I partiti comunisti dovevano trasformarsi in formazioni socialiste o socialdemocratiche per mantenere influenza in Occidente
In Italia non si è mai parlato in modo esauriente dell’Operazione Andropov e del dibattito storiografico che l’accompagnò.
Nel suo libro Le mondialisme contre nos libertés, ripubblicato nel 2001, Pierre Faillant de Villemarest sostenne che il comunismo sovietico nel 1991 attuò per sopravvivere una trasformazione strategica pianificata dall’Operazione Andropov, concepita da Jurij Andropov – capo del KGB dal 1967 al 1982 e Segretario Generale del PCUS dal novembre 1982 fino alla morte nel febbraio 1984 – per aggirare il fallimento economico del sistema senza rinunciare al controllo reale del potere.
Secondo l’autore, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta l’apparato del Partito e del KGB avviò la creazione di un’economia invisibile. Parallelamente, si lavorava a un cambio di maschera politica: i partiti comunisti dovevano trasformarsi in formazioni socialiste o socialdemocratiche per mantenere influenza in Occidente.
Le mafie post-sovietiche e parte della nomenklatura vennero coinvolte come strumenti (o partner) di questa riconversione. Le morti sospette di numerosi funzionari tra il 1991 e il 1992 vennero lette come eliminazioni mirate.
Quest’interpretazione, tipica della letteratura anticomunista francese dell’epoca, descrive il crollo dell’URSS non come una sconfitta, ma come una ritirata tattica. Altra storiografia più accreditata offre un quadro parzialmente diverso. Andropov era effettivamente un riformatore cauto, ossessionato dalla disciplina, dalla lotta alla corruzione e dal recupero di efficienza del sistema sovietico.
Promosse una nuova generazione di quadri, tra cui Mikhail Gorbaciov, e avviò alcuni esperimenti di modernizzazione economica. Tuttavia, non esisterebbe prova documentale di un piano occulto unitario di trasferimento massiccio di capitali o di una strategia di lungo periodo per riciclare il comunismo attraverso mafie e strutture parallele. La sua azione fu più pragmatica e limitata dal brevissimo mandato e dalla malattia.
Penso sia incontrovertibile il fatto che la trasformazione simultanea di tanti Partiti comunisti, all’imbrunire del Socialismo reale, in altrettanti Partiti socialisti, non possa essere stata una coincidenza imputabile solo al cambiamento politico internazionale e alla revisione ideologica.
E questa è la prova che esistette una Operazione Andropov, realizzata da Gorbacev, sulla quale molto si potrebbe dire per i singoli stati che andiamo citando, non a caso innervati da quel KGB che entrambi i politici citati controllarono in modo ferreo.
In Ungheria il Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori (MSzMP) divenne il Partito Socialista Ungherese (MSzP) il 7 ottobre 1989. Fu il primo caso importante di scioglimento e rifondazione come partito socialdemocratico di un partito comunista dell’Est. In Polonia il Partito Unitario Polacco dei Lavoratori (PZPR) divenne la Socialdemocrazia della Repubblica Polacca (SdRP) e poi l’Alleanza Democratica di Sinistra (SLD) nel 1990.
In Bulgaria il Partito Comunista divenne Partito Socialista (BSP) il 3 aprile 1990. In Germania Est il Partito Socialista Unito (SED) divenne il Partito del Socialismo Democratico (PDS) tra il 1989 e il 1990. In Slovenia la Lega dei Comunisti League divenne il Partito delle Riforme Democratiche e poi la Lista Unita dei Social Democratici tra il 1990 e il 1993. In Croazia la Lega dei Comunisti divenne il Partito del Cambiamento Democratico e poi il Partito Social Democratico (SDP) tra il 1990 e il 1994.
In Serbia la Lega dei Comunisti di Serbia divenne il Partito Socialista di Serbia (SPS) nel luglio 1990. In Macedonia la Lega dei Comunisti di Macedonia divenne l’Unione Social Democratica di Macedonia (SDSM) nel 1991. In Romania il Partito Comunista (PCR) divenne il Fronte di Salvezza Nazionale e poi il Partito Social Democratico (PSD) nel 1989 -1993. In Albania il Partito del Lavoro divenne Partito Socialista nel 1991.
In Lituania il Partito Comunista nel 1991 divenne il Partito Democratico del Lavoro della Lituania, fusosi poi nel Partito Socialdemocratico di Lituania. In Estonia il Partito Comunista subì una scissione nel 1990 che creò il Partito Comunista Indipendente, poi Partito Democratico del Lavoro e poi Partito Socialdemocratico, mentre il pollone principale si estinse nel 1991.
In Estonia il Partito Comunista nel 1990 ebbe anch’esso una scissione, che fondò il Partito Democratico del Lavoro, mentre la casa madre venne abolita per legge nel 1991. In Tagikistan nel 1991 il Partito Comunista divenne Socialista. In Uzbekistan il Partito Comunista, sempre nel 1991, divenne Partito Democratico Popolare. Nello stesso anno, il Partito Comunista del Turkmenistan divenne Partito Democratico.
In Italia il Partito Comunista Italiano (PCI) divenne Partito Democratico della Sinistra (PDS) nel 1991 (Svolta della Bolognina, annunciata nel 1989), mentre una minoranza diede vita a Rifondazione Comunista. Nel 1998 il PDS divenne Democratici di Sinistra. Nel 2007 Partito Democratico. Circa una quindicina di partiti comunisti (soprattutto al potere nell’Europa orientale e nell’Asia ex sovietica) cambiarono quindi ufficialmente nome e ideologia tra il 1989 e il 1994, passando a denominazioni socialiste o socialdemocratiche.
La maggior parte dei partiti comunisti extra-europei (Asia, America Latina, Africa) mantenne invece il nome e l’ideologia comunista tradizionale. Solo una minoranza di questi nuovi partiti ebbe successo elettorale duraturo in Europa (es. MSzP in Ungheria, PSD in Romania, BSP in Bulgaria, PDS in Germania). Tutto questo fino al 1991 coincide con l’Operazione Andropov, volta soprattutto a cambiare la fisionomia ai partiti dei paesi satelliti in Europa o nei paesi occidentali.
Il crollo dell’URSS fece saltare il banco e i paesi dell’ex URSS, dove l’Operazione non doveva scattare, oltre ogni previsione, si ritrovarono senza partiti esplicitamente comunisti al potere (tranne la Bielorussia) o addirittura con la loro messa al bando o il loro scioglimento (come in Russia, Ucraina, Georgia, Azerbaigian, Moldavia) mentre gli apparati trasmigrarono in altre formazioni politiche, spesso autoritarie o nazionaliste, o all’ultimo minuto seguirono l’Operazione Andropov come descritto in precedenza. Solo in Kirghizistan il Partito Comunista rimase al potere, sia pure affrancatosi dal disciolto PCUS.
Diversa è la valutazione sull’esistenza di una economia sommersa legata all’Operazione Andropov. Giudichi il lettore, alla luce di quanto segue, tratto dal libro di De Villemarest citato all’inizio, quanto sia fondato l’argomentare dell’Autore francese.
Alla caduta del blocco sovietico, nonostante i loro sforzi, gli apparati comunisti non ritrovarono più la loro influenza sulle opinioni pubbliche, ma non rinunciarono a ricostruire un’Internazionale. Dall’ottobre 1989 un Congresso straordinario dei comunisti ungheresi aveva deciso di trasformare il Partito in socialista. Non avevano rifiutato che 159 delegati su 1.250 partecipanti.
Un oratore dichiarò dalla tribuna, evidentemente su ordine superiore: «L’etichetta comunista non è più credibile. In caso di elezioni libere, saremmo battuti sonoramente!».
Fu l’équipe di Yuri Andropov, poco prima della sua morte nel 1983, a suggerire questo cambiamento di denominazione ai Partiti Comunisti di tutto il mondo in caso di crisi irreversibile.
Andropov aveva infatti detto, all’inizio dell’anno, al suo allievo Gorbacev (che era stato Commissario politico per gli Organi amministrativi, cioè i Servizi segreti) che sarebbe giunto presto il tempo in cui, per salvare il comunismo, sarebbe stato necessario dargli un altro volto e di far dire agli occidentali ciò che volevano sentire.
Era una mossa azzeccata. Nell’ottobre 1989, in seguito alla decisione del PC ungherese, Pierre Guidoni (della direzione del partito socialista e dell’Internazionale socialista) e il suo amico Hubert Védrine (del gabinetto Mitterrand all’Eliseo) stimarono che «ormai, a Budapest, si condividono gli obiettivi socialisti e socialdemocratici. Ci si colloca in un sistema democratico e pluralista».
Roland Dumas, allora al Quai d’Orsay, Hans Dietrich Genscher a Bonn e altri fecero eco, dicendo che l’evoluzione ungherese era meravigliosa e che la vecchia frattura di inizio secolo tra il comunismo rivoluzionario di massa e la corrente demo-socialista opposta all’estremismo di sinistra si stava ricomponendo.
Fu allora che il Centre Européen de Information rivelò, grazie a un’indiscrezione giunta da Mosca – riportata anche su Monde et Vie del 26 ottobre 1989, poi in Svizzera e in Italia – che si trattava proprio dell’Operazione Andropov.
Dopo due ore di colloquio con Alexander Yakovlev, allora consigliere di Gorbacev, il leader del PC britannico, Gordon McLennan, rispose a un amico che gli chiedeva chiarimenti sulle direttive moscovite: «L’Internazionale comunista deve trasformarsi in un’associazione di partiti che condividono gli stessi principi di base: PC, socialisti, Verdi e perfino socialdemocratici, fino a rientrare nell’Internazionale socialista!»
Il crollo del Muro di Berlino, dopo le manifestazioni anticomuniste sempre più ampie negli Stati baltici, in Polonia e nella RDT, aveva stravolto il significato dell’Operazione, facendo franare il modello di riferimento, ma il piano di cambiamento era stato avviato ed era stato più che opportuno.
Al riparo della trasformazione, come rivelarono il 28 giugno 1992 Georges Mink e Jean-Charles Szurek, in Polonia come in Ungheria una parte della vecchia nomenklatura comunista riciclata, con apposite leggi, si impossessarono di ampie fette di patrimonio pubblico.
La stampa sovietica aveva rivelato sin dal novembre 1991 l’esistenza di documenti che accreditavano una strategia internazionale di conversione economica, nella quale il PCUS, prima dell’agosto 1991, aveva svolto un ruolo regolatore. A tale scopo Gorbacev, nel marzo 1991, emanò un documento per la creazione di strutture che non avessero legami formali con il Partito, come società per azioni e fondazioni.
La conversione politica verso la formula social-democratica era stata dunque avviata dai riformatori di Mosca, Varsavia e Budapest, già da prima del 1989. Sessantasei miliardi di dollari furono illegalmente trasferiti all’Ovest, dal 1987 al 1991, da apparati del PCUS. Questa economia invisibile era stata avviata da Andropov per perpetuare il comunismo internazionale e prevedeva anche accordi con le mafie. Nel frattempo le riserve auree dello Stato sovietico erano crollate da quindici miliardi di dollari nel 1987 a quasi zero nel settembre 1991.
Gorbacev chiese al mondo altri trenta miliardi per coprire il suo deficit di bilancio. La somma era passata da trenta miliardi di dollari nel 1985, quando era salito al potere, a più del doppio. Di essa il 75% gravava sulle sole spalle europee, di cui il 10% sulla Francia, subito dopo la Germania (36%), mentre i capitali russi fuggivano all’estero e Mosca distribuiva ancora decine di milioni di dollari ai partiti comunisti di tutto il mondo.
Sergei Aristov e Vladimir Dmitriev, due magistrati inquirenti della procura di Mosca, nell’estate 1992 divulgarono una circolare segreta datata 23 agosto 1990, con cui era stato istituito un nucleo segreto di tre branche (informazioni, azione, tesoreria) con altrettante reti nascoste nelle Repubbliche dell’URSS, dell’Europa centrale e probabilmente altrove.
Esso doveva entrare in azione solo nel caso in cui fosse caduta l’URSS, e con mezzi finanziari considerevoli. Eltsin, prendendo il posto di Gorbacev, aveva creato problemi ma non aveva distrutto il nucleo, perché esso aveva non un solo capo ma più di uno, e perché le alte mafie russe vi erano legate.
La circolare era intitolata: «Sulle misure d’urgenza da prendere per organizzare le attività commerciali del Partito all’interno e all’estero».
Essa prevedeva che un Segretario avrebbe assicurato la conduzione di un lavoro consistente «nel creare strutture economiche a partire da fondazioni, associazioni, imprese, ecc., per arrivare a un’economia invisibile del Partito». Diceva che «occorre subito mettere in piedi organizzazioni anonime e camuffare i loro legami con il Partito nelle loro attività commerciali, qui e all’estero, tenendo particolarmente conto delle opportunità offerte dalle joint ventures, dai consorzi internazionali, ecc.»
Essa chiedeva «di mettere in piedi, con urgenza, una banca controllata dal Comitato centrale, con il diritto per quest’ultima di effettuare operazioni in valuta estera e di investire le sue divise forti nelle imprese internazionali controllate dagli amici del PC».
La circolare sottolineava espressamente in uno dei suoi paragrafi che ci saranno «consultazioni» per mantenere la cooperazione economica, una volta completato il ritiro delle forze sovietiche dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria e dalla Germania orientale «e, di conseguenza, creazione di società di consulenza sotto forma di entità legali, ma senza legami diretti con l’apparato…».Tutto ciò fu confermato il 7 dicembre 1991 sulla Komsomolskaia Pravda e nel 1992 dall’economista Lev Timofeev.
Poco prima del golpe vetero comunista, all’inizio dell’estate 1991, Gorbacev ordinò a Gueraščenko, direttore della Gosbank «di emettere 200 miliardi di rubli e di piazzare subito 52 miliardi su un conto segreto». Contemporaneamente il ministro delle Finanze, Vladimir Orlov, aprì conti segreti e rubli convertibili vennero messi a disposizione, di chi avesse voluto utilizzarli per affari commerciali.
Nello stesso periodo diversi milioni di dollari si depositano qua e là nei 2000 conti russi segreti e individuali dei russi a Cipro, dove, dal regime di Andropov in poi, un russo non ha più bisogno di visto per recarvisi.
Tuttavia quando gli inquirenti della Procura Generale di Mosca iniziarono le loro indagini, iniziarono anche le morti sospette. Boris Pugo, ministro dell’Interno, fu suicida con la moglie, apparentemente per aver partecipato al golpe contro Gorbacev. Il maresciallo Akhromeev, grande figura dello stato maggiore generale dell’URSS e del suo complesso militare-industriale, suicida.
Georgij Pavlov, suo predecessore alla Tesoreria, dal 1971 al 1983, anche lui suicida. Georgij Lisovolik, uno degli assistenti di Valentin Faline alla direzione del Dipartimento per l’estero dell’apparato comunista, suicida. Gli osservatori russi stimarono che tra il 1987 e la fine dell’anno 1991 più di 70 miliardi di dollari (l’equivalente del debito estero della Russia) partissero illegalmente verso l’Occidente e siano stati collocati in una dozzina di paesi. In particolare, in Svizzera, Spagna, Grecia, Francia, Caraibi, India, America del Sud.
Trasferimenti effettuati in dollari, platino, oro, metalli preziosi. Parallelamente, circa 600 imprese sorsero prima del 1992 in Russia e nelle Repubbliche ex-sovietiche, assieme a una dozzina di banche, tutte sospette. Ben cinquemila documenti (tra registrazioni, note, sintesi e corrispondenze) che erano in possesso della procura rimasero inutilizzate per l’incertezza politica, la paura e i blocchi giudiziari, organizzati in nome della democrazia da coloro che fino a ieri servivano il totalitarismo.
Tra i documenti figurava la corrispondenza tra Gorbacev e Valentin Faline al quale il primo chiese «di prelevare sul bilancio dello Stato diversi milioni di dollari… per società amiche» il 26 aprile 1990.
La Banca dell’Uzbekistan, secondo il consigliere federale svizzero Jean Ziegler, venne trasferita nel 1991, attraverso la Bulgaria e su ordine della Banca di Stato dell’URSS, con le sue riserve d’oro. Lo stesso anno il Centre Europèen d’Information di Zurigo svolse un’inchiesta su un trasferimento aereo di 1,6 tonnellate d’oro del Kirghizistan.
Il Procuratore generale di Mosca trasmise alle autorità elvetiche una lista di conti sospetti, ma non accadde nulla. Boris Eltsin in persona, dal canto suo, durante un soggiorno in Spagna recuperò qualche centinaio di milioni di dollari illegalmente arrivati nella zona di Barcellona e Madrid.
Quando nell’aprile 1992 Faline comparve davanti a una commissione d’inchiesta, che subito dopo cessò il suo lavoro, si difese sostenendo di aver gestito male i fondi del suo Dipartimento. Precisò che, quando aveva dovuto utilizzare fondi dello Stato invece di quelli del Partito, li aveva compensati «con prelievi in valuta forte» e che altri avevano fatto lo stesso nei sindacati, al Komsomol, all’Accademia delle scienze, in circostanze analoghe.
Nell’aprile 1993 vengono depositati 3 milioni di dollari nella Banca di Cipro. Nel 1994 una media di un miliardo di dollari al mese usciva dalla Russia verso l’Occidente illegalmente Diciannove miliardi di dollari dormivano, secondo il Financial Times, su conti bancari esteri, invece di essere reinvestiti in Russia. Nel 2001 si era ancora a 20 miliardi di dollari di fuga di capitali verso l’Occidente.
Le mafie russe hanno partecipato a questo gioco dei trasferimenti, per la semplice ragione che si erano infiltrate fin nel Politburo dell’epoca di Brežnev e in tutti gli ingranaggi amministrativi ed economici della Russia post-sovietica.
Il generale Anatoli Oleinikov, incaricato al MVD (ministero dell’Interno) della lotta alla criminalità, dichiarava nella primavera precedente che essa disponeva di 25 miliardi di dollari nelle banche occidentali, di cui un miliardo rubato nelle banche russe.
Certe filiere mafiose in Russia servirono l’«economia invisibile» che erose lo Stato, per loro beneficio personale e per quello dell’apparato comunista, dove alte personalità erano legate alle bratva, cioè le fratellanze, della criminalità organizzata.
L’esempio più eclatante di questa commistione tra mafia e PCUS e tra economia legale e illegale fu Gaidar Aliyev, membro del Politburo di Gorbaciov dal 1986 al 1991, e poi signore dell’Azerbaigian ed ex generale del KGB, il quale ebbe forti interessi nel mercato del cotone e del petrolio. Fin qui i dati raccolti da Pierre de Villemarest.
Trent’anni dopo, la sua tesi trova una sorprendente eco nella teoria dei siloviki. I siloviki («uomini della forza») sono gli esponenti delle strutture di sicurezza – ex KGB/FSB, militari, polizia e procure – legati da una forte identità corporativa. Con l’ascesa di Vladimir Putin, ex ufficiale del KGB e direttore dell’FSB, questi “uomini forti” hanno progressivamente conquistato il centro del potere russo, sostituendo o subordinando gli oligarchi selvaggi degli anni Novanta.
La sociologa russa Olga Kryshtanovskaya, insieme a Stephen White, ha coniato il termine “militocrazia” per descrivere questo fenomeno: una significativa presenza di persone con background militare e di sicurezza negli organi di potere (fino al 25-30% dell’élite negli anni 2000).
Molti analisti hanno parlato di “neo-KGB State”, un sistema in cui i servizi di sicurezza sono passati da “Stato nello Stato” a fulcro dello Stato stesso. Non tutti gli studiosi accettano una lettura così monolitica.
Bettina Renz e altri sottolineano che i siloviki non formano un blocco compatto: esistono fazioni, rivalità e una componente di patronage personale verso Putin piuttosto che un complotto coordinato. La loro influenza è reale ma non assoluta, e va contestualizzata nel sistema di élite russo.
In sintesi, il Piano Andropov rappresenterebbe, nella lettura di de Villemarest, la progettazione della sopravvivenza; i siloviki sotto Putin ne costituirebbero la realizzazione storica. Ciò che negli anni Novanta appariva come un’operazione occulta sarebbe diventato un sistema di potere autoritario, centralizzato e ostile all’Occidente liberale: un capitalismo di Stato gestito da ex apparati di sicurezza.
Personalmente ritengo questa lettura del tutto errata: se una eventuale rete di potere sotterranea sussiste ancora e può essere manovrata da Mosca, di certo è stata anche monitorata, infiltrata e utilizzata anche da Londra e Washington.
Inoltre, la militocrazia putiniana ha avuto e ha come punto di forza la fine dello sfruttamento delle risorse economiche dello stato a vantaggio di privati o partiti, in patria e all’estero. Definirei i siloviki, sulla cui esistenza concordo pienamente, l’antidoto alla patologia causata dall’ultimo comunismo sovietico nell’apparato statale russo.
Per concludere, è normale porsi una domanda. Il denaro russo illegalmente esportato transitò per l’Italia? Da queste colonne tempo fa io acclarai la pista rossa di Capaci e Via D’Amelio, partendo dal fatto che Falcone stava per recarsi a Mosca per indagare su un enorme traffico di droga. Infatti, negli ultimi mesi di vita, come Direttore degli Affari Penali al Ministero di Giustizia, dal 1991 al 1992, si occupò di una pista internazionale sensibile nota come “Oro di Mosca”, sui fondi del PCUS.
Coordinò rogatorie e collaborazione con il procuratore russo Valentin Stepankov, che indagava sui miliardi di dollari di cui abbiamo parlato fino ad ora. Egli ipotizzava che parte di questi fondi potesse essere transitata attraverso canali finanziari occulti, anche legati a strutture mafiose per riciclaggio o investimenti.
Falcone aveva contatti diretti con Stepankov, programmava un viaggio a Mosca che non fece mai e stava seguendo flussi di denaro dall’ex URSS. Sarebbe partito tre giorni dopo quello in cui invece morì. Fonti come Claudio Martelli, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti confermarono questo impegno. Questa attività è al centro della pista rossa della sua morte.
Andreotti stesso parlò di possibili zampini di residui servizi sovietici. Con il crollo dell’URSS (1991), la nuova Russia di Boris Eltsin aveva avviato indagini sui fondi del PCUS e della nomenklatura esportati all’estero, anche attraverso paradisi fiscali, come le banche svizzere, di San Marino e altri canali.
Stepankov, nel suo libro Il viaggio di Falcone a Mosca con Francesco Bigazzi, acclarò la pista rossa internazionale di Capaci, legandola all’Operazione Andropov, pur senza nominarla.
Lo stesso fece la Nuova Izvestia . Una delegazione italiana della Procura di Roma andò comunque a Mosca, ma l’inchiesta fu archiviata in Italia principalmente come finanziamento illecito ai partiti (reato che si estingueva facilmente o era prescritto) e in Russia perse slancio. L’Attentatuni aveva fatto abbastanza paura. Paolo Borsellino avrebbe poi ereditato parte di queste conoscenze, prima di essere ucciso a via D’Amelio.
Questa pista è stata definita “battuta e poi abbandonata” ma, sebbene senza il riscontro giudiziario, rimane a mio avviso la più persuasiva per la eccezionale dimostrazione di forza profusa a Capaci e Via d’Amelio, del tutto sproporzionata per una vendetta di mafia che si poteva avere facilmente a Roma, visto che Falcone girava senza scorta.
Renato Altissimo scrisse che dopo le stragi “nessuno seguì quella pista, che portava ai segreti bancari di San Marino”, all’epoca paragonabile a certi paradisi fiscali, enclave in Italia e con legami finanziari storici con il nostro Paese. Se così fu, evidentemente i fondi sovietici erano stati “ripuliti” tramite investimenti, imprese o canali collegati a strutture mafiose per il riciclaggio vero e proprio.
Diversamente, Cosa Nostra non avrebbe collaborato all’assassinio dei due magistrati. Ma è evidente che una così grande quantità di denaro, finita nella pancia di grandi banche occidentali, non si era mossa senza che i servizi dell’Occidente se ne fossero accorti, rimanendo inerti perché essa serviva al sistema finanziario. Da qui la loro ombra su Capaci e Via d’Amelio.






