Terremoto in Rai: la Procura indaga sull’attentato a Ranucci e la sospensione di Report
”Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire”.
George Orwell
”Il giornalismo è, o dovrebbe essere, la verità che cammina tra la gente”.
Leonardo Sciascia
Il panorama dell’informazione radiotelevisiva pubblica italiana è scosso da un vero e proprio terremoto istituzionale e giudiziario, mentre la Procura di Roma accelera gli accertamenti sull’inquietante attentato dinamitardo subìto nei mesi scorsi da Sigfrido Ranucci, il vicedirettore di Rai3 e storico volto della trasmissione d’inchiesta Report.
La vicenda, che si trascina dietro uno strascico pesante di veleni, minacce e dinamiche di potere, ha subito un’impennata drammatica a seguito degli ultimi sviluppi investigativi che vedono l’iscrizione nel registro degli indagati di figure di spicco del recente passato politico-affaristico italiano, portando l’azienda di Viale Mazzini a una decisione drastica e fortemente discussa: la sospensione immediata delle repliche estive del programma.
Le indagini sull’attentato: l’ombra della strage e dei mandanti
Al centro dell’attività degli inquirenti capitolini c’è il grave atto intimidatorio che ha colpito il giornalista, quando un ordigno di forte potenziale – una bomba carta “potenziata” – ha semidistrutto le sue autovetture parcheggiate nei pressi della sua abitazione. Fin dalle prime battute, il pool della Direzione Distrettuale Antimafia ha trattato il caso non come un semplice atto vandalico, bensì come un preciso avvertimento di stampo mafioso, volto a destabilizzare l’attività della redazione e a bloccare la diffusione di inchieste particolarmente scottanti relative a stragi del passato, infiltrazioni nei grandi appalti e legami opachi tra criminalità organizzata e istituzioni.
Il quadro probatorio si è complicato in maniera esponenziale con l’ingresso formale nell’inchiesta di Valter Lavitola, ex editore e faccendiere, formalmente indagato dalla Procura di Roma come presunto mandante del raid intimidatorio. Le accuse ipotizzate a suo carico sono pesantissime e arrivano a lambire il reato di strage e violenza privata aggravata dal metodo mafioso.
Gli inquirenti stanno cercando di fare luce su una fitta rete di contatti e messaggi, nel tentativo di decifrare se dietro l’attentato vi sia la volontà specifica di silenziare la trasmissione o se, nello scenario più torbido sollevato dai partiti di maggioranza, vi fossero dinamiche relazionali ambigue tra gli attori in campo.
Dal canto suo, lo stesso Ranucci ha respinto con fermezza ogni illazione su un suo “coinvolgimento” improprio o su presunte ombre personali, definendo le tesi politiche nate attorno alle susseguenti vecchie conoscenze come “congetture assurde” create ad arte per screditare l’operato della testata.
«Non mi pento dei rapporti passati – ha spiegato il conduttore – ma strumentalizzare l’attività giornalistica per delegittimare un gruppo di lavoro indipendente è un atto inaccettabile».
Lo stop di Viale Mazzini: tutela del brand o censura?
Nel frattempo, la reazione dei vertici di Viale Mazzini non si è fatta attendere, scatenando una bufera politica e sindacale senza precedenti. Con una nota ufficiale, la Direzione Approfondimento della Rai ha comunicato la sospensione cautelativa delle repliche estive di Report.
La motivazione ufficiale addotta dall’azienda fa riferimento alla necessità stringente di «tutelare il brand aziendale e la stessa redazione» in un momento di estrema delicatezza mediatica e giudiziaria, evitando che la messa in onda di vecchi servizi potesse interferire con la percezione pubblica dell’inchiesta in corso o esporre ulteriormente i giornalisti a potenziali ritorsioni.
L’atto di chiusura temporanea ha provocato l’immediata levata di scudi dei sindacati dei giornalisti e di una parte del Consiglio di Amministrazione della Rai.
L’USiGRai e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) hanno definito il provvedimento aziendale come «un atto gravissimo e inaccettabile», leggendovi un chiaro tentativo di oscuramento preventivo e una punizione surrettizia contro il giornalismo investigativo.
«La redazione di Report è un gruppo di professionisti testati nella loro qualità, indipendenza e rigore da moltissimi anni. Sappiamo bene che questa trasmissione rappresenta un obiettivo scomodo per molti, ma la difenderemo centimetro dopo centimetro», recita il comunicato diffuso con forza dai giornalisti del programma.
Anche all’interno del CdA di Viale Mazzini la frattura è netta: i consiglieri Alessandro di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale si sono dichiarati apertamente contrari alla decisione di sospendere le repliche, chiedendo, invece, che l’azienda faccia quadrato attorno alla figura di Ranucci, che, in questa delicata indagine, rimane a tutti gli effetti la parte lesa di un grave reato intimidatorio.
Il timore espresso dai rappresentanti dei lavoratori è che, dietro la formale foglia di fico della “tutela del marchio”, si celi la volontà politica di ridimensionare la portata editoriale di una delle poche voci fuori dal coro rimaste nel palinsesto del servizio pubblico.
Il clima nella redazione e il futuro dell’inchiesta
La tensione tra le mura della redazione è palpabile. Nove inviati storici del programma – tra cui Paolo Mondani, Giulia Innocenzi e Giorgio Mottola – hanno presentato un esposto formale ai Carabinieri del Nucleo Investigativo per sottolineare come la bomba contro Ranucci non fosse un attacco isolato a un singolo uomo, ma una minaccia collettiva indirizzata all’intero modello organizzativo di Report.
Nelle ventotto pagine del documento depositato agli atti si evidenzia come il movente degli attentatori risieda proprio nel patrimonio informativo custodito nei server della trasmissione, legato a inchieste future non ancora trasmesse e a filoni caldi che toccano i santuari del potere economico e politico del Paese.
La Procura continua a scavare nei tabulati telefonici e nei riscontri delle perquisizioni eseguite nelle ultime settimane. Il pubblico ministero titolare del fascicolo mira a ricostruire la catena di comando che ha portato all’acquisto e al posizionamento dell’ordigno a Pomezia, verificando la sussistenza di un disegno criminoso più ampio volto a spaventare non solo la Rai, ma l’intero comparto dell’informazione libera in Italia.
Mentre la politica si divide tra chi chiede commissioni di vigilanza urgenti per fare luce sui rapporti tra giornalisti e faccendieri e chi denuncia la fine della libertà di stampa, il destino delle prossime stagioni del programma resta appeso a un filo.
La sospensione delle repliche rischia di essere il primo passo di una strategia di logoramento editoriale, ma la reazione della società civile e dei corpi intermedi dimostra che la tutela dell’articolo 21 della Costituzione rimane un nervo scoperto e fondamentale della democrazia italiana.
La sfida giudiziaria è aperta, quella per l’autonomia del servizio pubblico è appena cominciata.





