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Opposizione al governo Meloni: perché è sempre più difficile raccontarla

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Opposizione al governo

Tra slogan e polemiche, manca una proposta politica capace di sfidare il governo sul terreno delle idee e della credibilità

Chi fa informazione dovrebbe sempre partire da un principio semplice: raccontare i fatti con obiettività, distinguendo ciò che è cronaca da ciò che è opinione, è una regola che considero fondamentale e che continuo a ritenere il punto di riferimento del buon giornalismo.
Esiste però una difficoltà che, negli ultimi anni, è diventata sempre più evidente: cercare di mantenere uno sguardo imparziale, sull’attuale opposizione al governo di Giorgia Meloni, è un esercizio complicato, non perché manchi la volontà ma perché troppo spesso mancano contenuti politici all’altezza del ruolo che dovrebbe svolgere una forza alternativa al governo.

L’opposizione, in una democrazia matura, non dovrebbe limitarsi a contestare ogni provvedimento dell’esecutivo, dovrebbe elaborare proposte, offrire soluzioni, correggere gli errori della maggioranza quando esistono e, se necessario, riconoscerne anche i meriti.

È così che si rafforzano le Istituzioni e cresce la credibilità della politica agli occhi dei cittadini che poi magari decidono di andare a votare.

In Italia, invece, assistiamo sempre più spesso a una dinamica diversa dove la polemica sembra aver sostituito il progetto, lo slogan prende il posto dell’argomentazione e la ricerca del consenso immediato prevale sulla costruzione di una visione di lungo periodo. Dinamiche più adatte a produrre rumore sui social che utili ai cittadini.

Prendiamo il tema oggi più dibattuto: l’aumento delle spese per la difesa. Il messaggio che arriva da una parte dell’opposizione è estremamente semplice: più fondi alla difesa significherebbero automaticamente meno risorse per la sanità, questa è una narrazione probabilmente efficace dal punto di vista comunicativo, ma che riduce una questione complessa a uno slogan.

PD e Movimento 5 Stelle sostengono che, se dovessero tornare al governo, cancellerebbero gli impegni internazionali assunti dall’Italia sull’aumento delle spese militari.

Personalmente fatico a crederlo perchè la storia recente dimostra che, una volta arrivati a Palazzo Chigi, molte promesse elettorali si scontrano con la realtà della politica internazionale, degli equilibri NATO, degli impegni europei e dei rapporti diplomatici.

Ho la sensazione che, qualora si trovassero davvero a governare, le motivazioni cambierebbero rapidamente: “non possiamo tornare indietro”, “l’accordo è vincolante”, “le condizioni internazionali sono mutate”. È uno schema già visto più volte nella politica italiana.

Naturalmente anche Giorgia Meloni, quando era all’opposizione, ha avanzato promesse che una volta al governo hanno dovuto confrontarsi con la realtà ma la differenza, a mio giudizio, è che almeno ha cercato di trasformare molti di quegli impegni in iniziative concrete pur governando nel contesto più difficile dalla fine della seconda guerra mondiale.

Sulle accise il contesto internazionale, l’aumento dei costi energetici e la situazione dei conti pubblici hanno reso estremamente difficile intervenire come molti auspicavano ma almeno nel momento più critico per l’aumento del costo dei carburanti il governo è intervenuto anche sulle accise.

Sul fronte dell’immigrazione, il progetto dei centri in Albania ha incontrato numerosi ostacoli giudiziari prima di trovare una propria collocazione anche nel dibattito europeo.

Si può discutere sull’efficacia delle misure adottate, ma non si può sostenere che il governo sia rimasto immobile e che non stia cercando sempre maggiore efficacia nei provvedimenti anche con il coinvolgimento della Unione Europea.

Abbiamo comunque dati positivi nell’ultimo anno sui rimpatri, sulla diminuzione degli sbarchi e sui provvedimenti sanzionatori nei confronti delle organizzazioni, anche criminali, che di fatto alimentano il fenomeno che, lo ricordo, già molti anni fa la CIA definì arma di destabilizzazione verso i Paesi europei!

Parallelamente, l’Italia ha attraversato una fase di progressivo consolidamento della propria credibilità finanziaria, con indicatori economici che il governo rivendica come il risultato della propria azione, anche su questo terreno sarebbe auspicabile un confronto basato sui dati e non esclusivamente sulla contrapposizione ideologica.

Quello che invece continua a sorprendere è l’assenza di una vera proposta alternativa, vediamo quindi che quando non si riesce a costruire un progetto politico credibile, ci si rifugia spesso in formule generiche.

La Costituzione viene continuamente evocata come se fosse un programma di governo ma la Costituzione rappresenta il quadro delle regole democratiche, non sostituisce le politiche economiche, industriali, fiscali o sociali che un esecutivo è chiamato a realizzare.

Governare significa assumersi responsabilità, fare scelte, stabilire priorità, amministrare risorse spesso insufficienti, limitarsi ad affermare che tutto ciò che propone il governo sarebbe “incostituzionale” rischia di diventare una scorciatoia retorica più che una vera proposta politica.

Anche sul piano della comunicazione l’opposizione sembra attraversare una fase di evidente difficoltà, i messaggi sono quasi sempre costruiti attorno agli stessi argomenti, con toni sempre più accesi e spesso aggressivi.

Ma la comunicazione politica non funziona aumentando semplicemente il volume della voce, funziona quando coinvolge e convince, quando offre una prospettiva, quando trasmette competenza e capacità di visione.

Ripetere continuamente gli stessi slogan produce un effetto paradossale: mobilita chi è già convinto ma fatica a conquistare nuovi elettori.

Il problema forse è proprio questo, oggi l’opposizione appare spesso più impegnata a consolidare il proprio elettorato che a parlare al Paese anche a quella parte consistente che si è allontanata dalla politica.

Eppure, la storia della Repubblica racconta un’altra politica.

Negli anni Settanta, in piena contrapposizione ideologica, leader come Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante mantennero contatti istituzionali riservati.

Durante gli anni del terrorismo esistevano interlocuzioni tra avversari politici accomunati dalla volontà di difendere le istituzioni democratiche. Nessuno rinunciava alle proprie idee, ma esisteva la consapevolezza che lo Stato fosse un patrimonio comune.

Oggi, invece, sembra prevalere la logica del nemico. Ogni provvedimento viene respinto a prescindere, ogni successo dell’Italia viene minimizzato se può essere attribuito al governo, ogni occasione diventa motivo di scontro permanente.

È davvero questo il ruolo che dovrebbe avere un’opposizione?
Io credo di no.

Una buona opposizione non fa il tifo contro la propria Nazione. Controlla chi governa, denuncia gli errori, propone alternative credibili e contribuisce, quando serve, alla stabilità delle istituzioni.

Proprio per questo diventa difficile, per chi cerca di fare informazione con equilibrio, evitare di evidenziare i limiti dell’attuale centrosinistra.

Non è una questione di appartenenza politica ma una constatazione che nasce dall’osservazione della qualità del dibattito pubblico.

La domanda finale è inevitabile: se domani gli italiani decidessero di cambiare governo, quale progetto organico, quale visione strategica e quale squadra sarebbe davvero pronta a raccogliere il testimone?

Finora, più che un’alternativa di governo, il cosiddetto “campo largo” sembra aver costruito soprattutto un fronte del “no”.

Ma un Paese non si governa soltanto opponendosi, si governa offrendo idee migliori e realizzabili perché di miliardi buttati per conquistare voti ne abbiamo contati pure troppi.

Finora, le risposte sono rimaste sorprendentemente poche e forse è proprio questo il problema più serio della politica italiana di oggi.

Non la forza del governo ma la debolezza della sua eventuale alternativa.

Autore

  • Adolfo Tasinato

    Laurea in Comunicazione e Marketing, Master in comunicazione digitale. Iscritto all'Ordine dei Giornalisti, socio della Associazione Giornalisti 2.0. Scrivo per il Nuovo Giornale Nazionale.

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