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L’Alchimia, la Veram Medicinam – Parte 3

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L'Alchimia, la Veram Medicinam

L’essere umano curato con l’Alchimia, oltre la Iatrochimica

Dopo un primo articolo sul significato dell’Alchimia e un secondo sull’Alchimia come conoscenza, perfezionamento spirituale oltre la pratica di laboratorio concludiamo la nostra riflessione sull’Alchimia medicale, la Iatrochimica e altro.

Chi si accinge ad indagare
Nell’intimo della natura
Deve prima ricordare
Qual è l’origine dell’uomo.
Alexander von Bernus

Torniamo brevemente a Paracelso (vedi seconda parte). La sua influenza è ipotizzabile, ma non certa, nell’opera e nelle attività del medico veneziano Angelo Forte, attivo nella prima metà del Cinquecento, autore di opere di alchimia, magia, astrologia e medicina, che si scagliò contro l’intera tradizione medica, da Ippocrate a Galeno, fino ad Avicenna, rifiutando la dottrina degli umori e la pratica della flebotomia.

Forte produsse farmaci alchemici basati sulla quintessenza, condannò il carattere libresco dell’insegnamento della medicina e propose di fondare le conoscenze mediche sull’indagine diretta della natura e sull’esperienza acquisita viaggiando e informandosi sulle proprietà di erbe medicinali – temi tutti presenti nelle opere di Paracelso.

Altra dimostrazione di ricerca basata sulla sperimentazione scientifica.

I primi aperti sostenitori delle idee e delle pratiche mediche paracelsiane furono il bolognese Fioravanti e il veronese Zefiriele Tommaso Bovio, che adottarono la medicina spagirica e si opposero a quella galenica.

Anche se diede una forte impronta personale alla pratica medica, non v’è dubbio che Fioravanti seguisse gli ideali di riforma propugnati da Paracelso e ne adottasse non poche terapie.

Abile chirurgo e distillatore, ma anche attento promotore delle proprie cure e farmaci, che al pari delle sue opere erano noti in tutta Europa, Fioravanti apprese la medicina viaggiando, attingendo a ogni possibile fonte di conoscenza e, soprattutto, dedicandosi con passione all’indagine empirica della natura.

In tutti i luoghi che visitava si dedicava allo studio dell’aria, delle acque, dei venti, delle erbe e degli animali.

Era convinto che la chimica fosse indispensabile alla medicina; esperto nelle arti pratiche, mise in discussione la tradizionale gerarchia delle arti e delle scienze, rivalutando le arti meno nobili, quelle dei meccanici, degli orafi, degli agricoltori, dei distillatori – tutte degne di essere coltivate poiché basate sull’esperienza.

La sua fu una costante ed esplicita condanna del sapere libresco di cui si nutrivano i medici ‘razionali’, quei medici che in varie città lo avevano accusato di essere un ciarlatano senza scrupoli.

Fioravanti introdusse nuovi farmaci, tra i quali preparati spagirici, come il ‘precipitato’ (ossido di mercurio, HgO), ed ebbe una posizione critica rispetto alla terapeutica tradizionale.

Al pari di Paracelso non condivideva l’eccessivo ricorso alle diete, nutriva poca fiducia nella flebotomia e faceva uso di potenti purgativi ed emetici, soprattutto a base di antimonio, per purificare il corpo (Eamon 2010).

Ben più espliciti che in Fioravanti i richiami all’insegnamento di Paracelso presenti nell’opera di Bovio, che praticava la medicina pur essendo privo del titolo accademico.

La lettura dei testi di Paracelso, che aveva ricevuto dal medico protestante Girolamo Donzellini, lo convinse della superiorità della medicina chimica rispetto alla galenica.

Come Paracelso, sostenne che un’illuminazione divina è all’origine della vera medicina, che si nutre dell’esperienza e dell’alchimia.

Da buon paracelsiano, si dichiarò «medico dei disperati e degli abbandonati», si dedicò alla cura degli appestati e fu avversario di quelli che definiva «medici rationali» – medici la cui erudizione puramente libresca si accompagnava a un’insaziabile sete di denaro (Bovio 1583).

Uno dei pochi avversari delle medicine spagiriche fu il veronese Giovanni Balcianelli, che nel 1603 si scagliò contro i nuovi farmaci dei chimici e in particolare contro l’uso interno dell’antimonio e del mercurio (Discorso contro l’abuso dell’antimonio preparato, 1603).

Le sue condanne e il suo appello alle autorità sanitarie affinché impedissero la diffusione dei nuovi farmaci non riuscirono però a fermare un processo ormai in atto.

Nella città di Verona rimedi chimici erano preparati da Bovio e venduti dal noto farmacista Francesco Calzolari. A Venezia fioriva il commercio di farmaci chimici proposti sia da ‘irregolari’, come Fioravanti, sia da membri del Collegio dei Medici, come il medico veneziano Zaccaria dal Pozzo.

Nei primi decenni del nuovo secolo la farmacologia spagirica si affermò in gran parte della penisola, grazie all’influenza di Joseph Duchesne, detto Quercetanus, la cui Pharmacopea fu più volte stampata a Venezia e poi tradotta in italiano nel 1619.

Quercetanus, come altri medici spagirici, insisteva sulla necessità di far uso di nuovi e più potenti farmaci per fronteggiare la diffusione di nuove malattie.

L’insegnamento chimico-farmaceutico di Quercetanus è a fondamento della Pharmacopoea spagirica (1622) del medico francese Pierre Potier, che, stabilitosi a Bologna, annovera tra i propri pazienti e corrispondenti personaggi illustri quali Virginio Cesarini, Cassiano dal Pozzo e Nicolas Poussin.

In occasione dell’epidemia di peste del 1630, di fronte al fallimento dei farmaci tradizionali, numerosi medici italiani cominciano a far ricorso a farmaci paracelsiani, come il tartaro, il mercurio, il vetriolo (solfato di ferro) e l’antimonio.

Dagli anni Trenta del Seicento i rimedi chimici – balsami, tinture, elisir, essenze, spiriti, sali, preparati a base di metalli – iniziano a entrare nelle farmacopee ufficiali e nei numerosi antidotari pubblicati dai medici e farmacisti italiani, senza destare opposizioni (Clericuzio 2008).

Tra i sostenitori della medicina chimica nell’Italia della prima metà del Seicento spicca per l’originalità dei suoi contributi Pietro Castelli, che insegnò medicina a Roma e successivamente a Messina, dove fu anche direttore dell’Orto botanico, cui era annesso un laboratorio chimico.

Castelli, cui si deve la preparazione di numerose medicine chimiche, interpretò le funzioni fisiologiche in termini di reazioni chimiche. Di particolare interesse i suoi studi sulla digestione, che ritenne essere prodotta dall’azione di un fermento acido presente nello stomaco, che libera le parti attive contenute nel cibo ingerito (Clericuzio 2010).

I Gesuiti e l’alchimia: Athanasius Kircher

Sebbene estranee alla ratio studiorum dei Gesuiti, nella seconda metà del Seicento, l’alchimia e la chimica medica sono oggetto di studio di vari membri dell’ordine, tra cui Athanasius Kircher.

Athanasius Kircher (Geisa, 2 maggio 1602 – Roma, 28 novembre 1680) è stato un gesuita, filosofo, storico e museologo tedesco del XVII secolo.
Pubblicò una quarantina di opere, anzitutto nei campi degli studi orientali, della geologia e della medicina.

Kircher è stato paragonato al suo confratello gesuita Ruggero Giuseppe Boscovich ed a Leonardo da Vinci per la sua enorme varietà di interessi, ed è stato onorato con il titolo di “maestro in un centinaio d’arti”.

Insegnò per più di quarant’anni nel Collegio Romano, dove allestì una Wunderkammer, il suo “gabinetto delle curiosità”, le “varie cose curiose e preziose affinché se ne occupino e i loro studi possano trarne beneficio”, allestito a Roma in piazza del Collegio Romano, 4 nel 1651.

Wunderkammer nel Collegio Romano

E in questo suo Collegio romano allestì un laboratorio chimico.
Nel Mundus subterraneus (1665) Kircher condanna l’alchimia trasmutatoria, ma elogia la preparazione di medicine chimiche e l’estrazione di quintessenze da piante e minerali a scopo terapeutico.

Meno cauto di Kircher, fu il gesuita Francesco Lana Terzi, che tra il 1652 e il 1654 aveva collaborato con Kircher e che nel suo Magisterium naturae et artis (1684 – 1692) diede ampio spazio alla chimica sperimentale, a ricette alchemiche e finanche alla preparazione della pietra filosofale.

Jean Baptiste Van Helmont

Una Forza magica, assopita nell’uomo, può essere risvegliata dalla grazia di Dio e dall’Arte della Kabbalah.
Jean Baptiste Van Helmont, Leida 1667

Ortus Medicinae
Frontespizio di Ortus Medicinae di Jean Baptiste van Helmont, Amsterdam, 1652

Ricordo che il Seicento è stato un secolo ricco di scoperte.
Sono stati anni in cui convissero magie e superstizioni, e conseguente l’impiego massiccio del tribunale dell’Inquisizione. In quegli anni fiorirono gli albori di un metodo scientifico basato sull’osservazione sperimentale, con la ricerca di una spiegazione razionale a processi naturali fino ad allora misteriosi.
Nel 1610 Galilei osserva quattro lune orbitanti attorno a Giove e conferma l’idea copernicana della terra che ruota attorno al sole. Nel 1628 il medico l’inglese William Harvey dimostra che è il cuore a pompare sangue in tutto il corpo.

Nel 1637, Cartesio pubblica il Discorso sul metodo, nel quale si sostiene che tutte le idee devono essere verificate. Nel 1672 arrivano le scoperte ottiche di Newton, che dimostrano come la luce bianca sia composta di vari colori e sempre Newton, nel 1687, spiega per la prima volta la gravità.

Jean Baptiste van Helmont (Bruxelles 1579 – Vilvoorde, Bruxelles, 1644), studioso fiammingo di Paracelso, si colloca in questo contesto multiforme e compie i suoi studi tra alchimia, teologia, chimica e fisiologia.

È cristiano e, come altri scienziati, tenta di conciliare la fede con l’indagine scientifica che l’Inquisizione spagnola considera eretica, in quanto in netto contrasto con la sacralità del mistero divino.

Durante la ricerca emerge che l’azione della combustione e della fermentazione sulle sostanze esaminate dà vita a un fluido aeriforme che si espande fino a occupare tutto lo spazio disponibile.

Il chimico olandese definisce la sostanza appena scoperta gas, parola derivata dal greco χάος, ossia confusione o vuoto disordinato.

Lo studioso fiammingo identifica tre delle componenti atmosferiche, infatti riconosce il diossido di carbonio, che definisce gas silvestre, l’idrogeno, che chiama gas pingue e il metano, cui dà il nome gas inflammeo.

Fondatore della chimica pneumatica, apre la strada con i suoi esperimenti alle successive scoperte di Robert Boyle e Joseph Priestley sull’ossigeno, individuato come elemento necessario alla vita.

Altri celebri personaggi dell’epoca fecero ricorso alle teorie ed agli esperimenti chimici fecero come Giovanni Alfonso Borelli e Marcello Malpighi, medici ancora oggi ricordati in molti ospedali ed istituti universitari.

Salvo rare eccezioni, nella medicina italiana del Seicento la iatrochimica conviveva con teorie meccaniciste.

In Italia, come nel resto d’Europa, la pubblicazione dell’Ortus medicinae (1648) del medico belga Jean Baptiste van Helmont diede ulteriore impulso al programma paracelsiano di fondazione della medicina su basi chimiche.

Tra i più convinti sostenitori della medicina chimica helmontiana, Sebastiano Bartoli si oppose alle teorie e alle pratiche della medicina galenica, entrando in conflitto con il protomedico di Napoli, alla cui iniziativa si deve con molta probabilità la condanna da parte delle autorità ecclesiastiche dell’Astronomiae microcosmicae systema novum (1663) di Bartoli.

L’adesione dei medici italiani alla medicina paracelsiana ed helmontiana non si accompagnò a una svalutazione delle indagini anatomiche – ritenute invece di secondaria importanza da gran parte dei seguaci del medico svizzero.

Castelli nel suo De optimo medico (1637) considerò l’anatomia e la chimica le due componenti fondamentali della nuova medicina; lo stesso punto di vista fu seguito da Marco Aurelio Severino, che fu tra i primi ad accettare la teoria della circolazione del sangue. Stabilitosi a Messina intorno al 1637, Borelli imparò la chimica da Castelli, con cui collaborò alla preparazione di numerosi farmaci a base di zolfo.

Nel 1648 Borelli tenne presso l’Accademia della Fucina di Messina alcune lezioni sulle febbri, in occasione di un’epidemia di febbre tifoide che aveva colpito la Sicilia tra il 1646 e il 1647.

Borelli rifiutò le spiegazioni fondate sugli umori o sull’influsso astrale e interpretò l’epidemia come l’effetto della diffusione nell’aria di particelle nocive prodotte da un processo chimico di distillazione e separazione.

Nei primi decenni del Seicento la chimica e la medicina spagirica ricevono un forte impulso dall’Accademia dei Lincei, i cui fondatori si definivano esplicitamente seguaci di Paracelso. La medicina spagirica fu coltivata soprattutto da Johannes Eck, uno dei fondatori dell’Accademia, e da due Lincei tedeschi, Johann Faber e Johann Schreck.

Il primo dei due condusse ricerche chimiche nell’Ospedale di S. Spirito in Sassia a Roma, il secondo produsse un Compendio della medicina paracelsiana, che non pubblicò e che sopravvive tra le carte lincee di Montpellier (Bibliothèque de l’École de médecine de Montpellier, ms. H.461, Fondo Albani).

Ormai negli orti botanici delle università, così come in quelli creati da principi o cardinali, già nella seconda metà del XVII secolo, si svilupparono ricerche in laboratori, dove si distillavano piante per la preparazione di medicinali.

Laboratori chimici furono creati presso l’orto dell’Università di Padova da Giacomo Antonio Cortusio (nel 1590), a Pisa da Luca Ghini, e a Messina da Castelli, nell’Orto di Ferrara per iniziativa di Alfonso II d’Este ed a Roma nel giardino botanico del cardinale Odoardo Farnese al Palatino, dove nei primi decenni del Seicento operava Tobia Aldini.

E, sebbene a lungo estranea ai curricula accademici, la chimica comincerà ad essere introdotta come disciplina di insegnamento solo nel Settecento, unica eccezione gli Stati tedeschi, dove si registra, già nella prima metà del XVII sec., l’istituzione di alcune cattedre di chimica medica (Clericuzio 2010).

Nell’Italia nello stesso periodo cominciava a svilupparsi l’insegnamento privato all’interno di alcune spezierie, con lo scopo di produrre farmaci più elaborati dei tradizionali decotti.

Corsi di chimica sono impartiti, come abbiamo visto, nell’Orto pisano e presso l’Accademia degli Investiganti a Napoli, mentre a Padova il tedesco Jacob Barner dal 1670 al 1672 impartisce privatamente lezioni di chimica, il cui contenuto confluirà nella Chymia philosophica del 1689.

Anche se non produce significative innovazioni sul piano teorico, nei primi decenni del Settecento la chimica – tecniche, laboratori e testi – si è ormai diffusa in vari centri della penisola e comincia lentamente a essere integrata nell’insegnamento universitario.

Il dado è tratto

Ormai costruire preparati medicinali è possibile con analisi chimica, con misura e metodo quantitativo matematico.

È, quindi, la fine della alchimia? No, però si deve tornare alla vera alchimia, quella dello spirito, quella che guarisce l’uomo che desidera conoscere la propria coscienza, guarire dalla sua ansia e paura della morte, conoscere che la sua natura è immortale perché la coscienza andrà oltre la manifestazione terrestre per reintegrarsi con la Divinità creatrice.

Andare oltre i forni di combustione: lavorare nel proprio athanor, usare la Veram Medicinam.

forno lunare e forno solare

Una doverosa osservazione.

La vera medicina non è curare i sintomi, curare i distretti corporei ammalati; è curare la persona ammalata; non curare le malattie ma le persone.

E, certamente, “la medicina è la sistemazione e l’analisi di dati intimi, celati, non immediatamente riconoscibili, apparentemente “occulti”. Il corpo esterno è vissuto come una maschera dell’interno, dell'”intimo” (Stefano Andreani).

Certo che ogni conoscenza del medico sul proprio paziente, dei suoi sintomi e dei segni obiettivi degli effetti della malattia, devono procedere secondo una metodologia semeiologica.

Nella medicina antica, almeno nelle sue forme tradizionali, l’uomo era rapportato al mondo identificandolo analogicamente come microcosmo correlato al macrocosmo universale.

Il terapeuta della medicina antica nelle sue forme tradizionali, deve cercare l’immagine dell’intimo del paziente attraverso un metodo analogico per arrivare alla sua profondità.

Senza questo immaginare, la ricerca anatomica forma la regola scientifica, come detto da Stefano Andreani, … le più sofisticate apparecchiature moderne nel momento stesso in cui traducono l’osservazione in dato tassonomico, modificano l’informazione intima… la medicina contemporanea si esprime su di un uomo la cui tendenza, direi il destino, è il suo disfacimento e la morte mentre la medicina spirituale suppone di poter mondare del cadavere un uomo destinato all’eternità… il suo scopo è la vittoria sulla morte.

Citiamo anche la versione dell’alchimia da parte dello Psicoterapeuta Carl Gustav Jung:

L’alchimista, al termine del suo lavoro sulla materia, vede operarsi in lui una specie di trasmutazione. Ciò che avviene nel suo crogiolo avviene anche nella sua coscienza o nella sua anima. Vi è un mutamento di stato. Nel momento in cui la ‘Grande Opera’ si compie, l’alchimista diventa un ‘uomo risvegliato’.

In Psicologia e alchimia, opera pubblicata a Zurigo, Jung intende sottolineare la forte correlazione tra il mondo alchemico e la sua psicologia analitica, fondata sulla convinzione dell’esistenza di archetipi associabili ai simboli alchemici.

La novità che Jung porta è la lettura analitica dei simboli alchemici secondo i canoni dell’inconscio collettivo, così che egli vede le trasformazioni fisiche come una metafora delle trasformazioni psichiche, in un processo parallelo natura – anima.

Non è più il piombo che si trasforma in oro, ma l’anima grossolana che diventa anima sottile, o, nel caso dei suoi pazienti, inconscio caotico che diventa cosmo ordinato, problemi contingenti che si affinano in una crescita spirituale.

Dice:

“L’Opus magnum aveva due funzioni: salvare l’anima e salvare il mondo”.

Il progresso, opera magna, esiste solo in questo allargamento della coscienza.

In linguaggio junghiano, la trasformazione dal piombo all’oro è la metafora del percorso attraverso cui l’immaginazione attiva si libera dalla materia bruta in progressivi gradi di evoluzione.

In un saggio dal titolo Technology and the spirit of alchemy, Giuseppe Del Re, docente di Chimica Teorica all’Università di Napoli, afferma:

“Coloro che sviluppano le tecnologie senza avere in sé almeno una traccia dello spirito dell’alchimia, vale a dire senza uno sviluppo in parallelo della loro spiritualità e del loro senso di responsabilità, contribuiranno a diffondere le malattie devastanti della nostra società, ignoranza e nevrosi, per le quali non vi sarà più rimedio”.

Il principio di individuazione è la pulsione spirituale che in ognuno porta avanti l’Opera per la completa realizzazione del Sé. Lo spirito avanza con l’aprirsi della coscienza.

Il processo di individuazione che guida l’io lo porta verso il Sé.

L’alchimia ha uno scopo salvifico verso l’uomo.

L’Opera Magna è il salvataggio dell’uomo che desidera conoscere la verità ma, per farlo, deve affrontare le opere più faticose, ma per questo salvifiche.

Un po’ come le fatiche di Ercole, dodici, non a caso…

Ecco il significato del V.I.T.R.I.O.L.: essere la Vera Medicina…

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