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Quando il Cremlino smette di chiamarla “operazione speciale”

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Cremlino

Il significato politico di una parola che può cambiare la guerra

Ci sono momenti nella storia in cui un cambiamento lessicale vale più di una divisione corazzata.

Per oltre quattro anni il Cremlino ha imposto una disciplina linguistica rigidissima: quella combattuta in Ucraina non doveva essere chiamata “guerra”, ma “operazione militare speciale”.

Non era una semplice scelta semantica. Era un pilastro della strategia politica di Vladimir Putin.

Definire il conflitto un’operazione significava trasmettere ai cittadini russi l’idea di un intervento limitato, controllabile, lontano dalla quotidianità della popolazione e, soprattutto, incompatibile con l’idea di una mobilitazione generale.

Per questo motivo le recenti parole del portavoce presidenziale Dmitry Peskov meritano un’attenzione particolare.

«Questa è ormai una guerra reale», ha dichiarato, attribuendone la trasformazione al coinvolgimento diretto dell’Occidente a sostegno di Kiev.

Può sembrare soltanto una sfumatura retorica. In realtà, potrebbe rappresentare il primo segnale di una più profonda evoluzione della strategia del Cremlino.

Le parole, nei sistemi autoritari, raramente sono casuali. Sono spesso strumenti di preparazione psicologica. Prima si modifica il linguaggio. Poi si modifica la percezione collettiva. Infine, diventa possibile modificare le decisioni politiche. È accaduto più volte nella storia russa e sovietica.

La domanda che oggi molti analisti si pongono è semplice quanto inquietante: Mosca sta preparando l’opinione pubblica a una nuova mobilitazione?

Il problema che il Cremlino non riesce più a nascondere

Da mesi il principale punto debole dell’esercito russo non sembra essere tanto la disponibilità di armamenti quanto quella di uomini.

Secondo dati emersi dall’analisi del bilancio federale russo pubblicata dal sito indipendente Vazhne Istorii, il numero dei nuovi volontari continua a diminuire.

Gli incentivi economici, che tra il 2023 e il 2024 avevano attirato decine di migliaia di reclute soprattutto nelle regioni economicamente più fragili della Federazione, sembrano aver progressivamente perso efficacia.

Parallelamente, secondo numerose valutazioni indipendenti, il ritmo delle perdite al fronte continua a rimanere elevato.

Se il numero delle nuove reclute diventa stabilmente inferiore alle perdite, il problema non è soltanto militare. Diventa strutturale. Ogni esercito può sopportare sconfitte. Molto più difficile è sopportare uno squilibrio permanente tra chi entra e chi esce dalle linee del fronte. La guerra è cambiata

Nel frattempo anche la natura del conflitto si è trasformata. Se nei primi anni la superiorità russa derivava principalmente dalla massa di uomini, artiglieria e mezzi corazzati, oggi il campo di battaglia appare radicalmente diverso.

L’Ucraina ha progressivamente sviluppato una capacità crescente di colpire in profondità il territorio russo attraverso droni a lungo raggio. Non si tratta più soltanto di difendere il fronte.

Occorre proteggere aeroporti, depositi di carburante, centrali energetiche, industrie strategiche, infrastrutture ferroviarie e reti logistiche distribuite su migliaia di chilometri. Ogni drone che attraversa il cielo russo obbliga Mosca a disperdere uomini e mezzi su un territorio immenso.

È un tipo di guerra molto diverso da quello immaginato nel febbraio 2022. Ed è probabilmente il principale vantaggio strategico che Kiev sta cercando di costruire.

I segnali che alimentano le indiscrezioni

In questo contesto stanno circolando insistenti voci sui canali Telegram vicini agli ambienti militari russi riguardo a una possibile nuova mobilitazione dopo le elezioni legislative.

Queste informazioni, allo stato attuale, non risultano confermate da fonti ufficiali indipendenti. Come spesso accade durante una guerra, i social vicini agli apparati di sicurezza rappresentano contemporaneamente strumenti di propaganda, di pressione politica e, talvolta, di anticipazione di decisioni che potrebbero maturare successivamente.

Vanno quindi letti con estrema prudenza. Ciò non significa che siano necessariamente falsi. Ma non costituiscono prove. Costituiscono indizi.

Perché Putin potrebbe evitare una mobilitazione generale

Paradossalmente, proprio le difficoltà militari potrebbero convincere Putin a non ripetere quanto avvenne nell’autunno del 2022. Una mobilitazione di massa produrrebbe, infatti, conseguenze immediate sul piano politico interno. Milioni di famiglie russe si troverebbero improvvisamente coinvolte nella guerra.

Le fughe all’estero potrebbero riprendere. Le tensioni economiche aumenterebbero. Le imprese perderebbero forza lavoro. E lo Stato dovrebbe sostenere costi enormi per addestrare, armare ed equipaggiare centinaia di migliaia di nuovi soldati.

Ruslan Leviev, fondatore del Conflict Intelligence Team, osserva che il rapporto costi – benefici di una mobilitazione oggi sarebbe molto meno favorevole rispetto al passato. Servirebbero mesi prima che le nuove unità possano essere realmente operative.

Nel frattempo, il conflitto continuerebbe a evolversi. Una guerra che entra nel cuore della Russia Esiste poi un altro elemento spesso sottovalutato. Per la prima volta dall’inizio dell’invasione il territorio russo stesso è diventato parte integrante del campo di battaglia.

Le iniziative per costituire gruppi destinati alla protezione delle infrastrutture energetiche, comprese quelle riconducibili a Gazprom, indicano che Mosca percepisce ormai la vulnerabilità delle proprie retrovie come un problema strategico.

La guerra non riguarda più soltanto il Donbass. Riguarda sempre di più Belgorod, Kursk, Rostov, la Crimea e numerose regioni interne della Federazione. È un cambiamento che modifica profondamente anche la percezione psicologica della popolazione.

La politica dietro una parola

Per questo motivo le dichiarazioni di Peskov assumono un valore che va oltre la cronaca. Non sappiamo se preludano davvero a una nuova mobilitazione. Non sappiamo se rappresentino soltanto un’escalation retorica destinata a rafforzare la narrativa del Cremlino contro l’Occidente.

Sappiamo, però, una cosa. Nei regimi fortemente centralizzati il linguaggio non anticipa mai il caso. Anticipa quasi sempre la politica. Quando uno Stato decide di modificare ufficialmente il nome di una guerra, raramente sta parlando soltanto della guerra.

Sta preparando il Paese alla fase successiva. Quale sarà quella fase nessuno oggi può affermarlo con certezza. Ma una certezza esiste.

Se perfino il Cremlino sente ormai il bisogno di chiamarla “guerra”, significa che quella che doveva essere un’operazione rapida è diventata qualcosa di molto diverso: un conflitto lungo, costoso, logorante, nel quale il tempo rischia di essere il nemico più pericoloso di Mosca.

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