La trasformazione umana nella dimensione iniziatica
Fin dai primordi, nell’umanità è insita la credenza di uno stato edenico andato perduto e, già con l’avvento della scrittura cuneiforme, apprendiamo dai miti sumerici l’esistenza di una mitopoiesi connaturata alla razza umana: essa consiste nel racconto di un tempo antidiluviano in cui gli dèi camminavano fra gli uomini e l’umanità, da loro accudita e civilizzata, godeva di una vita millenaria.
Tale racconto, che si ripresenta con sorprendente costanza nelle diverse tradizioni, non può essere liquidato come mera costruzione simbolica o come semplice prodotto dell’immaginazione religiosa, ma appare piuttosto come la forma attraverso cui l’uomo antico ha cercato di esprimere una memoria o, quantomeno, una intuizione profonda circa la propria condizione originaria.
I miti sull’Età dell’Oro e la longevità dei sovrani prediluviani costituiscono in realtà un fenomeno trasversale, comune a molte civiltà del mondo antico: basti pensare alla Lista Reale Sumerica[1], alla Lista di Manetone per quanto riguarda l’Antico Egitto o alla Lista dei Patriarchi Prediluviani[2] di cui narra la Bibbia.
Ciò che colpisce non è tanto la varietà delle forme narrative, quanto la sostanziale identità del contenuto: l’umanità viene rappresentata, nelle sue origini, come prossima al divino, inserita in una condizione qualitativamente diversa da quella attuale, caratterizzata da una durata della vita che sfugge ai nostri parametri e da un rapporto diretto con il sacro.
La durata della vita dei sovrani mitici costituisce ancora spunto di riflessione: dalle decine di migliaia di anni dei sovrani sumerici, alle migliaia di anni dei sovrani divini e semidivini in Egitto, a un più modesto racconto biblico secondo il quale Adamo avrebbe vissuto per “appena” novecentotrent’anni (Genesi, 5 : 5), il mondo antico sembra narrare un’unica storia, ossia quella di un’Epoca Aurea le cui autentiche radici paiono perdute per sempre in un tempo antecedente la nascita della scrittura.
È evidente che tali cifre non possono essere lette come dati cronologici nel senso moderno del termine, ma piuttosto come indicatori simbolici di una condizione dell’essere: l’uomo di quell’epoca non è semplicemente più longevo, ma più vicino al principio, meno separato, meno soggetto a quella frattura che caratterizza l’esperienza umana successiva.
Poco sappiamo, ovviamente, di quest’epoca remota che ha preceduto di molto la nostra storia; ma qualcosa è stato comunque tramandato: nei miti sumerici, ad esempio, si narra che in questa prima Era il dio Enki percorse – similmente all’Osiride egiziano – tutta la terra per civilizzarla, affidando al contempo ogni città a un dio o a una dea.
Questo elemento è tutt’altro che secondario, poiché indica una presenza diffusa del sacro, una distribuzione della divinità nello spazio che rende superflua ogni mediazione umana. L’ordine del mondo non è ancora delegato a istituzioni, ma è garantito direttamente dal principio divino.
L’informazione che ne dobbiamo trarre sta dunque nel fatto che ci troviamo in un’epoca pre-templare, pre-sacerdotale, in cui non è necessario un intermediario fra la divinità e l’uomo, giacché gli dèi camminano direttamente in mezzo agli esseri umani senza bisogno di traduzione, da parte di una casta umana intermediaria, dei loro messaggi o della loro volontà.
Il sacro non è separato, non è nascosto, non è oggetto di interpretazione: è immediatamente esperibile.
L’epilogo di quest’epoca, già secondo i racconti che ci provengono dalle fonti più remote, non è tuttavia felice: l’Età dell’Oro si interrompe bruscamente con l’invio del Grande Diluvio in seguito a una decisione dell’Assemblea degli dèi e ciò si traduce nell’irrimediabile rottura dell’Alleanza fra il mondo divino e il mondo umano.
Dopo l’elenco dei primi re, la Lista Reale Sumerica continua, infatti, soltanto dicendo: “Poi il Diluvio cancellò ogni cosa. Dopo che il Diluvio spazzò via ogni cosa e la regalità fu discesa dal cielo, il regno ebbe dimora in Kish”.
Non possiamo sapere quanti anni siano racchiusi nella frase “dopo che il Diluvio spazzò via ogni cosa”; tuttavia, ciò che emerge con chiarezza è il cambiamento radicale della condizione umana. Dopo questa sola riga, la Lista prosegue ma i re si fanno più numerosi e la durata delle loro vite si fa via via più breve.
Etana di Kish, ad esempio, governò per “appena” 1.560 anni dopo il Diluvio (contro i 30.000 anni di vita media dei suoi predecessori), e così via, fino a giungere a Gilgameš di Uruk, l’ultimo re che regnò per più di 100 anni.
La contrazione della durata della vita diventa così il segno visibile di una contrazione più profonda, che investe la natura stessa dell’uomo.
Pur declinata in modo differente a seconda delle epoche e dei popoli, la più antica leggenda dell’umanità racconta quindi di una razza umana primordiale strettamente unita al mondo divino, tanto da non soffrire la malattia né la morte; in seguito, per motivi che rimangono oscuri ma che possono tradursi in un’indegnità dell’essere umano rispetto alle aspettative divine, l’umanità primigenia viene spazzata via dal Diluvio – o, secondo la tradizione egizia, dalla furia di Sekhmet – inviato dagli dèi stessi per sterminarla.
Non conosciamo la ragione che portò l’Assemblea degli dèi a questa decisione di sterminio, perché le tavolette sumeriche che ne contengono il mito sono lacunose proprio nel punto in cui dovrebbero parlarne, mentre la Lista Reale non fornisce spiegazione alcuna.
Successivamente, in epoca babilonese, la decisione di mandare il Diluvio sulla terra viene attribuita al fatto che gli uomini creavano un frastuono insopportabile per gli dèi; spiegazione che confluisce, in forma trasformata, nel racconto biblico della confusione delle lingue a Babele.
Tuttavia, anche questa interpretazione appare oggi difficilmente comprensibile nella sua portata originaria, come se il racconto fosse il residuo di una tradizione più antica, ormai perduta.
Sia come sia, gli uomini, rimasti senza i loro Padri e le loro Madri, dopo il Diluvio e la rottura dell’alleanza tra il mondo divino e il mondo umano, divengono soggetti alla fatica, alla vecchiaia, alla malattia e alla morte prematura[3].
Si narra, ad esempio, nei primi documenti di Lagaš, che gli uomini sopravvissuti al Diluvio, privati degli attributi semidivini – tra cui la Lunga Vita –, si trovano in uno stato disastroso, vedendo la vecchiaia già a cento anni[4]: segno evidente di un decadimento che non è soltanto fisico, ma ontologico.
Anche i testi religiosi successivi tramandano di questa Caduta, che nella letteratura biblica e apocalittica viene generalmente attribuita alla punizione divina della hybris dell’essere umano, senza tuttavia entrare nel merito del casus belli originario.
Nemmeno i successivi miti del Diluvio riescono, in definitiva, a fornire una spiegazione esaustiva della separazione irrimediabile dell’essere umano dal mondo divino.
Ciò che è accaduto resta dunque avvolto dalla leggenda e dal mistero e, proprio per questo, genera nuove narrazioni che cercano di colmare il vuoto interpretativo.
Così, nel racconto biblico, troviamo non una, ma due cadute: quella di Adamo ed Eva e quella che precede il Diluvio, legata alla corruzione dell’umanità e alla presenza dei Nephilim[5].
La tradizione della distruzione della prima umanità riecheggia fino ai tempi di Platone, che nel Timeo riporta il dialogo tra Solone e i sacerdoti egiziani, i quali parlano di cicli di distruzione e rinascita che impediscono all’umanità di conservare memoria del proprio passato.
Possiamo dunque concludere che tutte le antiche tradizioni concordano nel riconoscere un’umanità originaria di natura aurea e una frattura che ne segna il decadimento.
È proprio a partire da questa frattura che si comprende il senso dell’iniziazione: essa non è altro che il tentativo dell’uomo di ricongiungersi a ciò da cui si è allontanato.
Il protagonista del mito del Diluvio, noto in ambito accadico come Atraḫasis, “il Grande Saggio”, e nelle sue varianti come Utnapištim e Ziusudra – nomi che rimandano simbolicamente alla Lunga Vita – si conserva quale archetipo di umana perfezione anche nella tradizione biblica attraverso la figura di Noè, descritto come “uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei” e capace di “camminare con Dio” (Gen. 6:9).
Questa definizione, lungi dall’avere un significato morale nel senso moderno del termine, deve essere compresa in chiave ontologica: la “giustizia” non indica semplicemente il rispetto di norme, ma una qualità dell’essere, una conformità al principio divino che consente all’uomo di mantenere un legame attivo con esso.
In tal senso, il parallelismo con la psicostasia egizia appare particolarmente significativo: il cuore del defunto deve risultare più leggero di una piuma per poter accedere alla vita ultraterrena. Anche qui, ciò che viene valutato non è l’agire esteriore, ma la qualità interiore dell’individuo, la sua leggerezza ontologica.
Ne deriva che la “giustizia” dell’uomo antico deve essere intesa come una forma di equilibrio, di rettitudine intrinseca che si traduce in saggezza, discernimento e coerenza con l’ordine cosmico.
È proprio questa condizione che sembra correlarsi alla Lunga Vita, non soltanto intesa come longevità fisica, ma come partecipazione a una dimensione più ampia dell’esistenza, capace di mantenere aperto il rapporto con il mondo divino.
All’interno del racconto della Caduta, che si declina in forme differenti nelle varie tradizioni ma conserva una struttura sostanzialmente unitaria, emergono alcuni elementi fondamentali.
In primo luogo, l’affermazione dell’esistenza di un’Età dell’Oro, caratterizzata dalla presenza diretta degli dèi tra gli uomini o, nel linguaggio biblico, dalla dimora dell’uomo nel giardino di Dio.
In secondo luogo, l’allusione a una frattura originaria – successivamente interpretata come “peccato” – che determina la separazione tra il mondo umano e quello divino, segnando la perdita della condizione originaria e della Lunga Vita.
Infine, la presenza di una possibilità di salvezza individuale, rappresentata dalla figura dell’uomo giusto che, avvisato del Diluvio, sopravvive e conserva un frammento dell’antica alleanza.
Accanto a questo modello di perfezione originaria, rappresentato da Ziusudra/Utnapištim /Atraḫasis/Noè, la tradizione mesopotamica offre un secondo paradigma, quello dell’iniziato postdiluviano, incarnato da Gilgameš.
A differenza del primo, egli non appartiene più a un’umanità in contatto diretto con il divino, ma a una condizione già segnata dalla separazione. Pur essendo per due terzi divino e per un terzo umano, egli non gode dell’immortalità e si trova costretto a confrontarsi con il limite fondamentale della condizione umana: la morte.
Il suo carattere, descritto nell’epopea come potente e marziale, lo rende inizialmente un sovrano oppressivo, incapace di equilibrio.
È per questo che gli dèi creano Enkidu, sua controparte, plasmato dalla dea Aruru.
Enkidu, inizialmente creatura selvaggia, viene progressivamente umanizzato attraverso l’incontro con la sacerdotessa Šamhat, che lo introduce alla dimensione culturale e sociale.
L’incontro tra Gilgameš ed Enkidu segna l’inizio di un legame che li porterà a compiere grandi imprese, ma anche a manifestare una hybris che li conduce allo scontro con il divino.
La morte di Enkidu rappresenta il momento di svolta: di fronte all’esperienza diretta della finitudine, Gilgameš prende coscienza della propria condizione e decide di intraprendere una ricerca dell’immortalità.
Il suo viaggio assume chiaramente una dimensione iniziatica: egli percorre il cammino notturno del Sole, attraversa una montagna oscura e affronta prove che segnano un progressivo distacco dal mondo ordinario.
A differenza dell’uomo primordiale, l’iniziando postdiluviano non ha più accesso diretto al divino: la volontà degli dèi gli si manifesta attraverso sogni e segni, e il suo percorso è costellato di prove.
Giunto a Dilmun, Gilgameš incontra Utnapištim, l’ultimo uomo che ha ottenuto l’immortalità per decisione dell’Assemblea degli dèi. Ma proprio qui emerge un punto decisivo: l’immortalità non è una conquista accessibile, ma un’eccezione concessa. L’Età dell’Oro è definitivamente conclusa.
Il fallimento della prova della veglia e la perdita della pianta della giovinezza – sottrattagli da un serpente – sanciscono l’impossibilità di recuperare la condizione originaria nei termini in cui essa era data.
L’immortalità non può essere riottenuta per mero lignaggio, né condivisa con gli altri uomini: la conquista iniziatica, nel mondo postdiluviano, è intrinsecamente individuale.
L’epilogo alternativo dell’epopea, rinvenuto a Me Turan, introduce tuttavia una variazione significativa: Gilgameš, giudicato degno dall’Assemblea degli dèi per le sue opere e per aver ristabilito riti e leggi, ottiene una forma di eternità nell’Oltremondo.
Non si tratta della Lunga Vita terrena, ma di una trasformazione della condizione dell’essere: egli diviene giudice tra gli spiriti, assumendo una funzione che lo avvicina al divino.
Abbandonando ora i racconti, veniamo al punto: questa riflessione sul mito antico ci conduce a una definizione mitopoietica dell’iniziazione, se con ciò intendiamo la ricerca di uno stato perduto ma originariamente proprio dell’essere umano.
Da questa duplice tradizione – quella dell’uomo giusto (Noè) che sopravvive per grazia e quella dell’eroe che tenta una conquista (Gilgameš) – emerge una definizione implicita dell’iniziazione: essa non consiste nell’acquisizione di qualcosa di nuovo, ma nella ricerca di uno stato perduto, originariamente proprio dell’essere umano.
Non è un “salire” ma un “tornare”: questa distinzione cambia tutto, perché introduce il concetto del ritorno. Possiamo infatti definire l’iniziazione come la volontà dell’uomo di ricongiungersi alla propria Casa, intesa come punto di unione fra il mondo umano e quello divino.
Se nell’Età dell’Oro gli dèi camminavano tra gli uomini, ora è l’uomo che deve imparare a camminare verso il divino.
Ciò che un tempo era dato, oggi deve essere riconquistato. E questa riconquista non può che essere individuale.
Dopo il Diluvio, tutto cambia: la durata della vita si accorcia, il rapporto con il divino si interrompe, l’uomo si trova esposto alla fatica, alla vecchiaia, alla morte. Ma soprattutto, perde la capacità di contatto diretto col divino.
Questo è il punto centrale: non è la morte il vero problema, ma la separazione; la morte prematura va letta come una conseguenza di questa separazione.
Da qui nasce la necessità di tutto ciò che verrà dopo: il sacerdozio, il rito, la tradizione, l’iniziazione. Non come elementi originari, ma come tentativi di ricostruire un ponte che non esiste più.
Se nell’Età dell’Oro il divino era immanente e accessibile, nel mondo postdiluviano esso diventa trascendente e richiede un cammino. Ciò che un tempo era dato collettivamente deve ora essere riconquistato individualmente.
L’iniziazione assume dunque la forma di un percorso personale, non delegabile, che implica prove, trasformazioni e una progressiva riqualificazione dell’essere.
In questo contesto si colloca anche il rito, il cui significato va compreso correttamente: esso non produce l’iniziazione, ma la consacra. Non è il rito a fare l’iniziato, ma l’iniziato a dare senso al rito, inserendosi in una Tradizione che dichiara di custodire indicazioni utili al cammino.
Tali indicazioni riguardano (mutatis mutandis): la purificazione individuale, la comprensione del linguaggio simbolico e la realizzazione di quella trasformazione interiore che consente di accedere a livelli superiori di coscienza.
Nel mondo attuale, caratterizzato da una distanza ormai millenaria dalle origini, il problema si acuisce: la perdita del contatto diretto con il divino ha reso necessario il sorgere di istituzioni intermedie, ma al contempo ha esposto tali istituzioni al rischio di decadimento.
Tuttavia, nonostante la molteplicità delle interpretazioni e la fragilità delle strutture, permane nell’uomo un elemento invariato: il richiamo.
È proprio questo richiamo a rendere possibile il cammino iniziatico. Chi lo percepisce intraprende una ricerca che, pur svolgendosi in condizioni profondamente diverse rispetto al passato, conserva la stessa intensità.
Le indicazioni esterne possono condurre fino a una soglia, ma il passaggio resta un atto individuale. Ed è in questo passaggio che si gioca il senso ultimo del ricongiungimento.
Possiamo dunque concludere che tutte le antiche tradizioni concordano nel riconoscere un’umanità originaria di natura aurea e una frattura che ne segna il decadimento. Ma soprattutto, concordano su un punto implicito: ciò che è stato perduto non è del tutto irrecuperabile.
E tuttavia, ciò che un tempo era collettivo, ora è individuale. Questa è la differenza decisiva. Nell’Età dell’Oro, il contatto con il divino era una condizione condivisa; nel mondo postdiluviano, diventa una conquista personale. Non tutti, ma solo alcuni. Non per dono, ma per opera.
L’iniziazione si inscrive esattamente qui: nel passaggio da una condizione data a una condizione conquistata. E proprio per questo, essa non può essere ridotta a un rito, né a un’appartenenza, né a una trasmissione formale. È, prima di tutto, un atto dell’essere.
Chi intraprende un percorso non fa altro che rispondere a una memoria che non sa di avere, a un richiamo che non può spiegare. E proprio per questo, nonostante tutto, il mito continua a parlare. Non perché racconti il passato, ma perché indica una direzione.
E chi lo ascolta, oggi come allora, si mette in cammino.
Note
[1] https://etcsl.orinst.ox.ac.uk/section2/tr211.htm
[2] Per un confronto tra i re prediluviani e la lista dei patriarchi si veda: A. Annus, On the Origin of Watchers: A Comparative Study of the Antediluvian Wisdom in Mesopotamian and Jewish Traditions, in Journal for the study of the Pseudepigrapha, vol. 19.4, 2010
[3] Per approfondire: A. Bellon, I Misteri di Inanna – origini dell’alchimia, ed. Psiche2, 2023
[4] Bottéro – Kramer, 1992, p. 554, La lista reale di Lagaš:
in quei giorni, nella prestanza dell’età,
l’uomo poteva operare fino a cento anni
e dopo aver superato la maturità – appunto i cento anni –
non riusciva più a compiere i lavori prescritti,
anzi, il numero degli anni diminuì, diminuì molto
[5] Si afferma in Genesi 6 che, prima del Diluvio, esistevano sulla terra i Giganti (Nephilim, נפלים), nati dall’unione dei “Figli degli Elohim” con le donne umane; a quel tempo Dio, vedendo la malvagità degli uomini, in cuor suo si pentì di averli creati e inviò il Diluvio a sterminare la razza umana ad eccezione di Noé, il saggio – che nelle fonti sumeriche è chiamato Ziusudra e in quelle babilonesi Utnapištim –, colui che trovò la Grazia agli occhi di Dio.






