Una colonna sonora discreta della felicità dei miei genitori
Ci hanno raccontato per anni che la modernità dovesse necessariamente passare attraverso la rottamazione delle tradizioni.
Poi è arrivata una generazione di improvvisati profeti a spiegarci che la canzone napoletana, per sopravvivere, avrebbe dovuto trasformarsi in sociologia, denuncia, pedagogia, manifesto politico.
Peppino di Capri aveva dimostrato il contrario con almeno mezzo secolo d’anticipo.
Fu lui, ben prima di tanti sedicenti messia della musica contemporanea, a capire che la melodia napoletana poteva sposare perfettamente il sound moderno. Bastava non vergognarsi delle proprie radici.
Il rock, il twist, il pianoforte elettrico, gli arrangiamenti internazionali non erano il nemico della tradizione: potevano esserne il vestito nuovo.
Ma Peppino compì un miracolo ancora più raro.
Restò fedele ai temi eterni della canzone partenopea. Non trasformò mai le sue canzoni in prediche civili, in comizi mascherati da spartiti, in denunce sociali confezionate per ottenere il certificato di rispettabilità culturale.
Cantò ciò che Napoli canta da secoli: l’amore, il ricordo, la nostalgia, la malinconia. E, vivaddio, anche la gioia. Perché un popolo che non sa più cantare la felicità finisce per recitare soltanto il proprio vittimismo.
Forse è anche per questo che le sue canzoni sono rimaste giovani mentre tante altre, nate con l’ambizione di cambiare il mondo, sono invecchiate insieme ai loro slogan.
Per me, però, Peppino non è soltanto un capitolo della musica italiana.
È un ricordo di famiglia.
Alla fine di ogni estate noi si andava a Formia. E, puntualmente, mio padre e mia madre trascorrevano una serata al Sombrero di Sperlonga, dove lui si esibiva.
Tornavano sempre tardi, ogni anno, mano nella mano. Non raccontavano quasi nulla. Non ce n’era bisogno. Bastava guardarli in volto: avevano l’aria di due fidanzati che si erano ritrovati.
Così è rimasto nella mia memoria: non come una celebrità, ma come una colonna sonora discreta della loro felicità.
Adesso canta anche per loro, Peppino.
O, come ti chiamava papà, “Sor Faiella”. Alla romana. Chissà perché. I soprannomi napoletani non chiedono mai il permesso alla logica.
Una cosa, però, è certa.
Papà conosceva bene anche te. E sono sicuro che, da qualche parte, ti avrà già salutato con quel sorriso un po’ sornione che riservava agli amici veri.





