prete notoriamente schierato a sinistra – ha affisso fuori dalla chiesa di San Torpete un cartello lapidario: “Causa Alpini, San Torpete è costretto a chiudere domenica”. Piccolo gesto, enorme simbolo.

Questa è la Genova che accoglie gli Alpini nel 2026. Una città che, sotto la guida di una sindaca con ambizioni nazionali, permette che il sacrificio di intere generazioni venga sputato addosso da volantini e da un prete che chiude la casa di Dio perché arrivano i “penne nere”.

Si aspettano reazioni dal Vescovo, dalla CEI e pure dal Vaticano.

Non vi preoccupate non arriveranno. Anzi, Zuppi a questo bel campione lo promuoverà sicuramente.

Questa è la Genova che accoglie gli Alpini nel 2026: una sindaca con curriculum leggerissimo, una sinistra che preferisce il sospetto preventivo al rispetto, e un clima di tensione ideologica che offusca la festa di un evento atteso da un quarto di secolo.

A far da contrappunto all’evanescenza della signora Salis e di tutti i suoi sodali, preti o meno, c’è la storia, pesantissima, del Corpo degli Alpini.

L’epopea degli Alpini è una delle pagine più epiche e tragiche dell’Italia moderna.

Nati il 15 ottobre 1872 per volontà del generale Giuseppe Perrucchetti, gli Alpini sono la più antica specialità da montagna del mondo.

Il loro compito originario era difendere i confini settentrionali dell’Italia appena unificata, in un’epoca in cui le Alpi rappresentavano ancora una barriera invalicabile e strategicamente vitale.

Nei primi decenni la loro esistenza fu discreta: addestramento durissimo, vita in quota, esercitazioni tra ghiacciai e pareti verticali.

Tutto cambiò con la Prima Guerra Mondiale. Nel 1915 l’Italia entrò in guerra contro l’Austria-Ungheria e il fronte si spostò sulle Alpi.

Fu la “Guerra Bianca”, forse il conflitto più duro e crudele mai combattuto in montagna. Temperature sotto i -30°, valanghe provocate ad arte, combattimenti a 3.000-4.000 metri di quota, gallerie scavate nel ghiaccio, artiglieria che sparava contro le pareti rocciose.

Le battaglie più celebri restano incancellabili:

• La Battaglia dell’Ortigaro (1917), dove gli Alpini del 9° e 10° reggimento combatterono per giorni in condizioni disumane contro le truppe austro-ungariche, subendo perdite enormi ma impedendo lo sfondamento.

• Le Tre Montagne (1918): Monte Valbella, Col del Rosso e Col d’Echele, dove il 52° Battaglione “Alpini” e reparti del 9° Alpini resistettero fino all’ultimo uomo in uno dei contrattacchi più sanguinosi della guerra.

• Il Pasubio, l’Adamello, le Tofane, il Lagazuoi: teatri dove gli Alpini combatterono tra neve, ghiaccio e roccia, spesso senza rifornimenti, con i morti che restavano congelati per mesi.

In quella guerra gli Alpini persero oltre 60.000 uomini solo tra il 1915 e il 1918.

Molti di loro non furono mai recuperati: ancora oggi i ghiacciai restituiscono occasionalmente resti di soldati italiani e austriaci.

Fu una guerra di resistenza e di sacrificio estremo, che forgiò il mito delle “Penne Nere”.

Nella Seconda Guerra Mondiale gli Alpini combatterono su più fronti.

In Grecia (1940-41) la Divisione “Julia” resistette eroicamente contro forze superiori.

In Russia, con l’ARMIR (Armata Italiana in Russia), le divisioni “Tridentina”, “Julia” e “Cuneense” affrontarono l’inverno sovietico del 1942-43.

Il ritiro di Russia del gennaio 1943 è considerato uno degli episodi più tragici e gloriosi della storia militare italiana: 60.000 alpini circondati, temperature di -40°, marce di centinaia di chilometri sotto il fuoco sovietico.

Solo una parte riuscì a tornare. La Tridentina, comandata dal generale Luigi Reverberi, riuscì a sfondare le linee nemiche a Nikolajewka in un’azione che è ancora oggi studiata nelle accademie militari.

Gennaio 1943. Russia meridionale. L’Armata Italiana in Russia (ARMIR) è stata travolta dall’offensiva sovietica. Le divisioni alpine “Julia”, “Tridentina” e “Cuneense” sono accerchiate. Temperature di -40°. Neve alta fino al petto. Nessun rifornimento. I sovietici premono da ogni lato.

La Divisione Alpina “Julia”, formata da alpini del Friuli, del Veneto e del Trentino, è tra le più colpite. Il suo 8° e 9° Reggimento Alpini combattono giorno dopo giorno per aprire un varco verso ovest. Uomini che avevano scalato le Dolomiti e le Alpi Carniche ora marciano per centinaia di chilometri sotto il fuoco, con i piedi congelati, senza cibo, bevendo neve sciolta.

Il 26 gennaio 1943, la Tridentina riesce a sfondare.

Ma la Julia paga il prezzo più alto. Migliaia di alpini cadono. Altri vengono fatti prigionieri e non faranno mai più ritorno.

Il sangue della Julia macchia la neve russa per chilometri. Quegli uomini non combattevano per ideologia. Non erano fascisti. Erano italiani. Erano soldati. Combattevano perché erano Alpini. Perché avevano giurato fedeltà alla bandiera e ai compagni.

Dopo l’8 settembre 1943 molti alpini entrarono nella Resistenza, combattendo sia contro i tedeschi che contro i fascisti.

Nel dopoguerra gli Alpini furono riorganizzati all’interno della NATO, con reparti da montagna altamente specializzati.

Parteciparono a missioni internazionali: Libano (1982), Somalia, Bosnia, Kosovo, Afghanistan e Iraq.

In patria divennero simbolo di solidarietà: ogni volta che c’è un terremoto (Friuli 1976, Irpinia 1980, L’Aquila 2009, Amatrice 2016) o un’alluvione, gli Alpini sono tra i primi a intervenire con tende, cucine da campo e competenze logistiche uniche.

Oggi gli Alpini non sono più solo soldati. Sono anche custodi di una memoria collettiva.

L’Adunata Nazionale, che si tiene ogni anno in una città diversa, è il momento in cui decine di migliaia di ex alpini, familiari e sostenitori si ritrovano per ricordare i caduti, cantare le canzoni tradizionali (“Sul cappello”, “La Valsugana”, “Il Testamento del Capitano”) e riaffermare un’identità che va oltre la politica: quella di uomini che hanno servito l’Italia in condizioni estreme, spesso pagando con la vita.

Questa è la storia vera degli Alpini: non una sfilata di fanfara, ma decenni di sacrifici, di neve, di ghiaccio, di sangue e di orgoglio silenzioso.

Un corpo che ha scritto pagine di eroismo su tutte le montagne d’Italia e d’Europa, e che ancora oggi, a quasi centocinquant’anni dalla fondazione, continua a rappresentare il meglio della tradizione militare italiana.

E ancora oggi, nei cori alpini di tutta Italia, si canta “Sul ponte di Perati”, la canzone che racconta quei sacrifici estremi: il freddo, la fame, il fuoco e il sangue versato senza risparmio da quei ragazzi di montagna.

Una canzone che non è solo musica, ma memoria viva, tramandata di generazione in generazione, cantata a voce piena durante le adunate, con le lacrime agli occhi e il cappello stretto tra le mani.

Quello stesso sangue, quello stesso spirito di sacrificio, è ciò che ha permesso all’Italia di avere un corpo militare di élite che, ancora oggi, interviene in ogni emergenza nazionale con la stessa determinazione.

Cara signora Salis, cari sinistrati, anche a livello internazionale i NOSTRI alpini (evidentemente non i VOSTRI) primeggiano tra le truppe di montagna e godono dell’unanime rispetto da parte delle altre forze della NATO e oltre.

E oggi, a Genova, mentre migliaia di ex alpini tornano nella città che un tempo li accolse con orgoglio, una parte della sinistra preferisce distribuire fischietti e spray al peperoncino contro di loro. Preferisce far chiudere una chiesa. Preferisce tacere per giorni e poi arrivare con un benvenuto tiepido.

Col sangue della Julia

Il titolo non è casuale. Quegli alpini della Julia non morirono per un selfie, per un like, per una carriera politica.

Morirono nel silenzio, nel gelo, nell’oblio di una guerra persa. Morirono con il cappello piumato ancora in testa, stringendo il moschetto, gridando “Julia!” mentre cadevano. E la loro storia vive ancora nella canzone che porta il loro nome, cantata con orgoglio e dolore ogni volta che gli Alpini si ritrovano.

Oggi, nel 2026, a Genova, qualcuno sembra aver dimenticato quel sangue. Qualcuno crede che si possa trattare con sufficienza e disprezzo chi porta ancora quel cappello. Qualcuno pensa che un’adunata di ex combattenti sia un problema di ordine pubblico da gestire con sospetto preventivo.

Si sbagliano.

Gli Alpini non sono mai stati un problema. Sono sempre stati la soluzione. Quando c’è da spalare fango, da montare tende, da soccorrere, da difendere, gli Alpini ci sono. Sempre. Senza chiedere applausi. Senza pretendere rispetto. Ma il rispetto, quello vero, si conquista con il sangue versato.

E la Julia ne ha versato tantissimo. Sangue che ancora oggi scorre nelle vene di chi canta “Sul ponte di Perati” a squarciagola.

Quindi, mentre Genova si prepara a vivere questi tre giorni, mentre la sindaca Salis prova a rimediare con frasi equilibrate arrivate troppo tardi, mentre le femministe agitano manifesti e un prete chiude la sua chiesa, noi ricordiamo.

Ricordiamo la Julia a Nikolajewka. Ricordiamo l’Ortigaro. Ricordiamo il Pasubio. Ricordiamo tutti quei ragazzi di montagna che, col sangue, hanno scritto il nome “Alpini” nell’anima di questo Paese.

E diciamo chiaro e forte:

Non si tocca il sangue della Julia. Non si sputa su chi ha dato tutto. Non si offende chi ancora oggi porta con orgoglio quelle penne nere e canta la loro storia a voce piena.

Genova, accogli i tuoi Alpini come meritano. Con rispetto. Con gratitudine. Con la consapevolezza che senza quel sangue versato settant’anni fa sulle steppe russe, oggi non ci sarebbe nemmeno la libertà di poterli insultare.

Col sangue della Julia. Un titolo. Una promessa. Una memoria che non si cancella con un volantino.

“Sul ponte di Perati
bandiera nera:
l’è il lutto degli Alpini
che va a la guera.

L’è il lutto della Julia
che va a la guera
la meglio gioventù[2]
che va sot’tera.

Sull’ultimo vagone
l’è l’amor mio
col fazzoletto in mano
mi dà l’addio.

Col fazzoletto in mano
mi salutava
e con la bocca i baci
la mi mandava.

Queli che son partiti
non son tornati
sui monti della Grecia
sono restati.

Sui monti della Grecia
c’è la Vojussa
del sangue degli Alpini
s’è fatta rossa.

Un coro di fantasmi
vien zo dai monti:
l’è il coro de li Alpini
che son morti.

Gli Alpini fan la storia,
la storia vera:
l’han scritta con il sangue
e la penna nera.

Alpini della Julia
in alto il cuore:
sul ponte di Perati
c’è il tricolore!”

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui