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Hormuz, un conflitto assolutamente centrale

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Stretto di Hormuz

La guerra moderna destabilizza flussi

La guerra tra Stati Uniti e Iran, anche se nessuno vuole ancora chiamarla apertamente con il suo vero nome, è di fatto tornata al centro del mondo.

E il luogo simbolo di questo scontro continua a essere lo Stretto di Hormuz: quel corridoio di mare apparentemente stretto e lontano, ma da cui passa una parte enorme dell’energia globale, dell’economia mondiale e degli equilibri strategici internazionali.

Molti guardano a Hormuz come a una semplice rotta commerciale. Io invece credo che oggi rappresenti qualcosa di molto più profondo: è il punto in cui si misura la capacità delle grandi potenze di imporre ordine, deterrenza e controllo sul futuro geopolitico del pianeta.

La fragile tregua tra Washington e Teheran si sta consumando proprio lì. Nel momento in cui due cacciatorpediniere statunitensi attraversano lo Stretto dichiarando di aver respinto attacchi iraniani con missili e droni, il messaggio non è soltanto militare. È politico. È psicologico. È simbolico.

Gli Stati Uniti vogliono dimostrare che nessuno può chiudere o intimidire una delle arterie marittime più importanti del mondo. L’Iran, invece, vuole dimostrare l’opposto: che senza Teheran non esiste sicurezza nel Golfo Persico e che ogni equilibrio regionale passa inevitabilmente dalla sua forza di pressione.

Quello che colpisce è il linguaggio utilizzato dalle due parti.

Da una parte Donald Trump definisce tutto questo una “scaramuccia”, quasi minimizzando il rischio reale del conflitto. Dall’altra l’Iran parla apertamente di “vicolo cieco”, accusando gli Stati Uniti di continuare a cercare una soluzione militare a un problema che, secondo Teheran, non può essere risolto con la forza.

Ma la storia insegna una cosa precisa: le guerre più pericolose spesso iniziano proprio quando i protagonisti fingono di non volerle combattere davvero. Le operazioni “Epic Fury” e “Project Freedom” mostrano infatti un cambio di fase estremamente significativo. Non siamo più davanti soltanto a una crisi diplomatica o a schermaglie isolate.

Siamo davanti a una militarizzazione progressiva del Golfo, accompagnata da una costruzione narrativa che prepara l’opinione pubblica internazionale all’idea di uno scontro prolungato.

Ed è qui che entra in gioco la vera questione strategica. Hormuz non riguarda soltanto Iran e Stati Uniti. Riguarda il petrolio globale. Riguarda la Cina che dipende dalle rotte energetiche mediorientali. Riguarda l’Europa, già indebolita da crisi energetiche e instabilità internazionali. Riguarda i mercati finanziari. Riguarda persino il prezzo del carburante che milioni di persone pagheranno nei prossimi mesi.

Ogni missile lanciato in quell’area non attraversa soltanto il cielo del Golfo: attraversa le economie del mondo. La proposta americana al Consiglio di Sicurezza dell’ONU è un altro segnale importante. Dietro la richiesta ufficiale di “libertà di navigazione” si nasconde in realtà una battaglia molto più ampia per la legittimità internazionale.

Washington cerca di costruire una coalizione diplomatica e militare che isoli Teheran e trasformi l’Iran nel responsabile unico dell’instabilità regionale. Per questo la risoluzione insiste sulle mine, sui pedaggi alle navi e sulla sicurezza marittima: temi che permettono agli Stati Uniti di presentarsi come garanti dell’ordine globale.

Ma anche qui esiste una lettura più profonda. Quando una superpotenza parla continuamente di “proteggere la navigazione”, spesso sta anche dicendo che vuole controllare gli spazi strategici attraverso cui passa il potere economico mondiale. L’Iran lo sa perfettamente. Ed è per questo che usa Hormuz come leva geopolitica permanente.

Teheran non ha la forza convenzionale per affrontare frontalmente gli Stati Uniti. Ha però la capacità di logorare, destabilizzare, rallentare e aumentare il costo politico, economico e militare di ogni operazione americana nella regione. Ed è qui che emerge la natura moderna dei conflitti contemporanei.

Non servono più grandi invasioni per mettere in crisi il mondo. Bastano droni, mine navali, cyberattacchi, sabotaggi invisibili e pressioni sulle rotte commerciali. La guerra moderna non distrugge soltanto città: destabilizza flussi. Energia. Informazione. Commercio. Paura. E ciò che mi colpisce maggiormente è che il mondo continua a vivere tutto questo quasi come fosse rumore di fondo.

Le persone scorrono notizie su missili, stretto di Hormuz, droni iraniani e flotte americane con la stessa velocità con cui scorrono un social network. Ma dietro quelle parole esiste un equilibrio globale sempre più fragile. Perché quando le grandi potenze iniziano a sfidarsi direttamente nei punti nevralgici del commercio mondiale, il rischio reale non è soltanto la guerra regionale. Il rischio è l’effetto domino. Un incidente. Una nave colpita. Un errore di calcolo. Una reazione sproporzionata. E il mondo potrebbe entrare in una spirale che nessuno oggi sembra davvero in grado di controllare fino in fondo.

Per questo non considero ciò che accade a Hormuz .Un tempo in cui la pace appare sempre più fragile, le potenze sempre più nervose e gli equilibri internazionali sempre più dipendenti da strettoie geografiche minuscole ma decisive. Perché a volte il destino del mondo non si decide nelle capitali. Si decide in pochi chilometri di mare.

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