Home Cultura Riciclaggio mitologemi storiografici: un classico psy-ops – Parte 1

Riciclaggio mitologemi storiografici: un classico psy-ops – Parte 1

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mitologemi storiografici

Il mitologema di Albert Pike

Stiamo vivendo un periodo di impiego in profondità e su larghissima scala della psicologia politica, nei suoi strumenti più sofisticati e pesanti, e, in particolare, di quelli ideologici, religiosi e simbolici – basti pensare alle contrapposte propagande nei conflitti in corso e alla fioritura dei teoremi complottardi.

Ma anche un periodo in cui grandi miti crollano: l’amicizia atlantica, la solidarietà europea, l’insindacabilità di Israele…

In questi due articoli esploreremo l’interessante natura profetica e modulare del mitologema, che si può riciclare applicativamente da un contesto e un fine a un diverso contesto e diverso fine.

Partiremo dal mitologema del carteggio tra Pike e Mazzini, che notoriamente preannunciava tre guerre mondiali, ciascuna con una diversa funzione.

La storia del presunto carteggio tra il generale sudista e massone Albert Pike e il patriota italiano Giuseppe Mazzini, datato ipoteticamente 15 agosto 1871, è uno dei miti complottistici più famosi e duraturi della storia contemporanea.

Secondo questa narrazione, la lettera descriverebbe un piano dettagliato per l’orchestrazione di tre conflitti globali, finalizzati a stabilire un “Nuovo Ordine Mondiale”.

Storici e ricercatori hanno ampiamente dimostrato che si tratta di un falso storico (un falso tardivo, posticcio). Esso attribuisce a ciascuna guerra una precisa funzione geopolitica e spirituale, o contro-spirituale.

La Prima Guerra Mondiale

La funzione dichiarata nel mito: abbattere il potere degli Zar in Russia, con tutti i valori ad esso collegati, e trasformare il Paese nella fortezza del comunismo ateo.

Lo scopo finale: utilizzare la Russia come uno “spauracchio” per indebolire le altre nazioni e distruggere le religioni dall’interno.

La Seconda Guerra Mondiale

La funzione dichiarata nel mito: sfruttare le differenze tra i nazionalismi europei, rappresentati dal Fascismo/Nazismo, e il Sionismo politico.

Lo scopo finale: distruggere il nazismo, espandere l’influenza del comunismo in Europa e, soprattutto, portare alla nascita dello Stato d’Israele in Palestina.

La Terza Guerra Mondiale

La funzione dichiarata nel mito: fomentare un conflitto catastrofico tra il Sionismo politico (il mondo occidentale e Israele) e i Paesi del mondo islamico.

Lo scopo finale: esaurire completamente le forze fisiche, morali ed economiche delle nazioni attraverso una guerra di logoramento globale. Questo vuoto spirituale e sociale dovrebbe spingere l’umanità, disperata e priva di punti di riferimento, ad accogliere spontaneamente una dottrina luciferina universale.

Le prove del falso storico

Dal punto di vista dell’analisi storica, il documento presenta anacronismi insuperabili e una totale assenza di fonti primarie:

a) I termini anacronistici: nel testo della presunta lettera del 1871 compaiono parole come “Fascismo” e “Nazismo”, concetti politici e termini che non esistevano all’epoca di Pike e Mazzini e che si sono formati solo nei primi decenni del Novecento.

b) Il “mito” del British Museum: molti testi complottistici affermano che la lettera originale fosse esposta o conservata nei cataloghi della British Library (o del British Museum). Numerose verifiche formali e richieste ufficiali d’accesso agli atti (FOIA) hanno confermato che la biblioteca non ha mai posseduto né catalogato un simile documento.

c) L’origine reale del falso: la fonte originale della tesi delle tre guerre non è Pike, ma una catena di riscritture nate negli ambienti dell’anti-massonismo francese di fine Ottocento (la truffa di Leo Taxil e i successivi scritti di Domenico Margiotta).

La versione strutturata con le “Tre Guerre Mondiali” comparve per la prima volta solo nel 1954, all’interno del libro Pawns in the Game (“Pedine in gioco”) dell’ufficiale della marina canadese William Guy Carr, il quale ammise di aver desunto le informazioni di seconda mano da un testo del 1925 del cardinale cileno Caro y Rodriguez, che a sua volta citava i falsi francesi dell’Ottocento.

La struttura della profezia

La struttura della profezia è, quindi, un classico esempio di retroprofezia (o vaticinium ex eventu): il testo è stato redatto o pesantemente integrato dopo che i primi due conflitti erano già avvenuti, modellando la descrizione del passato per dare credibilità alla “profezia” sulla terza guerra.

Del resto, anche gran parte delle profezie dell’Antico Testamento furono formulate dopo i fatti in esse descritti: invero, la parola “profezia” non significa “predizione”, ma “discorso fatto da Tizio in nome e per conto di Caio”, cioè da un uomo per conto di Dio. Prophètes significa, in greco, colui che parla in luogo (pro) di qualcun altro.

Quali erano gli interessi dei contraffattori francesi? Essenzialmente, difendere la chiesa contro la massoneria, ma con una forte componente di opportunismo economico, vendetta personale e radicalismo politico legato al contesto francese di fine Ottocento.

Per comprendere i loro interessi, bisogna calarsi nella Francia della Terza Repubblica (dopo il 1870), un’epoca di violentissimo scontro ideologico e politico tra il governo repubblicano, fortemente laico e sostenuto da importanti figure della Massoneria, e il mondo cattolico conservatore, che vedeva la Chiesa privata del suo potere educativo e sociale.

Gli interessi dei contraffattori si dividevano principalmente in tre filoni.

Per i cattolici più intransigenti, la Massoneria non era solo un avversario politico, ma una vera e propria filiazione satanica intenzionata a distruggere il Cristianesimo e la Chiesa.

Fabbricare prove che mostrassero i vertici massonici intenti a complottare con Lucifero per dominare il mondo serviva in primo luogo a compattare il mondo cattolico attorno al Papa (Leone XIII aveva appena pubblicato l’enciclica anti-massonica Humanum Genus nel 1884), e in secondo luogo a screditare i leader politici repubblicani francesi agli occhi dell’opinione pubblica, mostrandoli come burattini di una setta diabolica.

Per spingere avanti la suddetta operazione politica, aiutava il profitto commerciale: l’editoria cattolica dell’epoca era un mercato gigantesco e affamato di scandali.

Léo Taxil (pseudonimo di Marie Joseph Jogand-Pagès), il re di questa mega-truffa, capì che c’era una fortuna da fare. Dopo essere stato un attivista anticlericale accanito, Taxil inscenò una finta conversione al cattolicesimo nel 1885. Iniziò a scrivere libri “rivelatori” sulle messe nere e il “Palladismo”, il presunto culto luciferino della massoneria di Pike.

I cattolici, felici di vedere il loro nemico smascherato dall’interno, comprarono centinaia di migliaia di copie dei suoi libri e delle riviste collegate. Taxil si arricchì enormemente alle spalle della credulità dei fedeli e dei vescovi.

Il successo economico e “culturale” di Taxil non rimase senza emuli. Domenico Margiotta, un ex massone calabrese trasferitosi in Francia e strettamente legato al circuito di Taxil, fu colui che materialmente introdusse la figura di Albert Pike e il legame con Adriano Lemmi (capo del Grande Oriente d’Italia) nei testi cospirazionisti dell’epoca.

I suoi interessi erano duplici: la vendetta, poiché Margiotta era stato espulso o comunque emarginato dalla massoneria regolare e voleva colpirla frontalmente; e l’ingraziarsi le corti e la Chiesa: scrivendo libri come “Adriano Lemmi supremo capo dei massoni”, 1894, Margiotta ottenne finanziamenti, plausi da alti prelati e persino onorificenze da parte del Papa, oltre a lauti guadagni editoriali.

Il beffardo collasso di quest’operazione d’interesse dimostra quanto la difesa della Chiesa fosse, per il nucleo dei contraffattori, solo uno strumento.

Il 19 aprile 1897, davanti a una platea di giornalisti e vescovi riuniti a Parigi, Léo Taxil confessò pubblicamente che ciò che aveva scritto in dodici anni era una totale invenzione.

Dichiarò che la sua finta conversione e le storie sul diavolo e su Pike erano state solo la più grande beffa della sua vita, ringraziando ironicamente il clero cattolico per aver finanziato e creduto a ogni singola assurdità che si era inventato.

Ma tale colossale beffa, nonostante la confessione aperta del falso, si elevò – per così dire – al quadrato: i temi creati da Taxil e poi rielaborati da Margiotta continuarono a vivere di vita propria, finendo per essere riciclati decenni dopo nelle teorie sulle tre guerre mondiali.

Che cosa significa “vivere di vita propria”?

Significa che essi incarnavano archetipi e bisogni della mente collettiva dotati di vita propria e che non possono essere disattivati o rimossi da una semplice presa di conoscenza.

Infatti, il materiale prodotto per questa prima psy-op fu presto riciclato da altre, successive psy-ops, modificando il bersaglio e i beneficiari. E qui si coglie perfettamente il meccanismo profondo della propaganda e del complottismo trans-generazionale: il riciclo modulare.

Riciclaggio del mitologema

Le grandi narrazioni manipolatorie non nascono quasi mai dal nulla; sono strutture narrative arcaiche o preesistenti, smontate e rimontate per adattarsi a nuovi nemici geopolitici e a nuovi committenti.

In sociologia e in intelligence, questo fenomeno si basa sulla persistenza di un “canovaccio mitico” che viene costantemente aggiornato.

Nel caso specifico del materiale di Taxil e Margiotta, il passaggio da “farsa anti-massonica dell’Ottocento” a “psy-op geopolitica del Novecento” mostra una mutazione radicale dei bersagli e dei beneficiari:

Il modulo originario, fine ‘800, aveva come bersaglio la Massoneria, la Terza Repubblica francese e lo Stato unitario italiano, rappresentato da Adriano Lemmi e dall’eredità di Mazzini; aveva come beneficiari il clero cattolico intransigente, i legittimisti monarchici e, a livello puramente economico, le tasche degli stessi falsificatori; aveva come nucleo narrativo l’idea che esiste un vertice segreto, il Palladismo, basato a Charleston e guidato da Albert Pike, che adora Lucifero e complotta contro la Chiesa cattolica.

Il primo riciclo opera l’innesto antisemita, inizio ‘900. Nei primi decenni del Novecento, con la pubblicazione dei “Protocolli dei Savi di Sion”, un altro celebre falso fabbricato dall’Okhrana, la polizia segreta zarista, riciclando un testo satirico francese contro Napoleone III, il materiale di Taxil subì una prima mutazione.

La figura di Pike e i piani di sovvertimento globale vengono fusi con il filone dell’antisemitismo biologico e politico; il nuovo bersaglio è l’alta finanza ebraica e i movimenti rivoluzionari socialisti; il nuovo beneficiario sono regimi autocratici e le forze nazionaliste europee, che usavano lo spauracchio del “complotto giudaico-massonico” per giustificare la repressione interna e la guerra.

Il secondo riciclo: la Guerra Fredda e William Guy Carr (1954). La vera e propria nascita del mito delle “Tre Guerre Mondiali” per come lo conosciamo oggi avviene nel secondo dopoguerra, ad opera dell’ufficiale canadese William Guy Carr nel suo libro Pawns in the Game.

Carr prende la struttura teologica di Taxil e Margiotta, lo scontro tra forze luciferine e divine, e la sovrappone alla realtà della Guerra Fredda. Anche qui abbiamo alcuni cambiamenti contenutistici, in quanto viene inserito lo schema profetico dei tre conflitti.

La Russia, che all’epoca di Pike era un impero zarista ortodosso, diventa retroattivamente nel testo il “futuro laboratorio del comunismo ateo”. La Seconda Guerra viene riscritta focalizzandosi sulla nascita di Israele.

Anche qui abbiamo un nuovo bersaglio: il Comunismo sovietico da un lato e l’ONU/organismi internazionali, visti come l’embrione del Governo Mondiale, dall’altro.

Anche qui abbiamo un nuovo beneficiario: i movimenti fondamentalisti religiosi e la destra ultra-conservatrice americana, che necessitavano di una spiegazione metafisica e totalizzante per l’ascesa del blocco sovietico e la fine del colonialismo.

Psicologia del riciclaggio

Perché questo riciclo funziona?

Una psy-op o una leggenda complottistica ha successo nel tempo perché risponde a una legge di economia cognitiva e del “rut” – parola inglese che designa l’abitudine, il percorso tracciato: è molto più facile e persuasivo prendere un meme o un archetipo già radicato nell’inconscio collettivo (l’esistenza di un’élite segreta, malvagia e onnipotente) e limitarsi a cambiare i nomi degli attori sul palco.

Se nell’Ottocento il male assoluto per il pubblico di riferimento era il massone anticlericale, nel 1950 diventa il bolscevico, e negli anni 2000 il tecnocrate globalista o l’estremista religioso.

Il testo originale di Pike e Mazzini, nato per spillare soldi ai vescovi francesi, è diventato così una “matrice universale”, un software di manipolazione della realtà buono per tutte le stagioni.

La sua struttura, rimanendo immutata, alloggia contenuti e simboli diversi.

La Massoneria Azzurra

Il famigerato libro “La Massoneria Azzurra”, titolo originale francese “La Franc-Maçonnerie azuréenne” è proprio uno dei testi chiave scritti da Léo Taxil durante la sua gigantesca operazione di falsificazione a fine Ottocento.

In Italia il testo ha circolato anche con il sottotitolo “I misteri della frammassoneria”, ed è la prova provata di come funzionava la catena di montaggio del riciclo narrativo.

In termini massonici reali e ordinari, la “massoneria azzurra”, o loggia blu, non ha nulla di misterioso: indica semplicemente i primi tre gradi fondamentali della massoneria universale: Apprendista, Compagno, Maestro. È la base comune a tutti i riti.

Taxil prende questa struttura di base, accessibile e burocratica, e la stravolge completamente per il suo pubblico cattolico e conservatore affamato di brivido.

Egli sostiene che i primi tre gradi siano solo una “copertura” o uno specchietto per le allodole. I massoni ordinari vi entrerebbero in buona fede, ignari del fatto che i vertici massonici obbediscano a direttive occulte.

Nel libro egli traccia la linea verticale che collega la massoneria di base ai gradi superiori e “segreti”, dove risiederebbe il famigerato Palladismo, il culto di Lucifero, che Taxil attribuiva ad Albert Pike.

Questo specifico libro è il mattone fondamentale che ha permesso il “salto di qualità” delle successive teorie del complotto. Senza l’invenzione filologica contenuta in testi come “La Massoneria Azzurra”, William Guy Carr e i cospirazionisti del Novecento non avrebbero avuto l’architettura per sostenere la tesi delle tre guerre mondiali.

Il meccanismo ereditato è il seguente.

• Il concetto di “Direzione Occulta”: Taxil introduce l’idea che la massa dei massoni sia manipolata da un vertice invisibile.

• Il passaggio del testimone: quando negli anni 50 si deve spiegare come sia possibile che i leader politici mondiali, spesso massoni o legati a quegli ambienti, stiano eseguendo il “piano delle tre guerre di Pike” senza rendersene conto, si applica esattamente lo schema di Taxil: “Loro non sanno, eseguono gli ordini che arrivano dall’alto della piramide”.

In breve, “La Massoneria Azzurra” è il manuale d’istruzioni scritto dal falsificatore per spiegare l’anatomia del presunto complotto.
Un testo nato come una profittevole operazione commerciale e di disinformazione nella Parigi di fine Ottocento, rimasto poi come “fonte dogmatica” per tutte le successive varianti della medesima narrazione geopolitica.

Il conflitto nell’applicazione del mitologema

L’uso antigiudaico di questo mitologema fatto nella terza fase, che ho dianzi descritto, confligge con quello fatto nella seconda, essendo che i cristiano – conservatori USA erano e sono filo-sionisti.

È questo il punto di rottura logico più clamoroso dell’intera architettura cospirazionista, una contraddizione interna che mette a nudo la natura puramente strumentale di tali operazioni di manipolazione.

Esso confligge in modo frontale e assoluto, ma questa apparente contraddizione ideologica si risolve analizzando come i due diversi gruppi di “beneficiari” – i nazionalisti antisemiti europei della prima metà del Novecento e i cristiano-conservatori americani del secondo dopoguerra – abbiano piegato lo stesso identico mito a scopi diametralmente opposti.

Il corto circuito si spiega dividendo nettamente le due visioni.

La prima visione: la declinazione antisemita – Il filone “classico” europeo.

Per la propaganda che andava dai Protocolli dei Savi di Sion fino al fascismo e al nazismo, il mitologema di Pike e del complotto globale serviva a dimostrare che l’ebraismo internazionale e la massoneria collaboravano attivamente per distruggere le nazioni sovrane e la civiltà cristiana.

In questa ottica, il Sionismo era visto come il braccio politico di questa élite, volto a creare uno Stato (Israele) che fungesse da “centro di comando occulto” mondiale. Il bersaglio era l’ebreo, il fine era l’odio biologico e politico.

La seconda visione: il riciclo cristiano-conservatore USA – Il filone escatologico

Quando William Guy Carr e, successivamente, i predicatori della destra evangelica e fondamentalista americana, come Pat Robertson o Jerry Falwell, ereditano questo materiale, si trovano davanti a un problema: la loro teologia è visceralmente e radicalmente filo-sionista.

Per la dottrina del Dispensazionalismo, la teologia dominante nell’evangelismo americano, la nascita dello Stato d’Israele nel 1948 e il ritorno degli ebrei in Terra Santa non sono un complotto diabolico, ma il prerequisito posto da Dio per la seconda venuta di Cristo, la Parusia.

Come risolviamo allora la contraddizione? Cambiando la natura del complotto.

Israele non è più il carnefice, ma la vittima sacrificale. Nella riscrittura americana della “Terza Guerra Mondiale di Pike”, lo Stato d’Israele non è l’artefice del complotto luciferino, ma l’esca o la vittima geopolitica.

Il piano dei “luciferini”, identificati ora negli Illuminati, nell’ONU, nell’alta finanza apolide o nel comunismo, sarebbe quello di scatenare il mondo islamico contro Israele per distruggerlo e, nel caos globale, imporre il Nuovo Ordine Mondiale.

Il Sionismo viene “purificato”: Il sostegno a Israele diventa per i cristiano – conservatori un dovere sacro per difendere il piano di Dio dalle manovre delle élite occulte globaliste, che per paradosso sono le stesse descritte dai falsi antisemiti europei.

Siamo di fronte a un paradosso narrativo totale.
Da un lato, complottisti europei degli anni 30 usavano il mito per dire: “Dobbiamo distruggere il Sionismo perché è il cuore del complotto globalista”. Dal lato opposto, i complottisti cristiano-americani dagli anni 70 in poi usano lo stesso mito per dire: “Dobbiamo difendere Israele a tutti i costi perché i globalisti vogliono distruggerlo nella Terza Guerra Mondiale”.

Questo dimostra, nella pratica, la natura puramente “modulare” del mitologema. La struttura profetica, l’esistenza di un piano d’élite in tre atti, rimane identica perché è quella che cattura l’attenzione e genera paura; ma i segni interni (+ o -) attribuiti ad attori come il Sionismo o lo Stato d’Israele vengono invertiti a seconda dell’agenda politica e della teologia di chi, in quel momento storico, sta gestendo la psy-op.

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