Intanto, il segretario di Stato USA, Rubio, si reca in Vaticano
Donald Trump si era abituato all’idea di essere, oltre che presidente, una sorta di sommo sacerdote della destra religiosa americana.
Per un decennio ha coltivato con abilità quasi teatrale il rapporto con evangelici, cattolici conservatori, militanti pro-life e tutto quel vasto elettorato bianco che ama sentirsi assediato da un’America laica, cosmopolita e progressista.
In cambio di voti disciplinati, Trump offriva simboli, giudici, slogan identitari, guerra culturale permanente e la rassicurante sensazione che qualcuno stesse finalmente difendendo Dio, patria e famiglia contro i barbari del liberalismo.
Era un meccanismo politicamente perfetto, finché la religione restava un accessorio da comizio e non tornava a essere un criterio morale.
Il problema di Trump è che adesso quel criterio morale ha preso improvvisamente voce, volto e passaporto americano. Si chiama Leone XIV, ed è qui che l’ironia della storia diventa quasi crudele.
Per anni. molti cattolici conservatori statunitensi hanno guardato a Francesco con fastidio se non con aperta ostilità: troppo gesuita, troppo latinoamericano, troppo insistente sui migranti, troppo poco incline a quel cattolicesimo cerimoniale, ordinato e rassicurante che piace a chi sogna il ritorno della Chiesa – fortezza.
Leone XIV, almeno sul piano dell’immagine, sembrava poterli riconciliare con Roma: stile più sobrio, liturgia più composta, linguaggio meno istintivo, figura più tradizionale e perfino quel tanto di americanità che lo rende familiare all’orecchio e alla sensibilità nazionale.
Insomma, il Papa che sulla carta avrebbe dovuto fare meno danni alla destra americana.
Sta facendo invece molti più danni di Francesco.
Per una ragione semplicissima: Francesco poteva essere liquidato come il pontefice argentino che parlava da lontano; Leone XIV parla dall’interno della cultura statunitense e soprattutto sottrae a Trump il monopolio della parola morale presso milioni di credenti.
Quando il Papa denuncia l’idolatria della forza, critica l’uso di Dio come copertura della guerra, richiama il dovere di proteggere migranti e innocenti e insiste su una pace “disarmata e disarmante”, non appare come un leader progressista straniero che interferisce con la politica americana.
Appare come un’autorità religiosa americana che ricorda ai cattolici ciò che il Vangelo dice davvero. È una differenza devastante.
La reazione scomposta della Casa Bianca in questi giorni tradisce esattamente questo nervosismo. Trump prima si è fatto raffigurare come Gesù in una grottesca immagine da social, poi ha lasciato che il suo segretario alla Difesa Pete Hegseth invocasse dal Pentagono una “violenza travolgente contro chi non merita misericordia”, infine ha accusato Leone XIV di essere addirittura favorevole alla bomba atomica iraniana: un’accusa talmente falsa da sembrare più un riflesso isterico che una strategia politica.
E, infatti, il Washington Post registra dati che per qualsiasi presidente sano di mente sarebbero motivo di seria preoccupazione: l’87 per cento degli americani ha reagito negativamente all’immagine messianica di Trump, il 69 per cento ha giudicato inquietante la preghiera militarista di Hegseth e, dato ancora più significativo, una larga maggioranza degli stessi elettori trumpiani considera queste uscite inappropriate.
Tradotto in linguaggio non demoscopico: il giocattolo religioso del trumpismo si sta rompendo. Una parte dell’elettorato cristiano accetta volentieri che la fede venga usata come bandiera identitaria contro la sinistra, ma non gradisce altrettanto che venga trasformata in una caricatura blasfema del capo infallibile.
Qui, però, entra in scena un secondo livello, ancora più interessante, colto bene da Lucio Caracciolo.
Il nuovo attacco di Trump al Papa arriva, infatti, alla vigilia della visita romana di Marco Rubio, incaricato di incontrare Leone XIV in un colloquio definito “franco”. In diplomazia significa che qualcuno deve andare a spegnere un incendio acceso da qualcun altro.
Rubio non è un dettaglio di protocollo: è cattolico, è il volto più disciplinato e internazionalmente presentabile dell’amministrazione, è l’uomo che sa perfettamente quanto sia suicida mettersi contro il primo Papa americano mentre i sondaggi mostrano il raffreddamento dei cattolici bianchi verso la Casa Bianca.
Ma, soprattutto, Rubio, proprio per questa sua postura più misurata, comincia a incarnare, agli occhi dell’establishment repubblicano, un’ipotesi di successione: conservatore sì, trumpiano abbastanza, ma senza il contorno da setta apocalittica.
Trump, che sulla lealtà personale ha costruito il proprio sistema di potere, percepisce ogni mossa autonoma come un potenziale tradimento. Da qui il sospetto che dietro la furia contro Leone XIV ci sia anche un messaggio interno: nessuno usi il Vaticano per costruirsi una patente di rispettabilità post-Trump.
Perché il presidente sa benissimo che le elezioni di metà mandato del 3 novembre potrebbero trasformarlo in una lame duck molto prima della fine formale del mandato, e in quel momento il Partito Repubblicano dovrà scegliere se consegnarsi a un J. D. Vance, cioè al trumpismo come religione di combattimento, oppure tentare con Rubio una versione più governabile, più atlantica, più spendibile verso alleati, mercati e apparati.
Il paradosso magnifico è che in questa lotta per l’eredità il fattore destabilizzante non è un democratico, non è un procuratore, non è un giornale ostile. È il Papa. Anzi, il Papa che molti cattolici conservatori pensavano finalmente più “adatto” di Francesco. Lo avevano immaginato più vicino per stile, tono e forma.
Si ritrovano, invece, davanti una figura infinitamente più insidiosa, perché non suscita l’immediato riflesso dell’antipatia ideologica ma il disagio sottile della coscienza.
Francesco potevano contestarlo con rabbia; Leone XIV rischiano di doverlo ascoltare. Ed è esattamente ciò che per Trump risulta intollerabile: scoprire che, sopra il suo pulpito, improvvisamente, ce n’è un altro.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


