
L’apertura del fronte medio orientale apre una finestra su un orizzonte, per ora ancora nebuloso, che riguarda un nuovo ordine mondiale in fieri: non quello immaginato della cupola finanziaria, la quale, volendo fare della Cina la sua fabbrica del mondo e dell’Occidente una landa gestita secondo i paradigmi del Dragone, ha ottenuto come risultato di essere sussunta nel sistema di potere di Xi Jinping, ossia di essere assorbita e circondata dal Partito comunista cinese.
Il nuovo ordine mondiale che si sta prefigurando, per ora, è fatto di focolai di guerra, ultimo dei quali quello tra Israele ed Hamas.
Per quale motivo Hamas abbia deciso di attaccare Israele con le modalità usate è difficile da identificare, ma un’analisi di alcuni contesti e di alcuni effetti può avvicinarci alle cause.
Uno dei primi effetti riguarda la guerra per procura tra Usa e Russia che si combatte in Ucraina, a spese del popolo e anche delle tasche di tutti noi.
Con l’avvio del conflitto tra Hamas e Israele la guerra di Ucraina è di fatto congelata in una logica coreana, il ché significa, di fatto, la vittoria della Russia e l’alibi per gli Usa per levare le tende (as usual).
Un altro effetto è la messa a nudo dell’impotenza e dell’inutilità dell’Onu, con Israele che chiede le dimissioni di Guterrez, il chè vale a dire: sei schierato e non conti nulla.
La questione riguarda non solo il presente, ma anche il futuro prossimo, in quanto un nuovo ordine mondiale non può essere garantito da una baracca inutile, capace solo di chiacchiere e di veti, ma da un nuovo strumento. Quale si vedrà.
Un terzo effetto è l’esplosione dell’Unione Europea, con la signora von der Leyen che solidarizza con Israele, anche per conquistarsi una possibile rielezione alla guida della Commissione, il presidente del Consiglio europeo, Charles Yves Jean Ghislaine Michel, che ne contesta le prese di posizione e il socialista iberico argentino Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, che si pronuncia per i palestinesi.
Il confitto Hamas-Israele ha fatto scoppiare l’alleanza che guida l’Unione, ne ha messo a nudo le contraddizioni e anche la questione dei finanziamenti ad Hamas, con tutti i risvolti gestionali e di connivenze trasversali.
La questione dei finanziamenti apre un capitolo riguardante la strabicità di B&B, ossia di Bibi (Netanyahu) e di Biden (Joe).
L’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert, sull’emittente americana Newmax, ha messo in chiaro come i finanziamenti del Qatar per Hamas siano passati da Israele.
Secondo Olmert, Netanyahu si è effettivamente scottato “cercando di costruire un rapporto” con Hamas. “Israele – ha aggiunto Olmert – ha permesso il finanziamento di Hamas facendo arrivare denaro dal Qatar attraverso Israele per decine di milioni di dollari ogni mese. Netanyahu ha fatto l’accordo che ha rilasciato oltre 1.000 dei peggiori assassini di Hamas nel 2011. Tutti i principali leader di Hamas oggi sono quelli che sono stati rilasciati dalla prigione israeliana. Quindi questa è la politica e penso che questa politica fosse sbagliata, anche se ora è ampiamente accettata ovunque”.
Hamas è stato usato da Israele per ridurre il potere e l’influenza di Fatah e dell’Autorità Nazionale Palestinese. Non a caso la strategia usata negli anni è stata quella del “tosare l’erba”, ossia di una sceneggiata che prevedeva qualche razzo sparato ogni tanto, intercettato da Iron Dom e da qualche risposta lieve nella Striscia di Gaza.
Non più tardi di qualche settimana fa c’è stato un accordo tra Israele e Hamas per il transito dei frontalieri, ossia degli abitanti della Striscia che lavorano in Israele.
Inoltre Israele ha sempre fornito acqua, petrolio, luce elettrica alla Striscia.
In buona sostanza si era stabilita una convivenza armata, ma conflittuale al più basso livello possibile.
A far pensare che tutto andasse per il verso giusto era arrivato, ad assommarsi allo strabismo di Bibi, lo strabismo di Biden, il quale in cambio di prigionieri rilasciati dall’Iran aveva sbloccato sei miliardi di dollari bloccati in Corea del Sud e inviati in Qatar, a disposizione dell’Iran.
La sorpresa per l’intervento bellico di Hamas, pertanto, è stata grande, in quanto inaspettata in un contesto che sembrava muoversi secondo le regole della convivenza armata: guardarsi in cagnesco, ma non mordersi più di tanto.
E’ ovvio che qualcuno ha fatto saltare il banco. Facile dire che è stato l’Iran, visto che è il referente politico di Hamas. Non sempre la risposta apparentemente più facile è quella giusta.
Il contesto dei Paesi arabi e dei loro rapporti con la Persia (che araba non è) induce a pensare ad una sorta di nuovo ordine in atto anche in quel versante.
L’Iran è da sempre in nemico numero uno dei sauditi e gli sciiti non sono mai andati d’accordo con i sunniti. Tra Iran e Arabia saudita non ci sono solo questioni religiose, ma di interessi. La Cina ha provato a metterli d’accordo, ma l’intesa è flebile.
Il mondo sunnita, sia pure costretto a chiedere a gran voce la fine dei bombardamenti israeliani, la riproposizione dei due popoli in due Stati e il no ad un intervento di terra di Israele nella Striscia di Gaza, non si è agitato più di tanto, anche per gli intrecci di interessi, soprattutto tecnologici ed economici, con Israele.
La Turchia, che dell’Iran è nemica, è entrata in campo, in quanto amica dei Fratelli Musulmani, per ritagliarsi uno spazio come punto di riferimento del mondo musulmano.
In sintesi, il conflitto tra Hamas e, forse anche con Hezbollah, scuote anche gli equilibri tra i paesi arabi e tra di loro e la Persia.
Come è evidente il gioco non è solo tra Occidente e Medio Oriente, me all’interno del Medio Oriente.
Nel quadro che si sta delineando c’è anche il Nagorno Karaback, conquistato dagli azeri (Azerbaigian) con l’aiuto delle armi di Israele.
L’Azerbaigian è in posizione strategica nel Mar Caspio, possibile Via della Seta.
Lunedì scorso l’Iran ha ospitato i colloqui tra i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian, circa un mese dopo che Baku ha riconquistato la regione separatista del Nagorno-Karabakh.
Incontro al quale hanno partecipato anche i ministri degli Esteri russo e turco.
Il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan e il suo omologo azerbaigiano Jeyhun Bayramov si sono incontrati per la prima volta dopo l’offensiva dell’Azerbaigian per riconquistare la regione contesa, che ha provocato l’esodo della maggior parte dei 120.000 armeni della regione, nel più totale silenzio dell’Occidente.
L’Armenia cristiana (amica dell’Iran e della Russia) e l’Azerbaigian musulmano (amico di Israele) hanno combattuto due guerre negli ultimi tre decenni e finora non sono riusciti a siglare un accordo di pace nonostante gli sforzi a lungo termine di Stati Uniti, UE e Russia.
“Un’opportunità storica è a disposizione di tutti i paesi della regione. La guerra nel Caucaso meridionale è finita ed è tempo di pace e cooperazione”, ha affermato il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian. Ha aggiunto: “La presenza di estranei nella regione non solo risolverà tutti i problemi, ma complicherà ulteriormente la situazione”, ha aggiunto, riferendosi implicitamente agli Stati Uniti e all’Unione Europea, il cui coinvolgimento nella ricerca di una accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian infastidisce particolarmente la Russia.
L’Iran ha stretti legami con l’Armenia e negli ultimi mesi, diversi comandanti militari e politici iraniani hanno avvertito l’Azerbaigian di non attaccare l’Armenia e di evitare di chiudere la porta dell’Iran verso Occidente verso l’Europa, attraverso una stretta striscia di terra che collega l’Iran attraverso l’Armenia alla Russia e all’Europa. L’Iran ha anche da tempo messo in guardia l’Azerbaigian sulle sue strette relazioni militari con Israele, che è il principale fornitore di armi di Baku.


Dietro agli scontri definiti di civiltà, in effetti ci sono interessi geostrategici riguardanti le vie commerciali, con il tema, all’ordine del giorno, di chi le governa.
In questo la Turchia, che gioca su più tavoli (Russia, Iran, Israele, Cina), è necessario ricordare che è membro della Nato: particolare di enorme portata, in quanto un suo qualsiasi coinvolgimento, in un senso o nell’altro, avrà delle conseguenze nemmeno immaginabili sugli interi equilibri dell’area.
Interessante, infine, la posizione del Qatar.

Il Qatar, tramite le banche israeliane, ha finanziato Hamas, ma è anche la sede della più grande base Usa nel Golfo, centrale per le operazioni aeree contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria.
Situata ad una trentina di chilometri a sud ovest di Doha, capitale del Qatar, la base di Al Udeid (nota anche come aeroporto Abu Nakhlah) ospita il personale dell’aeronautica del Qatar, le forze americane e il quartier generale britannico per le operazioni contro l’Isis. Nella base si trovano circa 11mila militari americani e l’Us Combined Air Operations Center (Caoc), quartier generale avanzato del Central Command americano che guida e controlla l’azione dell’aviazione americana nei cieli di Iraq, Siria, Afghanistan e altre 17 nazioni.

In pratica qui vi è il centro per il comando, la logistica e la base di partenza per le operazioni militari dell’aviazione americana in Medio Oriente. Dotata di una delle piste di atterraggio più lunghe del Golfo Persico (3,81 km), la base americana può ospitare fino a 120 aerei. Nel 2016 è stata usata come base per i bombardieri B52 che compivano raid aerei contro l’Isis in Iraq e Siria. Al momento vi sono un centinaio di velivoli statunitensi, compresi bombardieri B1, aerei da trasporto, rifornimento in volo e ricognizione. In passato vi erano dispiegati i caccia F-16 e gli aerei da ricognizione E-8C Joint Stars impiegati in Afghanistan. La presenza militare americana è legata all’Accordo di Cooperazione per la Difesa firmato dai due paesi dopo l’operazione Desert Storm (la prima guerra contro l’Iraq) nel 1991. Il Qatar ha investito oltre un miliardo di dollari per costruire la base negli anni novanta. Gli americani hanno trasferito qui le loro operazioni nel 2003, lasciando la base aerea saudita di Prince Sultan. Washington ha investito 60 milioni di dollari per la costruzione degli impianti del Caoc.
In Bahrein c’è la base della Quinta flotta americana e negli Emirati si trovano basi aeree utilizzate dalla coalizione anti Isis guidata da Washington e alla quale partecipano rappresentanti militari di Riad, Manama e Abu Dhabi.
Come è del tutto comprensibile, parlare, secondo la logica binaria manichea imposta dalla comunicazione main stream degli stregoni della propaganda, è assai difficile. Gli interessi sono molteplici e intrecciati.
Infine, il Libano.
Lo scorso 11 ottobre 2022, a due anni dall’avvio delle trattative mediate dagli Stati Uniti, Libano e Israele hanno raggiunto uno “storico” accordo sulla demarcazione del confine marittimo nel Mediterraneo orientale. La disputa tra Tel Aviv e Beirut ha avuto origine nel 2011, quando Israele dichiarò all’Onu le coordinate della propria zona economica esclusiva (ZEE) a seguito dell’accordo sul confine marittimo con Cipro, sovrapponendola a quella libanese. Questa condizione ha generato non poche tensioni tra i due Stati: in particolar modo, la controversia ha riguardato la sovranità su un’area di 860 km2, compresa tra le linee di demarcazione 1 (israeliana) e 23 (libanese), e sui giacimenti di gas naturale Qana e Karish. Nel 2011 il diplomatico statunitense Frederic Hof tentò di mediare la crisi, offrendo l’alternativa di un confine intermedio (Hof line): proposta rifiutata da entrambi i soggetti. Pertanto, negli ultimi dieci anni i due paesi levantini si sono sottratti al dialogo, rinunciando alle attività di esplorazione ed estrazione del gas naturale nell’area contesa: fattore che ha gravato soprattutto sul quadro socioeconomico libanese.
Secondo quanto concordato, anche con l’assenso di Hezbollah, il Libano rinuncerà ufficialmente ai diritti su Karish e potrà invece esplorare ed estrarre gas naturale dal giacimento Qana. Tuttavia, visto che la riserva di gas si estende a sud del confine marittimo adottato (linea 23), Total Energies condividerà una parte dei proventi con Israele.
Lo sfruttamento dei giacimenti consente al Libano di superare la crisi energetica e a Israele, che fin dai primi anni Duemila ha avviato l’esplorazione e l’estrazione di gas naturale dai propri giacimenti, l’accordo consente a Tel Aviv non solo di consolidare l’autonomia energetica, ma di esportare la commodity in Europa, Nord Africa e Medio Oriente.
L’accordo raggiunto è da ritenersi importante per la sicurezza economica ed energetica di entrambi i paesi.
Anche in questo caso, un Libano stabilizzato e riportato nelle mani della Siria e delle famiglie miliardarie libanesi, potrebbe attivare lo sfruttamento di immense risorse energetiche, alle quali è interessata, in primo luogo l’Europa.
In questo ambito l’Italia avrebbe una parte importante con l’East Med Poseidon.

Bonificare il Libano dalla presenza di Hezbolah potrebbe avere una ragione strategica.
Come si vede la situazione è complessa e vede le relazioni tra gli Stati talmente intrecciate da inibire ogni ragionamento semplicistico.
Cosa accadrà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane non è facile a dirsi, ma una cosa è certa: si è aperta una finestra su un nuovo ordine mondiale.
Rimane aperta la domanda: chi ha confezionato la sorpresa di Hamas?





