La burocrazia sanitaria che risponde alla domanda di mercato
Un tempo a scuola esistevano i somari, che le trovavano tutte per non studiare. Oggi sono quasi scomparsi. Molti, anzi troppi – sani come pesci – sono stati ritenuti neurodivergenti. Hanno il certificato.
È il miracolo della diffusione a macchia d’olio dei disturbi dell’apprendimento.
Trecentocinquantamila. Tanti sono gli studenti italiani che possiedono una certificazione di Disturbo Specifico dell’Apprendimento.
Nel 2010, anno della Legge 170, rappresentavano lo 0,9% della popolazione scolastica. Oggi sfiorano il 6%. Un incremento del 500% in poco più di un decennio. In Liguria e Valle d’Aosta si raggiunge l’8,4%. Nelle scuole superiori la percentuale si avvicina al 7%.
Se il trend non si arrestasse, tra vent’anni la maggioranza degli studenti italiani risulterebbe certificata. Chi non ha un certificato diverrebbe la minoranza.
Cifre che stridono con le stime epidemiologiche più solide, che indicano una prevalenza dei disturbi specifici di lettura intorno al 3,5%. Le certificazioni scolastiche italiane hanno raggiunto il 6% e, in alcune regioni, superano l’8%. Lo scarto non si spiega con la consapevolezza.
Il pedagogista Daniele Novara denuncia da anni che nelle scuole si arriva a un 10% di dislessici certificati, due bambini su venti per classe. Il filosofo Umberto Galimberti parla di scuola elementare trasformata in clinica psichiatrica.
Si può invocare una maggiore consapevolezza diagnostica, come recita il mantra ministeriale. Si può anche chiamare le cose con il loro nome: siamo di fronte al più colossale sistema di aggiramento dell’obbligo scolastico nella storia della Repubblica.
Il meccanismo è di una semplicità disarmante. La maestra segnala che il bambino “si distrae” o “sogna ad occhi aperti”, come se generazioni di scolari non avessero fatto esattamente lo stesso prima che qualcuno decidesse di trasformarlo in patologia.
La famiglia viene indirizzata verso lo psicologo infantile. Centri privati sfornano certificazioni dopo tre incontri o addirittura uno solo. Il bambino ottiene un Piano Didattico Personalizzato: compiti facilitati, interrogazioni programmate, tempi supplementari, dispensa dalla lettura ad alta voce.
Un percorso scolastico in discesa dove la promozione diventa quasi un diritto automatico, non il risultato di un apprendimento effettivo.
Quanti professionisti affermati – medici, avvocati, ingegneri, accademici – riconoscerebbero oggi nella propria biografia i tratti di almeno un DSA?
Una grafia rimasta illeggibile a sessant’anni. I calcoli a mente che restano un tormento, applicare un tasso di cambio, computare una percentuale senza ricorrere al telefono. La lettura ad alta voce che in terza elementare era un supplizio.
Eppure hanno completato il liceo classico, si sono laureati, hanno costruito carriere, scritto libri, insegnato nelle università. Con quale strumento compensativo? La fatica. Con quale misura dispensativa? Nessuna. Con quale indennità di frequenza? Lo stipendio dei genitori che pretendevano risultati.
La differenza tra ieri e oggi non è neurologica. Non si è verificata una mutazione genetica nella popolazione italiana. Sembra esserci lo zampino della furbizia, oltre allo specchio dei tempi.
La differenza è che un bambino parcheggiato davanti a uno schermo fin dai primi mesi di vita – il telefono a tavola, il tablet in cameretta, la televisione come babysitter permanente – sviluppa inevitabilmente difficoltà di concentrazione, povertà lessicale, incapacità di sostenere lo sforzo prolungato della lettura.
Non è dislessia: è deprivazione educativa. Non è discalculia: è un cervello che nessuno ha allenato. Non è disgrafia: è una mano che non ha mai tenuto una matita abbastanza a lungo perché qualcuno le preferiva il touchscreen.
A questo si aggiunge una generazione di genitori più ansiosi di qualunque altra, bombardati da informazioni contraddittorie, terrorizzati dall’idea che il proprio figlio resti indietro.
Basta un quaderno disordinato, una pagella sotto le aspettative, una maestra che dice “forse sarebbe il caso di approfondire” per innescare la corsa che conduce alla certificazione.
Troppo spesso è paura vera e la paura di un genitore è il miglior cliente del mercato diagnostico.
E quando quel bambino arriva a scuola e non riesce a tenere il passo, la colpa non è di un disturbo neurobiologico. La colpa è di genitori che hanno delegato l’educazione a un algoritmo e che ora delegano la diagnosi a un neuropsichiatra, perché ammettere il proprio fallimento educativo è più doloroso che accettare un certificato.
Intorno alla certificazione DSA il Paese dei furbi ha costruito un ecosistema di incentivi che rende conveniente la diagnosi e sconveniente la normalità.
La certificazione può aprire la strada all’indennità di frequenza: 336 euro mensili, fino a dodici mensilità. Già nel 2019 l’INPS ne aveva erogate 166.351 per quasi 49 milioni di euro e da allora le certificazioni DSA sono aumentate di un ulteriore 30%.
Si aggiungano le detrazioni fiscali al 19% sugli strumenti compensativi e i costi delle sedute private, fino a seimila euro annui per trattamenti prescritti sulla base di un falso positivo.
Il risultato è un’industria – centri diagnostici, logopedisti, tutor DSA, sviluppatori di software – che prospera sulla moltiplicazione delle diagnosi. Un business che non ha alcun interesse a che il numero dei certificati diminuisca.
Sui forum sindacali della scuola – dalla Gilda-UNAMS alle rubriche legali di settore – si legge da anni una denuncia ricorrente: dirigenti scolastici che convocano in presidenza i docenti colpevoli di aver messo troppe insufficienze.
Non un episodio isolato, ma una pressione sistematica. La retribuzione di posizione variabile del dirigente dipende dalla fascia di complessità dell’istituto, determinata anche dal numero degli iscritti: tra la fascia più bassa e la più alta, il differenziale supera gli ottomila euro lordi annui.
Le bocciature fanno perdere iscritti. Gli iscritti che calano abbassano la fascia. La fascia che scende riduce lo stipendio. In questo quadro, la certificazione DSA diventa provvidenziale.
Lo studente col PDP diventa di fatto quasi imbocciabile. La bocciatura è più esposta al ricorso, più onerosa da motivare e, in una scuola terrorizzata dal contenzioso, l’esito pratico è sempre lo stesso.
Se il meccanismo funzioni davvero così, spetta al Ministero verificarlo. Che i presupposti normativi esistano tutti è un dato di fatto.
La geografia delle certificazioni racconta un’altra anomalia. In Calabria i DSA certificati sono l’1,6%, in Campania l’1,8%. In Liguria l’8,4%, in Toscana e nel Lazio intorno al 7%.
Non è medicina: è burocrazia sanitaria che risponde alla domanda di mercato. Il paradosso raggiunge il suo apice alle superiori, dove studenti che hanno attraversato elementari e medie senza alcuna diagnosi scoprono improvvisamente, a ridosso della maturità, di essere dislessici.
Non cercano una diagnosi: cercano un lasciapassare per l’esame.
Che si sia chiaro: i DSA esistono, sono condizioni neurobiologiche reali che meritano il massimo sostegno. Non sono loro i somari e mai lo saranno. Ma proprio chi ne soffre autenticamente viene tradito da un sistema che ha trasformato la diagnosi in espediente.
Quando in una classe di venti alunni cinque o sei esibiscono il PDP, l’insegnante non può dedicare attenzione speciale a nessuno. Il somaro protetto dal certificato ruba risorse e credibilità al dislessico vero.
La certificazione DSA è diventata l’assoluzione collettiva di un intero sistema. Assolve il genitore dalla propria negligenza educativa.
Assolve la scuola dall’incapacità di bocciare chi non studia e premiare chi merita.
Assolve il bambino dalla fatica di crescere. Tutti deresponsabilizzati. Tutti innocenti. Tutti malati.
Il somaro dei tempi andati portava le orecchie d’asino, se le toglieva e spesso nella vita faceva meglio dei primi della classe. Il dislessico certificato del terzo millennio porta un foglio che lo accompagnerà per sempre.
Un foglio che gli insegna fin dall’infanzia la lezione fondativa della furbizia italiana: il modo più efficiente per superare un ostacolo non è scavalcarlo, ma farsi certificare l’impossibilità di affrontarlo.






