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La semantica e il suo contenuto rituale

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Tra differenze costruite e ricerca dell’uno

Secondo quanto riportato, in italiano, nell’Enciclopedia Treccani:

“L’espressione angloamericana politically correct (in ital. politicamente corretto) designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona”.

Sono trascorse almeno due centinaia di migliaia di anni dall’homo juluensis – secondo stime oggi ritenute attendibili, domani chissà – e, come attestato più di recente da Qoelet, figlio di Davide: tutte le parole si esauriscono e nessuno è in grado di esprimersi a fondo (CEI, 2008).

Dato che le parole per gli uni sono segni, per gli altri sono simboli; ma, in entrambi i casi, non dicono e non possono dire ciò che non rivelano e non possono rivelare ciò che, per la nostra darwiniana specie siffatta, è il mistero di tutto ciò che è.

Per una forma di distinzione (l’ennesima, nel senso di n numeri), si dice che il segno, a differenza del simbolo, rappresenti un significato specifico e diretto, ovvero unico, che attiene cioè all’unità, aristotelicamente, di forma e sostanza della cosa in sé e per sé. Mentre il simbolo riconduca l’espressione ad altro, e, in definitiva, suggeriscono oggi les maîtres de l’univers (niente a che vedere con la Mattel!) alla totalità dell’essere, di tutto ciò che è e non può non essere. Ma, per la specie di cui si diceva, pur sempre inattingibile. Intouchable!

E dunque, in ogni caso, un orientamento ideologico e culturale, che invece definirei cultu-ale, ma non nel senso del termine derivato dal latino colere ovvero “prendersi cura, coltivare”.

E, cioè, non nel senso di qualcosa di simile (μίμησις) a quanto narrato e quindi rappresentato nella Genesi biblica, dove all’uomo è dato l’ordine di “coltivare e custodire la terra”.

Un ordine, primevo, che proviene da un Ignoto di cui, a distanza di almeno 200.000 anni si diceva, non sappiamo letteralmente nulla. Ma, un ordine, che ri-suona (son) in noi stessi, inizialmente in forma di respiro, a cui decidiamo in un modo o nell’altro (modus vivendi) di dare ascolto o meglio di affidarci, scientemente o fideisticamente, lungo il corso del nostro mantenimento in vita.

Ma, lungo il corso di 200.000 anni, quanto è letteralmente mutata l’espressione del più antico mistero o segreto (come dice lo stesso Aristotele) racchiusa nel detto γνῶθι σαυτόν?

Un cammino lungo almeno 200.000 anni e, come ha sintetizzato il fisico Carlo Rovelli (2025), citando la fine del Paradiso perduto di Milton, siamo esattamente allo stesso punto di Adamo e Eva cacciati dal giardino dell’Eden, all’inseguimento dell’uno ma diversamente ignari del tutto.

E ora?

Legati qui alla premessa, ci siamo nuovamente illusi che l’uno potesse prendere forma e sostanza mediante le nostre opinioni, nella forma linguistica e nella sostanza, senza distinzioni o pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona.

Ovvero una città o una terra (l’ennesima, nel senso di n numeri) in cui le differenze, pur avendo misura (maat, me) non avessero alcun peso, nemmeno quello di una piuma!

Shabbat, mio amico, dice che occorrerebbe scavare ancora molto ad Harappa per risalire ancora più indietro nel tempo ai culti dell’uno e del tutto, entrambi e di cui qui è detto, trasmessi da quelle che, con ostentazione e malcelata ostinazione, riteniamo le più antiche sponde del Nilo.

Già l’illustre filologo Giovanni Semerano concludeva, all’inizio di questa triste epoca politically correct: Finiremo col dire che tutto dobbiamo alla memoria della parola scritta?

Alla memoria del segno o del simbolo, o meglio del falso simbolo? Eka shabdatmika maya: La natura dell’illusione è (rappresentata dal) numero uno.

In fondo, non occorrerebbe andare così lontano (non è che un modo di dire!), fino ad Harappa. Basterebbe, come il mio stesso amico dice, ascoltare gli antichi sophoi della tradizione, che non lasciarono nulla per iscritto, o altrimenti leggere questa frase, attribuita a Filone Ebreo e trasmessa ancora dal Semerano, (aver) “fatto sentire, come in una musica del pensiero, la sinfonia assolutamente perfetta del tutto” (Phil, migr. 32). Il grassetto, qui, è mio.

Ascolta, si fa sera.

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