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Sgomberi e sfratti: il tempo dell’indulgenza è finito

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Sgomberi e sfratti

Il Governo Meloni sancisce che la proprietà privata è inviolabile

È un atto di fede affittare un appartamento in Italia. Non in Dio, nello Stato. E lo Stato, puntualmente, tradisce. Anni di procedure per rientrare in possesso di un bene proprio.

Anni in cui l’occupante abusivo cambia la serratura, si installa, resiste, ricorre, impugna. Anni in cui il proprietario continua a pagare tasse e mutuo su un immobile di cui non dispone.

Chi ha vissuto questa esperienza non affitta più. Chi ne ha sentito parlare nemmeno.

Ma c’è qualcosa di peggio dell’inerzia. C’è chi l’occupazione la pratica, la rivendica e la teorizza dalle istituzioni.

Ilaria Salis, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, ha occupato abusivamente almeno due alloggi popolari ALER a Milano, accumulando un debito di circa 90.000 euro mai saldato.

Ma non basta. Dal Parlamento europeo ha proposto di depenalizzare le occupazioni, bloccare gli sfratti, requisire gli immobili dei grandi proprietari. Chi viola la legge scrive le leggi.

A Roma, nel III Municipio, l’assessore al Diritto all’abitare si chiama Luca Blasi, pure lui esponente AVS. Occupa abusivamente da quindici anni un immobile di proprietà dell’INPS.

Non si è dimesso. Ha fatto di meglio: dal suo ufficio ha inoltrato richiesta formale all’INPS per ottenere la sanatoria di diverse unità immobiliari occupate. Fra cui la propria. L’assessore alla casa che occupa una casa.

Nella scorsa legislatura il senatore grillino Emanuele Dessì viveva in una casa popolare nel centro storico di Frascati, destinata a chi non arriva a fine mese. Sette euro al mese di canone, reddito da parlamentare di oltre centomila euro l’anno.

Lo stesso Dessì che in Senato promuoveva l’emendamento per impedire ai proprietari di sfrattare gli inquilini morosi.

Tre casi. Tre livelli istituzionali. Un’unica cultura di sinistra: quella che ha trasformato l’illegalità abitativa in battaglia sociale e il diritto di proprietà in colpa da espiare. Ed è questa cultura ad aver devastato il mercato degli affitti italiani.

Il meccanismo è elementare. Il proprietario che non ha certezza di recuperare il proprio bene non affitta. Se non affitta, l’offerta si contrae. Se l’offerta si contrae, i canoni salgono. Nel 2025 gli affitti sono cresciuti del 7 – 8 per cento su base annua, con picchi nelle grandi città.

Chi ha prodotto questa emergenza? Chi ha protetto gli occupanti spacciando l’illegalità per solidarietà. Confedilizia lo sintetizza con una formula che meriterebbe di diventare assioma: l’obiettivo non è avere più sfratti, è avere più affitti.

I numeri raccontano il disastro meglio di qualunque analisi. Nel 2024, ottantunomila richieste di esecuzione di uno sfratto. Ne sono stati eseguiti ventunomila.

Con la forza pubblica, perché altrimenti nessuno se ne va. In tre casi su quattro la causa è la morosità: non si paga, non si esce, il proprietario aspetta.

Ma il dato che andrebbe scolpito nel marmo è un altro: 22.700 alloggi pubblici occupati illegalmente. Case popolari sottratte ad anziani che tornano dalla spesa e trovano la serratura cambiata, a ricoverati che dall’ospedale scoprono di non avere più una casa.

Rubate a famiglie in graduatoria che aspettano rispettando le regole. Ogni abusivo che resta è un onesto che attende.

Il Governo Meloni ha deciso che basta. Un disegno di legge varato dal Consiglio dei ministri rovescia la logica di decenni: non più il proprietario ostaggio della procedura, ma l’occupante costretto a uscire.

Ingiunzione di rilascio in quindici giorni, penale per ogni giorno di ritardo, esecuzione forzata sulla base dell’atto di proprietà senza giudizio preventivo.

In qualunque Paese europeo sarebbero norme ordinarie. In Italia suonano rivoluzionarie e questo da solo misura l’abisso di anomalia in cui ci siamo infilati.

Le opposizioni, prevedibili come le formiche ad un picnic, hanno reagito urlando al rischio sociale. Perché accelerare gli sfratti senza rafforzare il welfare colpirebbe le famiglie fragili.

Argomento suggestivo se non fosse costruito su una falsificazione: il disegno di legge prevede il rinvio dell’esecuzione fino a sei mesi per anziani, disabili gravi e malati terminali. Inoltre, introduce l’obbligo di segnalazione ai servizi sociali.
Non è macelleria sociale.

Ma il principio resta non negoziabile: la proprietà privata è un diritto costituzionale, articolo 42, non una variabile dipendente dalla sensibilità del giudice di turno.

In Italia 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta. L’incidenza è passata dal 3,6 per cento del 2005 all’8,4 di oggi. Cifre che esigono politiche di welfare serie, edilizia popolare, housing sociale.

Nessuna di queste, però, autorizza a sacrificare il diritto di proprietà sull’altare di un’emergenza, che decenni di governi di sinistra hanno alimentato con inerzia e complicità ideologica.

La risposta alla povertà non è occupare la casa di un altro. È costruirne di nuove, recuperare le 60.000 che marciscono vuote nel patrimonio pubblico, restituire al mercato quelle che i proprietari tengono chiuse per paura.

Chi sfonda la porta di una casa non sua compie un reato. Non un atto di resistenza sociale, non un gesto meritevole di comprensione giudiziaria: un reato. E lo Stato che impiega anni per ripristinare la legalità non è uno Stato garantista. È uno Stato complice.

Il tempo dell’indulgenza è finito. Per chi ha occupato, per chi ha tollerato, per chi ha teorizzato il diritto all’illegalità in nome della giustizia sociale.

Restituire certezza alla proprietà non toglie nulla ai poveri. Toglie alibi a chi sulla pelle dei poveri ha costruito rendite politiche per generazioni.

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