La violenza dei centri sociali è attentato alle istituzioni
Hanno caricato il cordone di polizia per impedire a un Paese sovrano di esporre quadri. Non bombe, non propaganda bellica: quadri.
A Venezia, nel cuore della più antica istituzione culturale d’Occidente, un branco organizzato ha tentato lo sfondamento fisico di un presidio delle forze dell’ordine.
L’obiettivo era dichiarato: cancellare Israele dalla Biennale. A spallate, pugni e slogan, nel nome della “coesistenza”.
Ma la coesistenza è una scusa. La Palestina è una scusa. L’arte è una scusa. Chi ha caricato quel cordone non cercava giustizia per qualche popolo: cercava lo scontro, perché lo scontro è l’unico mestiere che conosce.
Che non si tratti di indignazione spontanea lo certificano le parole di chi comanda questa galassia. Giorgio Rossetto, leader storico del centro sociale Askatasuna di Torino.
Dopo lo sgombero del 18 dicembre 2025 non si è nemmeno preso la briga di mascherare il lessico: “tenere il fiato sul collo”, “logoramento dello schieramento avversario”, accettare “il terreno del conflitto” e “qualche volta il terreno dello scontro, l’esercizio della forza da parte dei movimenti”.
Questa è la dottrina pubblica. Quella privata è peggio. Le intercettazioni hanno fissato a verbale la strategia operativa con una franchezza che risparmia il lavoro agli analisti:
“La polizia non ci picchia, dobbiamo provocarla noi. Basta filmare qualcuno che ci colpisce. Se ci sgomberano ci torna solo in tasca.”
Non militanti accecati dalla passione: professionisti dello scontro che calcolano il ritorno d’immagine di ogni manganellata ricevuta.
Non c’è bisogno di inventare nulla. Basta ascoltare le parole: conflitto, scontro, forza, logoramento dell’avversario, provocazione calcolata. È il vocabolario di chi non riconosce nello Stato un arbitro, ma un nemico da piegare.
E il quadro si è aggravato. Ad aprile 2026 le intercettazioni hanno documentato una svolta che dovrebbe togliere il sonno a chi si occupa di ordine pubblico: esponenti dello stesso centro sociale teorizzavano una strutturazione organizzativa ispirata al modello di Hezbollah.
Non più il dissenso urbano da centro sociale anni Novanta: un’impostazione eversiva di stampo paramilitare, con la franchezza di chi sa di operare in un Paese dove la tolleranza verso l’intollerabile è diventata dottrina.
Questi sono i mandanti morali di ciò che è accaduto a Venezia. E il risultato della loro pressione parla da solo: venti padiglioni nazionali hanno abbassato le saracinesche. Austria, Belgio, Regno Unito, Spagna, Olanda, Polonia, Finlandia, Svizzera e altri dodici.
Non per lutto, non per emergenza, non per decisione dei rispettivi governi: per obbedienza a un ordine partito da un canale Telegram. Il collettivo si chiama ANGA, Art Not Genocide Alliance, e opera con la precisione di una cellula transnazionale e il lessico di un sindacato dei buoni sentimenti.
Tradotto dal neolingua: venti rappresentanze statali si sono genuflesse davanti a un’organizzazione senza mandato, senza legittimità elettorale, senza alcuna autorità se non quella che le conferisce la pavidità altrui.
E se il movente fosse davvero il “genocidio”, qualcuno spieghi la sproporzione. La Russia era alla stessa Biennale, nello stesso Arsenale. Tre anni di guerra contro l’Ucraina, Mariupol rasa al suolo, Bucha trasformata in mattatoio, bambini deportati.
Al padiglione russo, almeno, ci hanno pensato le Pussy Riot: una ventina di attiviste con i fumogeni e il coraggio di presentarsi davanti al portone. Più di quanto abbia fatto il ministro Giuli, che ha mandato gli ispettori e poi ha girato la testa.
Ma nessun padiglione ha chiuso per l’Ucraina. Nessuna serrata coordinata. Nessuna obbedienza collettiva. I professionisti della “solidarietà con la Palestina”, quelli che caricano la polizia nel nome dei diritti, alla Russia non hanno dedicato nemmeno uno striscione. Non è indignazione morale: è selezione politica del nemico.
Resta da capire – e la domanda andrebbe rivolta direttamente ai procuratori competenti – perché la magistratura continui a trattare come episodi isolati i reati di organizzazioni che operano indisturbate da decenni.
Sono sempre gli stessi volti, da Torino a Venezia, dalle università ai porti. Sempre le stesse sigle, sempre le stesse aggressioni, sempre gli stessi metodi documentati dalle loro stesse parole.
Eppure la parola che nessun pubblico ministero pronuncia è sempre quella: associazione a delinquere. Due parole. Due parole che basterebbero a smontare un sistema che prospera sull’impunità e sulla complicità di chi dovrebbe perseguirlo.
Perché il punto non è la Biennale. Non è Israele. Non è nemmeno la Palestina, che di questi professionisti dello scontro non ha bisogno e non ha mai avuto beneficio.
Il punto è che uno Stato che tollera la violenza organizzata come forma di espressione politica ha smesso di essere uno Stato. E una magistratura che non la chiama con il suo nome finisce per esserne complice.
Le porte di Askatasuna si sono chiuse il 18 dicembre. Quelle della Biennale si sono chiuse oggi per ordine di un canale Telegram. È ora che si aprano le uniche porte che contano: quelle delle galere.






Articolo Magistrale ! 👏👏👏