Il diplomatico e il Pontefice: la missione di Rubio in Vaticano per annullare la devastazione causata da Trump
È stata, a detta di tutti, la stretta di mano più attesa nella storia diplomatica recente.
La mattina del 6 maggio 2026, un corteo di SUV neri sono entrati nel Cortile di San Damaso del Palazzo Apostolico.
Ne è sceso Marco Rubio, il massimo diplomatico americano, un uomo incaricato di un’impresa politica ad alto rischio: ricucire i rapporti con il primo Papa americano dopo che il suo stesso capo aveva pubblicamente definito quel Pontefice “debole” e “terribile per la politica estera”.
La visita del Segretario di Stato Rubio a Papa Leone XIV non è stata una semplice visita diplomatica di routine. Organizzata sullo sfondo di un’aspra diatriba tra la Casa Bianca e il Vaticano sul conflitto in Iran, è stata una “missione di rilancio”: un tentativo dell’amministrazione Trump di placare gli animi degli 1,4 miliardi di cattolici nel mondo, proprio mentre le elezioni di metà mandato si profilano all’orizzonte.
Per circa trenta minuti, a porte chiuse, il Segretario di Stato cubano-americano, un uomo che “tiene sempre il rosario a portata di mano” insieme alle sue carte politiche, si è seduto di fronte al Pontefice di Chicago, con passaporto peruviano.
La tensione nella stanza era palpabile ancor prima che si sedessero. Il Segretario Rubio era arrivato con un forte “mal di testa“, infatti solo 48 ore prima, l’ex Presidente Trump, ancora di fatto leader del Partito Repubblicano e superiore di Rubio, aveva lanciato un altro strale incendiario contro Papa Leone durante un’intervista radiofonica.
Trump aveva accusato – falsamente – il Papa di essere «d’accordo» con il fatto che l’Iran si possa dotare di un’arma nucleare. Questo è stato solo l’ultimo di una serie di attacchi scaturiti dalla ferma opposizione di Leone all’azione militare guidata dagli Stati Uniti contro l’Iran: infatti, il Papa ha sostenuto che, nell’era delle armi nucleari, il concetto di «guerra giusta» deve essere rivisto.
Fonti diplomatiche statunitensi avevano promesso che la conversazione sarebbe stata «franca» ma nel linguaggio diplomatico, questo è solitamente un segnale d’allarme.
Secondo fonti vicine all’incontro, Rubio non si è presentato come un mendicante in cerca di assoluzione – come Enrico IV a Canossa nel 1077 – ma come uno statista con una lista di priorità. Mentre il mondo si aspetta un acceso scambio di battute sui bombardamenti in Medio Oriente, Rubio avrebbe virato verso i punti di incontro con il Pontefice.
Il Segretario di Stato, cattolico, ha essenzialmente tre aree di preoccupazione: la persecuzione dei cristiani in Africa, il crollo della libertà religiosa in alcuni stati autoritari e, soprattutto, la disperata situazione umanitaria a Cuba.
Rubio è figlio di esuli cubani ed ha sempre considerato la Chiesa cattolica un partner fondamentale nella distribuzione degli aiuti sull’isola per cui ha minimizzato deliberatamente sulla questione iraniana.
Papa Leone, che ha celebrato quasi un anno dalla sua storica elezione solo pochi giorni fa è noto per la sua pacatezza – in netto contrasto con la retorica infuocata proveniente da Mar-a-Lago – e avrebbe risposto distinguendo tra la leadership politica degli Stati Uniti, il popolo americano e il ruolo del papato.
Come ha dichiarato ai giornalisti alla vigilia della visita: “Spero in un buon dialogo, improntato alla fiducia e all’apertura” aggiungendo, poi, in modo significativo, che le questioni in discussione “non sono questioni di oggi” – una critica filosofica alla natura transeunte della politica estera di Trump e suggerendo che il Vaticano sta giocando sul lungo termine.
Per Marco Rubio, questa è stata una lezione magistrale di sopravvivenza e ambizione e l’immagine del Segretario di Stato che stringe la mano al Pontefice ha avuto un duplice scopo: in primo luogo, ha rappresentato un’operazione di contenimento dei danni provocati dalla sua amministrazione e dall’altra gli è servita a costruirsi meglio il ruolo di “conciliatore“.
Come è prassi in Vaticano dopo l’udienza con il Papa, Rubio si è recato alla Segreteria di Stato vaticana per un incontro più lungo e tecnico con il Cardinale Pietro Parolin. Mentre il Papa ha parlato di pace, Parolin ha probabilmente discusso degli aspetti pratici: il passaggio sicuro degli aiuti, gli aspetti legali della guerra e la formulazione specifica dei futuri comunicati.
Le manovre diplomatiche non si fermano alle mura del Vaticano. Rubio attraverserà, domani, anche il Tevere per incontrare il Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni. Ironicamente, la Meloni, un tempo considerata la sorella ideologica della destra americana, è diventata una fervente sostenitrice di Papa Leone contro gli attacchi di Trump.
Rubio probabilmente chiederà alla Meloni di mantenere posizione di appoggio alla coalizione israelo-statunitense: quello imbastito è davvero un gioco delicato.
Il Vaticano ha rilasciato una breve dichiarazione standard in cui si parlava di “cordiali colloqui” e di uno “scambio di opinioni sulla situazione internazionale”. Non si è fatta alcuna menzione di perdono per gli insulti di Trump.
Ma il fatto stesso che l’incontro abbia avuto luogo è una vittoria per Rubio. Come ha dichiarato un insider vaticano Washington ha riconosciuto – implicitamente ma chiaramente – che la voce di Leone ha un peso nel mondo che non può essere semplicemente ignorato.
Marco Rubio è forse riuscito a tenere la nave dell’amministrazione statunitense lontana dagli scogli. Se il Papa abbia cambiato idea sulla moralità della guerra in Iran – o sul carattere dell’uomo che ha mandato Rubio – è un segreto che probabilmente resterà tra il Segretario di Stato, il suo confessore e il silenzio del Palazzo Apostolico.


Carlo Marino, Ph.D., Journalist Stampa Estera. Direttore Scientifico della Collana di linguistica, Storia e Antropologia Eurasiatica - De Frede Editore Napoli. Il Faro di Roma, Sala Stampa Santa Sede. Correspondent of European News Agency. Reporters.de. AgoraVox.fr, Nuovo Giornale Nazionale, Eurasiaticanews.eu, La Maschera di Tespi, De Regimine Litterarum. Scrittore.


