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Agostino Depretis, elogio del trasformismo

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Agostino Depretis
Agostino Depretis, un massone presidente del Consiglio dei ministri

Il superamento delle rigide divisioni tra Destra e Sinistra storiche, favorendo larghe alleanze centriste per isolare gli estremismi

Non da oggi le acque della “politica” fluttuano, mischiando colori e umori. Per coglierne i ritmi e avvicinarsi a capirne i moti non basta stare in superficie.

Occorre calarsi in profondità e distinguere il permanente dall’accidentale, le correnti costanti dalle increspature passeggere, lo Stato da chi ne occupa posizioni eminenti ma risulta succubo del Presente e ossessionato dalla pretesa di farlo durare a propria immagine e somiglianza, fonte non di conservazione ma di stagnazione e reazione.

La lunga storia d’Italia documenta che lo Stato durò e crebbe grazie alla legge elettorale che ne plasmò la dirigenza dal 1848 al 1919 e che i collegi uninominali sono i più graditi agli elettori.

Chi è davvero adeguato al ruolo viene confermato, chi non lo è sarà bocciato dagli elettori. È l’antidoto alla confisca della “rappresentanza” a opera di “partiti” autoreferenziali, gerarchici ma non meritocratici, inclini a eccitare fazioni ed estremismi nocivi, anziché capaci di propiziare ampie coalizioni.

In Italia tra il 1876 e il 1887 il “trasformismo” fu il decennio di transizione dall’ormai sterile contrapposizione nominale fra Destra e Sinistra “storiche”, “brutta parola a cosa più brutta” scrisse il 3 gennaio 1883 Giosué Carducci nel “Don Chisciotte”.

“Maestro e vate della Terza Italia”, da molti anni egli aveva messo da parte ardori giovanili, era incantato dall'”Eterno femminino regale”, emblema della Patria, e ripeteva i propri versi giovanili “Bianca Croce di Savoia/Dio ti salvi e salvi il Re”.

Quali erano i problemi di quell’Italia? Politica estera, riforme socio-economiche, consolidamento delle istituzioni: “fare lo Stato” (non era nato armato di tutto punto, come Minerva dalla testa di Giove) per poi “fare gli italiani”, generazione dopo generazione.

L’8 ottobre 1876 Agostino Depretis, massimo esponente della Sinistra e presidente del Consiglio dei ministri, pronunciò a Stradella, fulcro del suo collegio elettorale, un discorso che, secondo lo storico Carlo Morandi, confermato da Giovanni Spadolini, era stato scritto dal lombardo Cesare Correnti (1815 – 1888), esponente della Destra.

Auspicò la «feconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale, ai nomi storici [Destra e Sinistra, NdA] tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell’aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un’idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il “Progresso”. Noi siamo, o signori, un ministero di “progressisti”».

Depretis (1813 – 1887: vedi box) era presidente del Consiglio dal 25 marzo, all’indomani della “rivoluzione parlamentare” come retoricamente venne detto il crollo del governo presieduto da Marco Minghetti, ultimo della “Destra storica” (18 marzo).

Questa aveva all’attivo quindici anni vissuti pericolosamente, dall’unificazione (1861) all’agognato pareggio del bilancio di esercizio  (1876), cioè tante uscite contro altrettante entrate ogni anno.

Il pareggio era frutto della tassazione su macinazione delle farine (l’odiosa “tassa sulla fame”), sale, tabacchi, alcolici e su ogni bene di consumo, e di esose imposte sui beni immobili e su tutto quanto fosse considerato imponibile, dai portoni alle finestre, dai balconi ai cani da guardia e da passeggio.

A quel modo a Nuova Italia aveva reperito le risorse per fronteggiare e vincere il “grande brigantaggio”, battersi nella terza guerra per l’indipendenza, conclusa con l’annessione di Venezia malgrado un paio di battaglie sfortunate in terra e in mare, acquisire Roma su impulso di Quintino Sella, come documentò Aldo G. Ricci nel convegno italo-vaticano per il 150° di Porta Pia, e intraprendere la modernizzazione.

Il X congresso degli scienziati italiani, l’esposizione economica nazionale di Firenze e il censimento del 1871 indicavano che in appena due lustri il Paese aveva imboccato la direzione di marcia: “fare”, fare bene, fare in fretta, grazie all’immensa macchina dell’amministrazione centrale e locale.

Però, la compagine governativa della Destra era ormai spossata: confondeva l’equilibrio con la stasi. Si barcamenava in un’Europa che, messa alle spalle la guerra franco-germanica del 1870 – 1871, aveva ripreso e accelerato la seconda industrializzazione e con l’apertura del Canale di Suez aveva abbreviato distanza e tempi per le comunicazioni dall’Europa settentrionale alla Cina.

D’altro canto il crollo dei noli marittimi all’indomani della guerra di secessione negli USA favoriva le esportazioni dall’America verso l’Europa a danno delle economie più deboli.

Il grano d’importazione costava meno di quello faticosamente prodotto in Italia, con ripercussioni devastanti per un Paese ancora prevalentemente agricolo.

Che fare? Anche il liberista Camillo Cavour quando necessario aveva fatto intervenire lo Stato a tutela della produzione de suoi cittadini.

Casti connubi…

Nel 1869-1876 in Italia si susseguirono due unici governi “di Destra” vera e propria, presieduti da Lanza e da Minghetti. La “Destra” era, dunque, un’etichetta impropria. Il primo a liberasene era stato proprio Cavour che nel 1852 aveva pattuito il connubio di “centro-sinistro” con Urbano Rattazzi (che non era né di destra né di sinistra, ma costruttivo), poi ministro dell’Interno nel fattivo governo del 1859.

Nel decennio successivo alla morte del Gran Conte (1861 – 1870) i governi avevano sempre compreso esponenti niente affatto “di destra”. Nel suo primo ministero (1862) Rattazzi incluse Depretis e il napoleonico Gioacchino Pepoli; nel secondo (1867) ancora Depretis e il quarantaseienne Michele Coppino (massone) all’Istruzione. Nel suo terzo governo (1869) il generale Luigi Federico Menabrea chiamò Angelo Bargoni e Antonio Mordini, massoni e Dioscuri del Terzo Partito.

La debolezza cronica della Destra stava nella rivalità/incompatibilità fra due suoi esponenti di spicco: il biellese Quintino Sella e il bolognese Minghetti. O l’uno o l’altro.

E così alla fine arrivò Depretis: il Trasformismo, che andò di traverso alla retorica paleonazionalista come poi a quella fascista, alla gramsciana e ai “rivoluzionari” parolai in servizio permanente effettivo, inconcludenti nei fatti. Depretis era e rimase indigesto  a molti.

“Aspro vinattier di Stradella” (come lo bollò Carducci) promise (e mantenne) la promessa di varare almeno una riforma all’anno, ma di quelle vere, praticabili subito, che migliorano la vita delle “classi numerose”.

L’Italia era sotto assedio. Nel 1881 la Francia, a volte alleata ma mai amica sincera, impose il protettorato sulla Tunisia, che la neonata Italia considerava suo “porto sicuro”. Garibaldi, vecchio d’anni, malandato nel corpo ma di mente sempre vivida, e Adriano Lemmi, massimo esponente della massoneria italiana, dichiararono che la presenza francese a Tunisi era causa immanente (non imminente) di conflitto tra le “sorelle latine”.

Per uscire dall’isolamento Depretis stipulò la Triplice Alleanza difensiva (20 maggio 1882) con la Germania e l’Austria – Ungheria, oggettivamente nemico storico. Così ebbe mani libere per curare le piaghe interne: l’inchiesta sulle “classi agrarie” sollevò il coperchio sulle condizioni miserabili delle moltitudini.

Le cinte urbane soffocavano le città che avevano bisogno di aria luce e pulizia. L’epidemia colerica del 1884 impose la costruzione di reti fognarie e acquedotti.

… e Grandi Riforme

Il trasformista Depretis non racimolò il consenso di quattro gatti per caso in Parlamento. Nel 1881, auspici Coppino, Zanardelli, Baccarini e tanti altri “fratelli”, egli varò l’ampliamento del diritto di voto da circa 650.000 a 3.000.000 di italiani.

Dalle elezioni del 1882 (con collegi circoscrizionali e scrutinio di lista) scaturì la prima dirigenza di politici professionali tecnicamente attrezzati, come fece notare lo storico Giuseppe Galasso.

Proprio perché massone tutto d’un pezzo, Depretis non esitò ad avviare il primo cauto approccio con la Santa Sede per la Conciliazione, malgrado l’opposizione di alcuni anticlericali intransigenti e, s’intende, di fanatici baciapile.

Si trattava di accordarsi sui “metalli” nel rispetto della libertà di coscienza di tutti, garantita dallo Statuto albertino che dal 1848 aveva riconosciuto l’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi a prescindere dalla confessione religiosa.

Tra alti e bassi, da una all’altra crisi, rimpasto dopo rimpasto lo Statista tirò il carro governativo sino al 1887, quando formò il suo ultimo ministero: un vero capolavoro. Tenne per sé gli Esteri, all’Interno chiamò Crispi (che nel 1864 aveva detto alla Camera: “la monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”), alla Giustizia Giuseppe Zanardelli, a Finanze e Tesoro Agostino Magliani, all’Istruzione il grande Coppino (che dal 1877 varò la scuola elementare obbligatoria e gratuita), alla Marina Benedetto Brin (artefice della “Terni”), ai Lavori pubblici Giuseppe Saracco.

Al governo c’era tutta l’Italia competente e fattiva. “Trasformava” il brulicame in una compagine coesa, fondata su larghissima maggioranza (circa 400 deputati su 508), confermata anche nel 1886 quando affiorarono forze più decise ad accelerare le riforme, come l'”Opposizione subalpina” guidata appunto da depretisiani quali Giovanni Giolitti, Tommaso Villa, Domenico Berti (già ministro con la Destra), dal garibaldino Pietro Delvecchio e altri.

Sommerso dal lavoro, Depretis ammalò. Assistito dalla moglie Amalia Flaver, di 34 anni più giovane – sposata quando già era vedova e con una bambina, Bice, e dalla quale ebbe Agostino –, come gli Elefanti da Roma si rinchiuse a Stradella. Vi morì con l’occhio alle sorti progressive della sua eredità politica.

Senza soluzione di continuità, il governo, presieduto da Crispi, varò il nuovo codice penale che abolì in Italia la pena di morte (un primato mondiale), rese elettivi i sindaci e i presidenti delle Deputazioni provinciali, trasformò le opere pie in istituti di pubblica assistenza, approvò la prima legge sanitaria che impose ai Comuni la svolta urbanistica. Ecco, dunque, il Trasformismo: che è Riforme. È fatti.

Per mettere l’Italia in sicurezza, come suggerito da Adriano Lemmi (un “grande” ancora in attesa di una biografia), Roma stipulò accordi anche con Londra. In  una botte di ferro (parole di Lemmi), il Paese poté così progredire vieppiù e persino cercare nel Mar Rosso le chiavi del Mediterraneo, con l’avvio di una espansione coloniale a piccoli passi.

Il Trasformismo, dunque, non ha nulla a che vedere con il gioco dei quattro cantoni tra partiti di varie dimensioni, che scansano ogni decisione vitale, indebitano le generazioni venture con lo sperpero del danaro pubblico e sperano di rinviare le elezioni a chissà quando e mirano a manipolarne l’esito con aggiustamenti opportunistici.

Allievo prediletto di Depretis fu Giovanni Giolitti, che nel 1912 conferì il diritto di voto a quasi tutti i maschi maggiorenni. Riteneva fossero cittadini pensosi delle proprie sorti e rappresentati da parlamentari consapevoli.

Era inguaribilmente ottimista. Perciò venne studiato e proposto all’attenzione da biografi autorevoli quali Giovanni Ansaldo, Nino Valeri, Giovanni Spadolini, Massimo Salvadori… sino all’autore di “Giolitti. Lo Statista della Nuova Italia” (2003), scritto sulla scorta di migliaia di inediti e nel 2012 pubblicato nella collana “I Classici della Storia” (Mondadori), accanto a opere di Tucidide, Churchill, Mommsen e altri.

Didascalia del quadro

Agostino Depretis, un massone presidente del Consiglio dei ministri

Agostino Depretis o, a lungo, De Pretis (Cascina Bella in Mezzana Corti, Pavia, 31 gennaio 1813 – Stradella, Pavia, 29 luglio 1887).

Laureato ventunenne in legge a Pavia, consigliere comunale a 31 anni, eletto trentacinquenne deputato alla Camera del regno di Sardegna dal collegio di Broni (Pavia) il 26 giugno 1848, poi da quelli di Stradella (1861) e di Voghera, dal 1882 comprendente quello di Stradella, vicepresidente della Camera nel 1849, mazziniano sino al 1853, si allontanò dall'”Apostolo” dopo il fallimento dell’ennesima cospirazione antiaustriaca a Milano (febbraio), seguita da supplizi e da pesanti condanne al carcere.

Contrario all”intervento del “Piemonte” a fianco degli anglo-franco-turchi nella guerra combattuta in Crimea contro l’impero di Russia, Depretis si avvicinò a Cavour sulla scia del politico alessandrino Urbano Rattazzi, capofila della sinistra democratica, dalla cui convergenza nel “centro-sinistro” nacquero l’alleanza del regno sabaudo con Napoleone III e la riscossa contro Vienna con la seconda guerra per l’indipendenza (aprile-luglio 1859).

Fu nominato governatore di Brescia nel 1859 e commissario straordinario in Sicilia per imbrigliare la spedizione garibaldina (19 luglio – 14 settembre 1860).

Esponente di spicco della Sinistra democratica, fu ministro della Marina nel I governo presieduto da Urbano Rattazzi (1862). Si dimise dopo la catastrofe della spedizione di Garibaldi all’insegna di “Roma o morte” (luglio – settembre).

Tornò ministro della Marina nel II governo presieduto da Bettino Ricasoli (esponente della Destra storica) e poi nel II governo Rattazzi (aprile – ottobre 1867, travolto dal disastro a Mentana della spedizione di Garibaldi contro lo Stato pontificio).

Incaricato da Vittorio Emanuele II di formare il governo dopo il naufragio della pur meritevole Destra Storica, dal 25 marzo 1876 alla morte fu il massimo statista della Sinistra Storica e, con l’intervallo di tre governi presieduti da Benedetto Cairoli, nel corso di undici anni formò otto compagini ministeriali, con ministri molto diversi nelle posizioni chiave (Esteri, Interno, Finanze, Istruzione, Marina…).

Gli esecutivi da lui presieduti compresero parlamentari di solida formazione politica, culturale e professionale, rappresentanti di tutte le regioni.

Presidente del Consiglio Provinciale di Pavia, suo fedelissimo bacino elettorale, dal 1864 al 1880, il 10 ottobre 1875 Depretis espose a Stradella il programma di vaste e incisive riforme politiche, giuridiche, culturali ed economico-sociali, che precorse la svolta politica nazionale col passaggio senza traumi dalla Destra alla Sinistra, all’insegna della continuità e del consolidamento dello Stato e della sua istituzione suprema, la monarchia di Savoia. Ebbe la fiducia di Vittorio Emanuele II (re dal 1849 al 1878) e di suo figlio Umberto I.

Iniziato “compagno” nella loggia torinese “Dante Alighieri” il 22 dicembre 1864, “maestro” dal 1866, affiliato nel 1867 alla loggia “Universo” di Firenze (formata da politici che si radunavano per programmare le leggi), nel 1877 fu elevato al grado 33° del Rito scozzese antico e accettato e dal 1882 fece parte del suo Supremo consiglio.

Il 14 marzo 1878 Umberto I gli conferì il Collare dell’Ordine della Santissima Annunziata, comportante il rango di “cugino del Re”.

Malato, sentendosi alla fine, da Roma tornò nella nativa Stradella. La salma venne esposta nel municipio. Unico dei cinque presidenti del Consiglio massoni (oltre a lui Luzzatti, Crispi, Zanardelli e Fortis) ebbe funerali civili. Amedeo di Savoia, Duca di Aosta, fratello di Umberto I, resse con Crispi e Zanardelli i cordoni nel carro funebre, seguito da una folla lunga un chilometro, senza alcun ecclesiastico: omaggio dovuto all’antico repubblicano che aveva ampliato le basi del consenso per la monarchia statutaria, fondata su libertà politiche e progresso civile.

Molto discusso per il suo pragmatismo, rispose alle polemiche con il silenzio. Ruggiero Bonghi così commentò il suo trapasso: «Quelli che rimangono per sventura nostra non sono migliori di lui».

Depretis non condivise mai la cinica sentenza da politicanti frustrati, secondo cui “governare l’Italia non è difficile, è inutile”. Spese i suoi settantaquattro anni per lasciare gli italiani migliori di come erano alla sua nascita, tra Restaurazione asburgica, regimi liberticidi e ottusamente clericali.

Propose il “trasformismo” per dar corpo a un vasto Partito dello Stato, di cui l’Italia aveva bisogno, e attuare profonde riforme progressive per “guarire la gran piaga della miseria”, deplorata da Garibaldi.

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