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La rete del KGB in Italia secondo Vassili Mitrokhin

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La rete del KGB in Italia

Una delle pagine più delicate e controverse della Guerra Fredda in Italia

L’Italia era considerata dal KGB uno dei Paesi occidentali più permeabili, grazie alla presenza di un forte Partito Comunista, all’instabilità politica cronica e alla posizione strategica nella NATO.

L’Archivio Mitrokhin rimane la fonte principale su questa vasta e profonda penetrazione che toccò diplomazia, ministeri, industria, università e mondo dell’informazione: una delle pagine più delicate e controverse della Guerra Fredda in Italia.

La storia del Dossier è emblematica. Costituito dalle schede che Vassiliij Mitrokhin, archivista del KGB, raccolse pazientemente per trasferirle agli inglesi per cui lavorava, il Dossier venne reso pubblico dopo la Caduta del blocco comunista e diffuso in tutto il mondo, in quanto verteva su svariati Stati.

Un libro, L’Archivio Mitrokhin, scritto da Christopher Andrews sulla base dei testi di Mitrokhin nel 1999, ebbe traduzioni e edizioni in svariate lingue. In Italia il testo giunse censurato, come del resto in ogni parte del mondo, per gli interessi inglesi e, sicuramente, venne censurato ulteriormente, anche se non si sa con precisione da chi, per salvaguardare i nuovi equilibri politici nazionali ed internazionali.

Né era possibile che fosse diversamente, visto che i post comunisti e i neo comunisti erano inseriti nelle nuove maggioranze di governo e acconsentivano alle politiche atlantiste che avevano nella nostra penisola la loro base, a cominciare dall’intervento militare in Kosovo senza mandato ONU.

La parte italiana del Dossier Mitrokhin, il cosiddetto Rapporto Impedian, il 17 aprile 1998 fu consegnata al SISMI che asserì che altre parti dello stesso documento, seppur promesse dai servizi inglesi nel novembre dello stesso anno, non gli furono mai consegnate e che le conobbe solo nel settembre 1999, quando fu pubblicato il libro di Andrew-Mitrokhin.

Lo stesso servizio asserì che non emersero nel corso della sua trattazione del materiale informativo elementi probatori giudiziariamente rilevanti a carico dei nominativi contenuti nel dossier, né in seguito agli accertamenti svolti dal ROS. Due rogatorie internazionali, verso la Gran Bretagna e verso la Russia, per accedere ai documenti originali non ebbero seguito.

A seguito degli elementi acquisiti, tuttavia, la Procura di Roma iscrisse nel registro degli indagati i presidenti del Consiglio in carica in quegli anni, ossia Prodi e D’Alema, e altre diciannove persone.

Successivamente alle indagini, il 7 agosto 2004 il procedimento viene archiviato dalla stessa Procura di Roma per tutti i diciannove indagati ancora in vita (due erano nel frattempo deceduti).

Nel corso della legislatura 2001/2006 operò la Commissione d’inchiesta sul dossier, che giunse ad importanti conclusioni sulla effettività della rete spionistica del KGB e sul suo ruolo nella politica nazionale, nel terrorismo, nel Sequestro Moro, nell’Attentato al Papa e nel Sequestro Orlandi.

Nel febbraio 2006, tuttavia, i pubblici ministeri della procura di Roma titolari del fascicolo inviarono al Tribunale dei Ministri la richiesta di archiviazione, in quanto le determinazioni assunte in relazione al Dossier Mitrokhin non rilevavano sotto il profilo penale.

Nell’ottobre 2006 il Tribunale dei Ministri accolse la richiesta di archiviazione del procedimento. Però, tutte le stazioni radio e le basi del KGB in Italia vennero scoperte e ritrovate esattamente dove indicate dal dossier, nonostante Mitrokhin non avesse mai effettuato alcuna missione in Italia e indipendentemente dal fatto che la loro localizzazione era già stata resa pubblica in Italia.

I servizi segreti russi, dal canto loro, hanno più volte smentito l’autenticità del materiale. Invece, le conclusioni a cui giunge la Commissione di Intelligence e Sicurezza del Parlamento britannico sono di parere diametralmente opposto, indicando Vassilij Mitrokhin come la più informata fonte sovietica che l’Occidente abbia mai trovato. Dello stesso parere è anche l’FBI, che considera il materiale di Mitrokhin come il più importante nel suo genere.

Qual è la verità? Il Dossier è credibile o no?

Il problema scaturisce dalla sovrapposizione dell’indagine giudiziaria su quella storica. La prima non trova, ovviamente, nelle scarne schede informative di Mitrokhin quelle prove che sono necessarie per contestare ai singoli delle specifiche ipotesi di reato.

Ecco perché coloro che ricorsero alla magistratura ebbero ragione, e lo fecero sapendo che l’avrebbero avuta. Io stesso, per correttezza, ho indicato i risultati delle inchieste sui nomi più importanti contenuti nel Dossier.

Ma è anche vero che i magistrati, privi di riscontri documentari inglesi o russi, non poterono né vollero usufruite degli archivi nazionali pubblici – come quelli dei Servizi – o privati – come quelli dei partiti coinvolti – perché essi rimasero chiusi sotto il segreto di Stato o erano già opportunamente stati dispersi dopo la Caduta del Muro. La verità giudiziaria, già di per sé sempre angusta, è nata perciò mutilata e non può esaurire la ricerca.

La seconda verità, quella storica, deve partire da semplici constatazioni. Mitrokhin lavorava per gli inglesi e da essi si rifugiò, per cui non poteva offrire loro informazioni false, che, nella sua posizione privilegiata, sarebbero state tali perché alterate da lui.

Certo, non poteva sapere tutto, ma quel che sapeva, a rischio della sua persona, lo trasmetteva. E gli inglesi, che certo non erano più sprovveduti di lui, lo accettavano, autenticandolo.

Quando poi diffusero il materiale, gli diedero una ulteriore credibilità, tanto più che spesso esso conteneva nomi e cose di difficile identificazione, per cui non potevano essere stati inventati per scopi diffamatori.

Il Dossier è vero e storici, giornalisti e studiosi devono cercare i riscontri laddove sono disponibili e, dove non lo sono, battersi per averli. All’occorrenza i dati potranno essere corretti, di certo integrati.

Ma dove saranno usati – e in molti casi già lo sono stati e lo scrivente ne sa qualcosa per le sue ricerche su Moro e l’Attentato al Papa – contribuiranno alla ricostruzione esauriente dei fatti storici. E nessuno deve dimenticare questa documentazione, perché la malafede di pochi sia bilanciata dalla conoscenza di molti.

Quanto segue vuole contribuire a tale scopo, rammentando alla memoria collettiva ciò che il Dossier dice specificamente delle attività spionistiche del KGB in Italia, con una piccola digressione sui finanziamenti al PCI come emergono dal Dossier stesso – finanziamenti, si badi, che alla luce di altre pubblicazioni documentali, saggistiche e giornalistiche, furono probabilmente di molto più cospicui.

I nomi in codice e le identificazioni suggerite sono tratte dal Rapporto Impedian, disponibile anche in rete, per i quali vale tutto quanto premesso per le sentenze emesse in materia dall’autorità giudiziaria.

La Residenza romana del KGB contava poco più di venti agenti a metà degli anni Settanta. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, grazie alla stretta collaborazione con la dirigenza del Partito Comunista Italiano, i servizi sovietici riuscirono a infiltrarsi in numerosi ministeri e apparati dello Stato italiano.

Il PCI rappresentò per decenni un alleato strategico fondamentale per il KGB e per il PCUS. Oltre a fornire copertura politica, contatti e supporto logistico per operazioni di intelligence, il partito riceveva regolarmente ingenti finanziamenti segreti da Mosca.

Secondo i documenti dell’Archivio Mitrokhin, solo tra il 1970 e il 1977 il PCI incassò somme notevoli:

– 1971: 1,6 milioni di dollari
– 1972: 5,2 milioni di dollari
– 1974: circa 9 milioni di dollari
– 1976: 6,5 milioni di dollari
– 1977: almeno 1 milione di dollari

Le cifre annuali oscillavano generalmente tra i 4 e gli 8 milioni di dollari. I fondi arrivavano in contanti, spesso consegnati direttamente nella sede della Residenza KGB a Roma o tramite corrieri in luoghi sicuri. Servivano a finanziare campagne elettorali, stampa di partito, attività sindacali e propaganda.

Con l’ascesa di Enrico Berlinguer e la svolta eurocomunista (soprattutto dal 1976 in poi), i rapporti si raffreddarono. Berlinguer criticò apertamente l’invasione sovietica dell’Afghanistan e affermò che l’Italia stava meglio sotto l’ombrello della NATO.

Mosca reagì riducendo i finanziamenti ufficiali al partito e dirottandoli verso le correnti più filo-sovietiche, in particolare attraverso Armando Cossutta, definito nei documenti Mitrokhin “contatto confidenziale” della Residenza di Roma.

Cossutta continuò a ricevere personalmente somme rilevanti fino alla fine degli anni Ottanta. Per completezza, va aggiunto che nelle procedure giudiziarie il leader comunista uscì scagionato e in particolare, nel gennaio 2015 il giornale Libero fu condannato in via definitiva in sede civile a risarcire Armando Cossutta con 50.000 euro di danni morali, per il contenuto diffamatorio d’un articolo nel quale lo si identificava come una spia al soldo dell’Unione Sovietica.

Questi finanziamenti al PCI, indipendentemente dal caso Cossutta, non erano solo un aiuto economico, ma uno strumento di influenza e controllo utilizzato dal Cremlino per orientare le posizioni del PCI su temi strategici come la NATO, il disarmo e la politica estera.

Gli agenti migliori e quindi meglio pagati erano della Linea PR (ossia l’intelligence politica), prevalentemente giornalisti. Tuttavia, la figura più importante e longeva operava al Ministero degli Esteri: Dario, nome in codice di Giorgio Conforto, reclutato già prima della guerra, quando forse si era impegnato in un doppio gioco a danno dei fascisti per i quali pure lavorava.

Per quasi trent’anni Conforto fornì all’URSS una grande quantità di materiale classificato della Farnesina. Reclutò personalmente diverse segretarie e dattilografe, tra cui Leda Inga, e le sorelle Venetsianka e Suza (che dovrebbero essere le Sorelle Collavo). Nel 1975 fu insignito dell’Ordine della Stella Rossa e andò in quiescenza.

La pensione corrispostagli venne da lui riscossa nei suoi viaggi all’estero, in Russia e altri Paesi compiacenti. Ebbe un ruolo, sul quale mi sono a suo tempo dilungato da queste colonne, nella latitanza e nell’arresto di Valerio Morucci e Adriana Faranda dopo la morte di Aldo Moro.

Dopo la guerra il KGB si infiltrò anche al Ministero dell’Interno tramite DEMID (reclutato nel 1945), che portò nella rete QUESTOR (ossia Francesco Virdia), impiegato dell’ufficio cifrario. Virdia fornì enormi quantità di cifrari e liste di sorveglianza. La rete passò poi sotto una Residenza illegale guidata da Yefrat, tale Asot Abgarovic Akopjan.

L’Ambasciata italiana a Mosca fu uno degli obiettivi prioritari del KGB. I casi più noti di ricatto sessuale furono quelli di Ikar(ossia il generale Mario Babic), Platon ed Enero/Inspector, tutti adescati con allodole e ricattati con foto compromettenti e false denunce.

Sedotto verso la fine degli anni Cinquanta da un’allodola del KGB, Babic fu abilmente circuito. La donna gli fece credere di essere rimasta incinta e di voler abortire. Poco dopo, venne affrontato da un agente sovietico che si spacciò per il marito tradito e oltraggiato, scatenando la classica trappola del ricatto. Ikar cedette.

Accettò di firmare un documento con cui si impegnava a collaborare come agente per il KGB, a condizione che lo scandalo venisse insabbiato. Babic non si limitò a passare informazioni classificate: consegnò al suo controllore anche la combinazione della cassaforte personale e una copia del cifrario utilizzato per le comunicazioni riservate con Roma.

In seguito, Babic chiese che l’accordo da lui firmato venisse distrutto, promettendo in cambio di continuare a collaborare. I sovietici acconsentirono apparentemente alla richiesta: gli restituirono una copia contraffatta e la distrussero davanti ai suoi occhi. In realtà conservarono l’originale nel suo fascicolo, insieme a una traduzione in russo che sarebbe stata in seguito trascritta dall’archivista del KGB Vasili Mitrokhin.

L’altro addetto dell’ambasciata italiana a Mosca che subì un ricatto identico e venne convinto a diventare agente del KGB attraverso una trappola sessuale dello stesso tipo ebbe, come dicevamo, quale nome in codice Platon e venne identificato nelle fonti come Giuseppe Planchenti. L’esca sessuale a cui fu affidato il compito di sedurlo aveva il nome in codice R e si trasferì nel suo appartamento a Mosca e in seguito finse di essere incinta.

Platon le pagò i soldi necessari per l’aborto, che all’epoca era vietato in Italia, e sotto il ricatto di una pubblica denuncia accettò di diventare un agente sovietico. Nel 1976, quando il suo fascicolo fu acquisito da Mitrokhin nella sua opera di spionaggio per gli inglesi, Platon ormai aveva lasciato Mosca. I rapporti con lui in Belgio furono riallacciati da Georgij Pavlovič Antonov. Non si sa però se dopo il ’76 Platon continuasse a lavorare per i sovietici.

L’altra vittima del ricatto sessuale a Mosca fu un diplomatico italiano di alto livello, sposato, che per ben due volte fu soggetto a questo tipo di ricatto. Preso di mira per la prima volta, aveva come ho detto il nome in codice Enero o Inspector, ed era impegnato in una relazione con una segretaria dell’ambasciata di Francia.

Il KGB si convinse che Enero avesse un appetito sessuale insaziabile e lo fece adescare da un’agente del KGB con nome in codice Sukova. Durante un incontro con la nuova amante, Enero fu segretamente fotografato. Ben presto un amico russo di Enero gli disse che il KGB era venuto in possesso delle sue fotografie con Sukova.

Di lì a poco arrivò la denuncia della seconda allodola con cui Enero era andato a letto, la quale aveva presentato esatto esposto contro la magistratura accusandolo di stupro. Un ufficiale della sezione operativa dell’SDC, il Secondo Direttorato Centrale del KGB, Kuznetsov, disse a Enero che le autorità sovietiche erano disposte a far passare sotto silenzio entrambe le faccende se egli avesse accettato di offrire il proprio aiuto.

Enero, dopo una certa resistenza, dovette capitolare e cominciò a collaborare con i servizi segreti dell’Est usando valigie diplomatiche. Tuttavia, una volta rientrato in Italia, Enero si rivelò una spia poco affidabile e nel 1979 si ritirò definitivamente dall’attività di agente.

L’azione di maggior successo che il KGB compì contro l’ambasciata italiana a Mosca fu il reclutamento del diplomatico di alto livello, Enrico Aillaud, conosciuto con i nomi in codice di Arthur, Arle e Arlekino.

Arthur aveva già lavorato negli anni Sessanta per i servizi segreti cecoslovacchi dell’STB e l’avevano ricattato per una sua relazione con una prostituta e per le sue speculazioni sui cambi di valuta.

Mandato all’ambasciata di Mosca, Arthur fu ceduto dai cecoslovacchi al KGB. Egli fu compensato con regali di valore e con battute di caccia completamente pagate nei dintorni di Mosca.

Tornato in Italia, Arthur continuò a lavorare per il KGB fino al 1983, cioè fino a molti anni dopo il suo pensionamento, quando la drastica riduzione delle sue opportunità di accedere a documenti classificati portò alla sua rimozione dalla rete degli agenti.

Le ricompense offerte a Aillaud sembrarono oggettivamente inconsistenti, in rapporto al rischio assunto dal diplomatico italiano, tanto che, nel luglio 2001, la procura di Roma, nell’iscrivere quindici persone nel registro degli indagati per spionaggio, nell’ambito inchiesta Mitrokhin, escluse il nominativo dell’ambasciatore Aillaud, ritenendo non sussistere alcun elemento utile per l’azione penale nei suoi confronti, perché “estraneo alle fantasiose affermazioni del ‘Dossier Mitrokhin’ per quanto possa essere falsamente indicato”.

Altri agenti del KGB erano presenti in altre ambasciate italiane all’estero. DENIS era un impiegato dell’ufficio decifrazione e messaggi in codice in un’ambasciata del Medio Oriente, reclutato nel 1961.

Vittorio era un ex membro del Partito Comunista che fu reclutato in America Latina nel 1970. Pleniannik era un altro impiegato dell’ufficio decifrazione e messaggi in codice in un paese medio-orientale, reclutato con l’aiuto dei servizi segreti bulgari nel 1977.

In genere il Centro del KGB aveva una tale penetrazione nella diplomazia italiana che questa non aveva per Mosca nessun segreto.

Per quanto riguarda le operazioni della cosiddetta Linea X, il dipartimento per le informazioni scientifiche e tecnologiche di ogni Residenza del KGB nel mondo, esse portarono alcuni risultati importanti.

Per esempio nel 1970, i comproprietari di un’azienda che produceva alta tecnologia, METIL (identificato nel testo con Amedeo Mencuccini) e BUTIL (individuato quale Salvatore Cassarino), fornirono al KGB una documentazione tecnica completa sulla produzione di gomma butile, che fu utilizzata nella costruzione della fabbrica sovietica di gomma di Surgut e portò a riprogettare le linee di produzione del complesso industriale di Nizhnekamsk e delle officine di gomma sintetica di Kuybyshev.

A metà degli anni Settanta, Butil fornì altre informazioni tecnologiche giudicate di alto valore, alcune delle quali di origine americana e relative a processi chimici e petrolchimici. Nel 1970 la Residenza del KGB a Roma contava già nove ufficiali della Linea X che gestivano una rete di circa una decina di agenti, soprattutto imprenditori ma anche alcuni accademici.

Nei tardi anni Settanta le operazioni di spionaggio scientifico-tecnologico si intensificarono sia a Roma che a Milano. Nel 1978 fu inviato in Italia, con copertura consolare, un ufficiale anziano della Linea X, Anatoly Vasilyevich Kuznetsov (nome in codice Colin).

Probabilmente la fonte più importante della Linea X tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta fu Uchitel (o Ukitel), un professore universitario controllato proprio da Kuznetsov.

Uchitel fornì informazioni provenienti da otto tra grandi aziende e istituti di ricerca italiani, tedesco-occidentali, francesi e belgi. Compì inoltre missioni per conto del KGB negli Stati Uniti e nella Repubblica Federale Tedesca. Le sue informazioni più preziose riguardavano aeromobili militari, elicotteri, motori aeronautici e sistemi di guida aerea. Tra l’altro, fornì dati significativi sul cacciabombardiere Tornado, uno dei più importanti programmi della NATO.

Certamente all’insaputa di Uchitel, almeno uno dei suoi colleghi di università – un fisico nucleare il cui nome in codice era Mario (Valerij Kachaturovitch Narymov) – era anch’egli un agente del KGB. Probabilmente lo era anche un altro accademico, nome in codice KARS, che operava sia in Italia che negli Stati Uniti e insegnava nella stessa università.

Spesso agli scienziati occidentali, i sovietici offrivano in contropartita le loro scoperte in cambio dello spionaggio industriale.

Il 12 settembre del 1976 Georgij Nikolaevič Aleksandrov, agente con il nome in codice ION dell’Istituto Politecnico concluse un accordo con Culon, nome in codice di un membro anziano di un istituto di ricerca italiano, forse Gianguido Carrara, basato proprio sullo scambio delle reciproche ricerche. La maggior parte degli incontri tra Culon e il suo contatto del KGB ebbero luogo in Svizzera.

Sebbene Culon sia rimasto a lungo un contatto confidenziale, manovre analoghe di avvicinamento ad altri scienziati portarono al loro reclutamento come agenti pleno iure. Le operazioni ST in Italia subirono un serio colpo il 5 agosto dell’81 con l’espulsione dal nostro paese dell’ufficiale della linea X Anatoly Kozlov.

Il timore che Uchitel e altri agenti sotto il suo controllo fossero stati individuati dal controspionaggio italiano provocò uno stato di ansia nel KGB. Un’inchiesta del Centro arrivò a tre possibili soluzioni: che qualche operazione della linea X di Kuznecov fosse stata scoperta, che la sua attività di ufficiale per la sicurezza per la comunità sovietica del Nord Italia avesse fatto saltare la sua copertura consolare, oppure che i suoi frequenti viaggi da Milano a Torino avessero generato sospetti.

Sembra che almeno fino al 1982 il KGB non si sia reso conto del fatto che il responsabile della caduta di Kuznecov fosse addirittura uno interno del Direttorato T della Lubjanka.

Negli anni Settanta, tra gli agenti più apprezzati della Linea PR, quella per l’intelligence politica del relativo Dipartimento della Residenza del KGB di Roma, spiccavano numerosi giornalisti. Un fascicolo trascritto da Mitrokhin elenca tredici agenti di intelligence politica gestiti dalla Residenza di Roma all’inizio del 1977.

Dei sei meglio pagati, almeno tre erano giornalisti: Frank (Francesco Gozzano), reclutato nel 1966, che occupava una posizione di prestigio in un importante quotidiano; PODVIZNY, un altro famoso giornalista, e STAZHER, che era stato reclutato nel 1969 e lavorava nell’ufficio romano di un’agenzia di stampa.

Gli altri tre agenti erano il summenzionato Dario, NEMEK, un noto politico di sinistra, e Orlando (Carlos Gurmendes). Seguivano poi altri sei agenti meno importanti. Riguardo all’occupazione di uno dei sei, Agero (Giuseppe Ferranini), non vi sono informazioni disponibili.

Dei cinque di cui è possibile stabilire l’occupazione, tre, dai nomi in codice Fidelio (Franco Leonori), Renato (Alfredo Casilio) e Maur (presumibilmente Libero Lizzadri), erano giornalisti.

Renato, reclutato nel ’74, era il direttore di un periodico. Fidelio, che era diventato un agente nel ’75, era il direttore di un’agenzia di stampa. Maur era un giornalista di sinistra che lavorava in un prestigioso quotidiano romano e che era stato reclutato qualche anno prima di Renato e di Fidelio, ed era a sua volta un reclutatore di agenti.

Uno degli agenti reclutati da Maur era Araldo (identificato con Giovanni de Luca), funzionario civile che, secondo lo stesso Maur, considerava l’intera classe politica italiana un covo di ladri.

Gli altri agenti pagati dalla Residenza di Roma erano Loreto, un militante maoista che forniva informazioni sui contatti della Cina con i suoi sostenitori nella sinistra europea, e Metsenat (Vincenzo Marazzuita), un funzionario che pensava che lo Stato fosse corrotto e che si riteneva fosse spinto a lavorare per il KGB soltanto per motivi venali.

L’ultimo nome in codice che comparve nelle righe è quello di Tourist (Giorgio Girardet), editore di un giornale. In tutto, almeno sette dei tredici agenti più pagati della Residenza erano appunto giornalisti.

Nell’agosto del 1977 un rapporto del Centro sulla Residenza di Roma affermava che essa possedeva una rete di agenti efficace e affidabile, con fonti nel Ministero degli Esteri, nell’Ufficio del Governo, nel Ministero della Difesa e nei principali partiti politici.

Ogni mese la Residenza otteneva dai suoi agenti un numero di rapporti di intelligence fino a cinquanta unità. Il Centro, tuttavia, criticava la carenza di azioni di successo contro avversari americani della NATO e della Comunità Europea. Invece, i risultati migliori erano quelli nelle opere di disinformazione.

Due operazioni del settantasette furono particolarmente apprezzate: l’operazione Crescendo, in cui si usarono documenti falsi per screditare la politica dei diritti civili dell’amministrazione Carter, e l’operazione Bonza, rivolta contro i cinesi.

Almeno la metà degli agenti della Linea PR del KGB, dipendenti dalla Residenza romana nel gennaio del ’77, furono cancellati dagli elenchi oppure abbandonarono l’attività spionistica nel corso del lustro successivo. Il primo fu Tourist, evidentemente deluso a causa delle violazioni dei diritti umani da parte dei sovietici. Nel 1977 egli accampò vari pretesti per evitare di collaborare.

Nel ’78 interruppe i contatti. Nel 1978 anche Fidelio fu rimosso dalla rete di agenti dopo che si scoprirono i suoi rapporti con il Servizio Informazioni Ungherese e i contatti con quello cecoslovacco e quello polacco. Nel 1979 si ritirò Dario, seguito da Metsenat l’anno seguente. Contemporaneamente Renato e Frank, come già Tourist, si stavano dissolvendo.

Renato fu messo in ghiaccio nel 1980 all’inizio per solo quattro anni. E non è possibile sapere se in seguito con lui furono ripristinati i contatti. Il suo controllore considerò il fatto che Frank si faceva influenzare troppo facilmente dalla propaganda antisovietica dopo l’invasione dell’Afghanistan del ’79 e la repressione contro Solidarność in Polonia due anni dopo.

Inoltre, girava voce che Frank fosse vicino a una persona arrestata per i suoi rapporti con le Brigate Rosse. Per cui Frank fu rimosso dalla rete degli agenti nell”82.

Le misure più attive, più efficaci del KGB nella prima metà degli anni Ottanta in Italia e Francia, così come nell’Europa nel suo complesso, furono quelle che facevano leva sui movimenti di opinione antiamericani e sul timore di una guerra nucleare.

I movimenti pacifisti occidentali furono molto più critici nei confronti della decisione americana di posizionare in Europa occidentale i missili Pershing II e Cruise a partire dall”83 di quanto non lo fossero nei confronti dello spiegamento dei missili SS-20 sovietici verso l’Occidente che avevano giustificato la decisione americana.

Le prime tre priorità stabilite dal Centro per la campagna di misure attive dell”84, l’anno precedente alla salita al potere di Gorbacev, rispecchiano una sicurezza che esso aveva di poter esercitare in quel momento una forte presa sull’opinione pubblica occidentale.

Reagire ai tentativi da parte degli Stati Uniti e NATO di distruggere l’equilibrio strategico militare esistente e di acquisire una superiorità militare sull’Unione Sovietica, accrescere i dissidi interni della NATO, denunciare di fronte alla comunità internazionale i piani degli Stati Uniti di dare inizio a una guerra, il loro rifiuto di avviare negoziati in buona fede con l’Unione Sovietica sull’eliminazione degli armamenti.

Le misure attive del KGB in Europa occidentale ebbero un successo molto inferiore durante l’era Gorbaciov. Nel 1987 Gorbaciov e i suoi consiglieri erano piuttosto preoccupati per la possibilità che lo smascheramento della disinformazione attuata dal KGB in Occidente togliesse lucentezza alla nuova immagine dell’Unione Sovietica.

Nei tardi anni Ottanta la natura fraudolenta delle organizzazioni di facciata sovietica divenne sempre più evidente. La più importante di queste organizzazioni, il World Peace Council, perse molta della credibilità la vigilia stessa, quando ammise che il novanta per cento dei propri finanziamenti veniva dall’Unione Sovietica.

Nel settembre del 1990, in un ordine del presidente del KGB, Kryuchkov, riconobbe che c’era stato un grande declino nell’efficacia delle misure attive e nella fiducia che l’FCD, il Primo Direttorato Centrale, per le informazioni estere, riponeva in esse.

Come altri uomini della vecchia guardia del KGB, Kryuchkov si rifiutava di ammettere che la fine della Guerra Fredda comportava necessariamente un declino dell’importanza delle misure attive in Europa occidentale. Questo punto di vista appare ancora oggi ben rappresentato tra i ranghi dei funzionari anziani dell’SVR, il servizio informazioni estere russo post sovietico.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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