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L’EUROPA SI CONFERMA UN NANO POLITICO

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di Lucio Leante

L’Europa è profondamente spaccata sul conflitto israelo-palestinese e al Consiglio europeo di oggi e domani a Bruxelles certamente non potrà trovare un minimo comune denominatore sulla crisi di Gaza.
La spaccatura si manifesta nella profonda differenza di posizioni personali ai vertici dell’UE che riflettono le diversità di interessi nazionali.
Mentre la presidente della Commissione, la tedesca Ursula von der Leyen, si è schierata decisamente subito dopo il pogrom del 7 ottobre, a nome dell’Europa, al fianco di Israele, sostenendone il diritto a difendersi senza condizioni, nel frattempo il presidente drl Consiglio d’Europa, il belga Charles Michel, e il responsabile della politica estera europea, lo spagnolo Joseph Borrell, hanno da subito messo nel loro mirino lo Stato ebraico accusandolo di non limitare l’uso della forza e di aver già violato il diritto internazionale con l’assedio di Gaza.
I paesi membri dell’Ue sono spaccati da tempi tra “filo-isrealiani” e “filo-palestinesi”. Austria, Olanda, Repubblica Ceca e, con toni moderati, anche l’Italia di oggi, sono tra i primi e sono guidati dalla Germania- per la quale l’appoggio incondizionato ad Israele é, per ragioni storiche, un “must” e una stella polare. Essi sostengono nelle parole di Angela Merkel che la sicurezza di Israele è per la Germania una “ragion di stato” e in quelle più recenti di Annalena Baerbock, ministro degli Esteri tedesco, che “ci sarà pace e sicurezza anche per i palestinesi solo quando il terrorismo sarà sconfitto”.
Sul fronte filo-palestinese sono da tempo schierati Spagna, Irlanda, Belgio e Lussemburgo. Essi appaiono invece più sensibili alle rivendicazioni nazionali palestinesi (che in realtà hanno poco a che fare con Hamas) e in realtà temono soprattutto un allargamento del conflitto e le reazioni (anche in Europa) del mondo arabo (e iraniano): di conseguenza cercano di trattenere Israele da un’operazione di terra a Gaza, anche al costo di mantenere in vita Hamas. I premier di questi ultimi paesi, tra cui quello dell’Irlanda (un paese che rivede nella questione nazionale palestinese un analogo della propria verso l’Inghilterra) hanno in questi giorni criticato la von der Leyen, accusandola di “non parlare a nome dell’Ue”.
Non è da oggi che il conflitto israelo-palestinese divide l’Europa. Nel 2006, in occasione della guerra tra Israele e la milizia sciita libanese Hezbollah, l’allora presidenza di turno finlandese formulò la proposta di un «cessate il fuoco», che avrebbe favorito Hezbollah ma che si infranse sul veto di Germania, Olanda e della Gran Bretagna. Il belga Michel, al tempo in cui era premier del suo paese, che ha un passato coloniale davvero vergognoso, fu sul punto di “riconoscere la Palestina come Stato indipendente”. L’ex responsabile estero dell’Ue Federica Mogherini riconosceva Hamas come legittimo interlocutore e promuoveva un equivoco e velleitario compromesso tra Hamas e l’Olp di Abu Mazen.
Per effetto di queste posizioni da anni l’Ue convoglia centinaia di milioni di euri in “aiuti al popolo palestinese” fingendo di non sapere che quei finanziamenti finiscono in gran parte nelle casse di Hamas e che questa li usa solo per acquistare armi e missili e per costruire sotterranei al solo fine di attaccare gli israeliani e di distruggere Israele. Perfino gli aiuti europei alle scuole ed agli asili palestinesi, attraverso equivoche organizzazioni “umanitarie”, finiscono a finanziare addestramenti di bambini ad uccidere ebrei israeliano, come ha documentato, con altri media, il Gatestone Institute.
L’ambiguità dell’Ue sul conflitto israelo palestinese è imbarazzante, ma anche strutturale e persistente. Una quadratura del circolo (tra sicurezza di Israele e tendenza a procrastinare l’attuale situazione conservando in vita Hamas in nome della difesa del popolo palestinese) è impossibile. L’ipotesi ventilata di proporre “pause umanitarie” (sic al plurale!) che paralizzerebbero Israele è velleitaria e politicamente evanescente. Il Consiglio europeo di oggi e domani a Bruxelles è quindi destinato al fallimento confermando che l’UE per le proprie divisioni ed ambiguità è un nano geo-politico e strategico del tutto ininfluente sulla scena internazionale.

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  • Redazione

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