Il KGB prese diverse misure concrete contro Berlinguer
L’Eurocomunismo venne teorizzato per la prima volta dopo la repressione della Primavera di Praga nel 1968, quando alcuni Partiti Comunisti dell’Occidente, sia pur timidamente, formularono alcune critiche nei confronti dell’invasione da parte del Patto di Varsavia della Cecoslovacchia.
Il Partito Comunista Italiano era in prima linea in questa revisione ideologica. E sebbene avesse legami profondi, fraterni e autentici col PCUS, negava all’Unione Sovietica il diritto di intervenire militarmente nella vita interna di un altro Partito Comunista o addirittura di un altro Stato.
Tuttavia i legami tra il Partito Comunista Italiano e l’Unione Sovietica continuarono anche dopo l’invasione di Praga, nelle forme di una dimensione segreta che era nota soltanto a un esiguo numero di alti gerarchi del Partito stesso. I
l segretario del Partito Comunista Luigi Longo, preoccupato dal golpe dei Colonnelli ad Atene nell’aprile del ’67, temeva che anche in Italia potesse avvenire qualcosa del genere. Perciò inviò in URSS Giorgio Amendola in quello stesso anno, perché a nome della direzione del PCI chiedesse formalmente assistenza per prepararsi alla sopravvivenza in caso di colpo di Stato.
Il Politburo accettò e con la delibera del 15 agosto autorizzò l’FCD a formulare un programma il cui scopo era quello di dotare il Partito Comunista Italiano di un servizio segreto composto da personale ben addestrato e provvisto di un sistema di collegamento radio clandestino.
I dettagli vennero decisi a Mosca da ANDREA, nome in codice del capo dei reparti segreti del PCI, dai dirigenti del Comitato direttivo e dai funzionari del KGB. Perciò fra l’ottobre del ’67 e il maggio del ’68 tre radiooperatori italiani seguirono un corso di addestramento presso il KGB, mentre altri membri del partito vennero addestrati alla falsificazione di documenti di riconoscimento.
Questo ed altri programmi segreti di addestramento continuarono almeno fino alla fine degli anni ’70. I vertici del Partito Comunista Italiano chiesero inoltre al KGB di perlustrare la propria sede centrale per bonificarla eventualmente da microspie.
Nel frattempo, prima del XII Congresso del Partito Comunista Italiano, nel febbraio del 1969, proseguì il lavorio sotterraneo da parte dei sovietici e della fazione filorussa del partito stesso per evitare che la condanna dell’invasione di Praga fosse troppo dura.
A spendersi furono Boris Ponomarev, capo del Comitato direttivo della Sezione internazionale del Politburo del PCUS, e i dirigenti del KGB. Essi fecero pressione su Luigi Longo e sugli altri leader di partito perché nei loro interventi i commenti sulla Cecoslovacchia venissero il più possibile smussati.
E, in effetti, fu merito di Ponomarev e del KGB il fatto che, all’interno delle relazioni, venissero eliminati tutti i riferimenti all’intervento e all’occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Addirittura il Partito Comunista Italiano non chiese nemmeno il ritiro delle truppe del Patto di Varsavia da quel paese.
Nel 1970 Luigi Longo si incontrò segretamente con Nikita Ryzhov, ambasciatore dell’Unione Sovietica in Italia, e sottolineò con molta enfasi quanto fosse vitale per i comunisti italiani il rapporto con il PCUS e l’Unione Sovietica stessa, una condizione, disse, “indispensabile per la sopravvivenza”.
In effetti il PCI di Longo dipendeva pesantemente dai sovietici da un punto di vista finanziario e l’URSS fu particolarmente sollecitata dagli italiani in materia di contributi per le elezioni del 1972, tanto da costringere Brežnev a delle elargizioni supplementari e a dir di no ad ancora ulteriori richieste di denaro.
In ogni caso, fino al 1976, il trasferimento di fondi dall’Unione Sovietica al Partito Comunista Italiano fu nel nostro Paese molto più semplice di quanto potesse essere in qualsiasi altro Stato. Ciò dipendeva dal fatto che importanti capi del partito visitavano regolarmente l’ambasciata sovietica.
Tra di essi il più fidato e il più assiduo era Armando Cossutta, che teneva rapporti regolari con il KGB. Era lui a scegliere alcuni emissari, i quali, dopo aver verificato di non essere seguiti, si recavano all’ambasciata e ritiravano i contributi.
Nello stesso tempo la postazione radio presso la Residenza romana del KGB controllava le frequenze radio usate dalle forze di polizia per individuare qualsiasi segno di sorveglianza. Per precauzione, un’auto del partito seguiva l’emissario durante tutti i suoi spostamenti. Ulteriori entrate giungevano da Mosca al PCI attraverso contratti lucrosi con società controllate da Botteghe Oscure in Unione Sovietica.
In Cile, nel settembre del ’73, ci fu il famoso colpo di Stato che creò nuovamente preoccupazioni nei vertici del Partito Comunista Italiano. Nel dicembre di quell’anno il KGB fece pervenire al PCI tre stazioni radio del tipo Selenga, che avrebbero consentito alla sede del partito di mantenere i contatti con quelle locali, nel caso in cui esse avessero dovuto operare in clandestinità.
I tecnici radio vennero addestrati in Russia. Il rinnovato timore di un colpo di Stato spinse il Partito Comunista, tuttavia, verso altre forme di assicurazione per la propria sopravvivenza. Per cui da Mosca si cominciò a temere che una revisione ideologica fosse uno strumento con cui i comunisti italiani volessero assicurarsi di non finire nelle patrie galere.
In effetti il nuovo segretario del PCI, Enrico Berlinguer, cominciò a proporre, con un’espressione che divenne celebre, un Compromesso Storico ai socialisti e soprattutto alla Democrazia Cristiana.
Leader profondamente diverso dagli altri, perché sposato con una donna cattolica che aveva dato ai loro figli un’educazione religiosa, Berlinguer era guardato con sospetto da Mosca, sebbene Longo lo avesse fortemente voluto come suo successore.
Il KGB prese diverse misure concrete contro il leader sardo in ascesa: non riuscendo a bruciarlo prima dell’elezione a Segretario nel 1970 con uno scandalo di falsa corruzione, finanziò la sinistra del PCI, capeggiata da Armando Cossutta, così che facesse da contraltare ai berlingueriani.
In particolare, seppur tardivamente, oramai siamo stati ben edotti sul disegno criminale con cui l’URSS, per il tramite del DS bulgaro, avrebbe voluto fermare il Segretario del PCI nella sua lunga marcia verso l’Eurocomunismo. Berlinguer non solo marcava le differenze dalla politica estera dell’URSS, come faceva la Romania, ma andava revisionando temi e concetti del marxismo-leninismo ufficiale, distanziandosi dall’ortodossia del PCUS.
Fu Berlinguer, non dimentichiamolo, a proporre il Compromesso Storico alla DC, non il contrario. Fu così che, dopo una visita ufficiale in Bulgaria sollecitata dal Partito Comunista locale, a stento il Segretario del PCI, il 3 ottobre 1973, si salvò dal camion dell’esercito che travolse l’auto di rappresentanza che lo stava portando all’aeroporto.
L’attentato a Sofia, di cui il Dossier Mitrokhin non parla e sul quale Berlinguer, per patriottismo ideologico e strategia politica, stese una coltre di silenzio, venne perpetrato mentre il Segretario stava pubblicando i suoi celebri articoli su Rinascita per realizzare l’incontro politico con la DC. Il primo era uscito l’11 settembre.
Precipitatosi a rientrare in Italia, Berlinguer, che si era fatto rimpatriare da un aereo italiano e non da uno bulgaro rifiutando anche il ricovero ospedaliero dopo aver minacciato di ricorrere all’Ambasciata se gli fosse stato imposto, diede alle stampe gli altri due articoli che realizzavano la sua svolta: il 5 e il 12 ottobre.
In quest’ultima data il Segretario propose il Compromesso storico come antidoto al rischio cileno dell’Italia, parlando di alternativa democratica e non più solamente di sinistra per la guida del Paese. Fu da lui che Aldo Moro raccolse il ramoscello della pacificazione tra i partiti rivali, firmando quella condanna a morte a cui Berlinguer era scampato.
Questi concepì il suo Compromesso Storico innanzitutto come difesa contro la possibilità di un golpe e poi come una strategia più ambiziosa che facesse incontrare il riformismo cattolico con il collettivismo comunista per produrre un nuovo ordine politico e sociale.
Perciò, nel 1975 Berlinguer divenne il vero e proprio leader di quello che venne chiamato l’Eurocomunismo e che riguardò non solo il Partito Comunista Italiano, ma anche quello clandestino spagnolo e quello francese. Nacque così un manifesto dell’Eurocomunismo che prese le distanze dal modello del socialismo sovietico e che rispettava il pluralismo parlamentare e le libere elezioni, oltre che le varie libertà democratiche della tradizione occidentale.
Il 10 dicembre del 1975, Armando Cossutta, allarmato e indignato, incontrò segretamente Ryzhov e accusò Berlinguer di aver tradito il marxismo leninismo e di accrescere l’ostilità verso l’Unione Sovietica. Chiese che il PCUS criticasse pubblicamente la linea del PCI, anche se questo avesse implicato una divisione del partito italiano.
Cossutta informò anche che la leadership del PCI si preparava a disturbare la conferenza dei Partiti Comunisti europei, prevista per l’estate del ’76 a Berlino Est, per propagare le proprie teorie revisioniste. Fu così che Mosca diffidò gli eurocomunisti ad usare quel palcoscenico per diffondere le loro idee.
Berlinguer tuttavia non si fece intimidire e addirittura in giugno, durante la campagna elettorale, rilasciò una famosa dichiarazione nella quale affermava che si sentiva più tranquillo a vivere sotto l’ombrello della Nato piuttosto che altrove.
Nonostante le reazioni stizzite del Cremlino, arrivate sotto forma di una lettera rimasta segreta, il Partito Comunista aumentò il 7,3% dei propri consensi, arrivando al 34,5% dei voti.
E alla conferenza di Berlino Est del 29 e 30 giugno di quell’anno, lo scontro tra il Partito Comunista Sovietico e gli Eurocomunisti venne appena appianato con uno scarno comunicato che faceva appello alla solidarietà internazionale, mentre i discorsi di Berlinguer vennero censurati dalla Pravda, che ne pubblicò solo una parte.
Nel 1976, nel mese di dicembre, il leader bulgaro Teodor Zhivkov accusò esplicitamente l’Eurocomunismo di essere una delle direttrici principali della sovversione ideologica dell’ortodossia leninista. Ma la popolarità di cui godeva Berlinguer impedì qualsiasi attacco frontale del Cremlino.
Andropov ordinò quindi a Vladimir Alexandrovitch Krjuckov, capo del Primo Direttorato Centrale del KGB, di preparare un dossier diffamatorio nei confronti del Segretario del PCI. Una relazione preparata dal KGB per il Comitato direttivo affermava che Berlinguer possedeva un appezzamento di terreno in Sardegna e che era coinvolto in speculazioni edilizie del valore di decine di miliardi di lire. Ma la cosa non ebbe particolare seguito, nonostante l’uscita del libro anonimo Berlinguer e il Confessore.
Mosca continuò tuttavia a sovvenzionare il PCI. Ma la situazione era diventata molto più difficile e il nuovo residente di Roma, Boris Solomatin, nel 1976, preferiva consegnare il denaro direttamente ai fiduciari dei comunisti italiani in un luogo convenuto dei sobborghi di Roma, che fosse stato prima ispezionato sia dagli agenti sovietici che dai militanti del partito.
Questo accordo fu stipulato con Guido Cappelloni, nome in codice ALBERTO, che era il capo del reparto amministrativo del comitato direttivo del Partito Comunista Italiano. Tuttavia il Politburo sovietico continuò ad autorizzare l’addestramento da parte del KGB di comunisti italiani appositamente scelti.
Una disputa particolarmente rovente e scabrosa tra il Partito Comunista Italiano e l’Unione Sovietica non divenne mai di pubblico dominio. Verso la fine degli anni Settanta, Botteghe Oscure rinfacciò ai servizi segreti dell’Europa dell’Est l’appoggio dato ai terroristi in Occidente. Il PCI era preoccupato in particolar modo del sostegno che ricevevano le Brigate Rosse dall’STB cecoslovacco.
E, quando, il 16 marzo del 1978, Moro fu rapito proprio dalle Brigate Rosse, il timore del PCI che i legami venissero fuori divenne parossistico. Sebbene i comunisti italiani mantenessero una linea dura nelle trattative contro i terroristi, ebbero molto timore che i segreti dell’STB cecoslovacco venissero fuori nel corso delle indagini.
Arturo Colombi, a nome della direzione del partito, lamentò con l’ambasciatore cecoslovacco a Roma, Vladimir Kouky, che una delegazione del Partito Comunista Italiano a Praga fosse stata messa a tacere quando aveva cercato di sollevare la questione dell’aiuto alle Brigate Rosse, alcune delle quali erano state addirittura invitate in Cecoslovacchia.
Il 4 maggio del 1978 Giorgio Amendola mise in guardia Kouky del fatto che se i rapitori di Moro fossero stati presi e processati, l’aiuto ricevuto dall’STB sarebbe potuto venire fuori. E in quell’occasione fu spalleggiato dall’ambasciatore sovietico Ryzov, che rimproverò a Kouky di aver messo a rischio la sicurezza dell’intero blocco orientale, prendendo questi contatti con le Brigate Rosse che oltre a essere inutili non erano stati nemmeno supervisionati dall’Ambasciata dell’Unione Sovietica.
Non fu certamente un caso che quando Moro fu trovato morto i legami tra le Brigate Rosse e l’STB cecoslovacco non vennero mai alla luce. Quando poi la polizia italiana riuscì a sbaraccare le stazioni radio dei terroristi, i comunisti italiani preferirono smantellare anche le proprie clandestine, come comunicarono nel giugno dell’81 all’Unione Sovietica.
Alla fine del ’79, l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan e nel 1981 impose la legge marziale in Polonia. In ragione di ciò, qualsiasi conciliazione tra il PCI e il PCUS divenne impossibile. Nel gennaio del 1982 tutto il Comitato direttivo del PCI condannò l’ingerenza sovietica negli affari della Polonia con la sola eccezione di Armando Cossutta. Berlinguer dichiarò pubblicamente che la Rivoluzione d’Ottobre aveva esaurito la sua forza propulsiva.
La direzione del PCI invitava le sinistre dell’Europa occidentale a impegnarsi per il rinnovamento democratico di tutti i paesi del blocco sovietico, venendo aspramente censurata dalla Pravda. Armando Cossutta definì questa presa di posizione uno strappo con la tradizione del comunismo. E fu proprio con lui che, continuarono, i finanziamenti segreti da parte dell’Unione Sovietica, sia per salvaguardarlo come leader politico, sia per aiutare un giornale filo-sovietico come Paese Sera.
Vale la pena, alla fine di questa esposizione, di mettere in fila alcuni fatti di qualche decennio dopo. I rapporti Impedian, 261 schede totali sul KGB in Italia, furono trasmessi dal SIS britannico al SISMI italiano a partire dal 30 marzo 1995 fino al maggio 1999. I primi invii consistenti arrivarono già nel 1995 (sotto il Governo Dini), con flussi continui anche durante i Governi Prodi I e D’Alema I.
Una prima bozza del dossier italiano fu consegnata al SISMI il 17 aprile 1998. Il dossier fu reso pubblico l’11 ottobre 1999 per decisione della Commissione stragi, dopo essere stato inviato alla Procura di Roma. In quei giorni uscì anche il libro di Christopher Andrew e Vasilij Mitrokhin, The Mitrokhin Archive, che diede grande risonanza mediatica internazionale. In Italia fu pubblicato da Rizzoli poco dopo.
Il Governo D’Alema I, primo esecutivo guidato da un ex-comunista in Italia, giurò il 21 ottobre 1998, dopo la crisi del Governo Prodi I, causata dalla defezione di Rifondazione Comunista e del suo segretario Fausto Bertinotti, e ottenne la fiducia alla Camera il 23 ottobre 1998. Rimase in carica fino al dicembre 1999.
Il Governo D’Alema I diede il via alle operazioni militari della NATO in Kosovo, senza mandato ONU, con la partecipazione dei nostri aerei, cosa alla quale Rifondazione Comunista non avrebbe mai consentito. Determinanti, in maggioranza, furono i voti dell’Unione della Repubblica, creata in Parlamento da Francesco Cossiga, e del Partito dei Comunisti Italiani, fondato da Armando Cossutta separandosi da Rifondazione Comunista.
L’anziano leader comunista disse che voleva sbarrare così la strada alla destra berlusconiana, ma appare probabile che, rendendosi indispensabile alla nuova postura atlantista della sinistra, tutelasse i segreti della storia sua e del vecchio PCI, che una buona macchina propagandistica gestita dall’estero avrebbe usato in modo letale.
Durante il Governo D’Alema I continuarono ad arrivare alcuni degli ultimi rapporti Impedian, ma la divulgazione pubblica avvenne dopo la sua fine, ottobre 1999, sotto il successivo governo D’Alema II, dalla cui maggioranza era uscito l’UDR di Cossiga, ma in cui era rimasto il neonato UDEUR di Clemente Mastella e il PdCI di Cossutta.






