No a priori, senza una strategia alternativa
Ci sono decisioni che un Paese prende in un momento di paura e che poi finiscono per segnare intere generazioni.
L’Italia ha rinunciato al nucleare dopo Černobyl’, dentro un clima emotivo di paura e non conoscenza, può anche essere comprensibile sul momento, bisogna però ricordare che ha tagliato delle grandi possibilità al paese solo sull’onda o manipolazione emozionale.
Può essere comprensibile che le immagini dell’incidente sovietico abbiano colpito profondamente l’opinione pubblica europea, ma in Italia prevalse l’idea che l’unico modo per sentirsi al sicuro fosse uscire definitivamente da quella tecnologia.
Eppure, col tempo, è emerso un paradosso evidente.
Noi abbiamo fatto un enorme rumore per non avere centrali nucleari sul nostro territorio, mentre Paesi confinanti come Francia e Svizzera hanno continuato ad averle e continuano ancora oggi a produrre energia nucleare. Anche la Spagna ricava circa il 20% della propria elettricità dal nucleare.
La domanda, allora, è inevitabile, il rischio lo abbiamo davvero eliminato?
Perché se dovesse accadere un incidente grave in Europa, le conseguenze non si fermerebbero ai confini. Sarebbe come vivere al quinto piano mentre il quarto prende fuoco.
La nube non chiederebbe il passaporto prima di attraversare le frontiere.
In compenso, però, noi abbiamo rinunciato a una delle fonti energetiche più potenti e strategiche del mondo moderno.
L’energia nucleare nasce dalla fissione atomica, il nucleo di elementi come l’uranio viene diviso liberando enormi quantità di energia. Quel calore produce vapore, il vapore muove le turbine e genera elettricità. Dietro una tecnologia spesso raccontata solo attraverso la paura, esiste in realtà una delle forme di produzione energetica più dense ed efficienti mai sviluppate dall’uomo.
Il nucleare produce grandi quantità di energia in modo continuo, giorno e notte, indipendentemente dal sole o dal vento. Riduce le emissioni di CO₂, garantisce stabilità produttiva e offre una maggiore autonomia energetica ai Paesi che lo utilizzano. Non a caso molte grandi potenze continuano a investirci.
Naturalmente esistono problemi reali, le scorie, i costi enormi, i tempi lunghi di costruzione, la necessità assoluta di sicurezza. Nessuno può fingere che siano questioni marginali.
Ma, forse, il vero nodo italiano è un altro.
Noi non abbiamo semplicemente detto NO al nucleare. Abbiamo detto no senza costruire una visione alternativa altrettanto forte.
Per anni siamo rimasti dipendenti dal gas estero, vulnerabili alle crisi geopolitiche e ai rincari energetici. Abbiamo perso competenze industriali, ricerca, filiere strategiche. E nel frattempo importiamo anche energia prodotta dal nucleare francese.
In pratica, rifiutiamo le centrali sul nostro territorio ma utilizziamo comunque l’elettricità generata da quelle degli altri.
È qui che il tema diventa politico, strategico, persino culturale.
Perché l’energia non è soltanto una questione tecnica o ambientale, ma sovranità, industria, indipendenza, capacità di visione futura.
E, forse, oggi, in un mondo sempre più instabile e competitivo, la domanda non è più se il nucleare faccia paura, la domanda è se un Paese possa permettersi di rinunciare a una fonte così importante senza avere un progetto altrettanto solido per il proprio futuro energetico. Noi lo abbiamo fatto.





