
di Vito Sibilio
Eminenza Reverendissima,
nello spirito della sinodalità estesa al laicato responsabile e investito del sacerdozio, della profezia e della regalità battesimali, vorrei condividere con Lei alcune riflessioni su un recente documento.
Si tratta della nuova Ratio per la formazione sacerdotale approvata dalla CEI nel novembre del 2023, promulgato il 1 gennaio del 2025 e in vigore dal 9 di questo mese, per tre anni in via sperimentale e in particolare il n. 44, che riprende il n. 199 della Ratio Fundamentalis della Congregazione per il Clero del 2016, che a sua volta citava l’Istruzione del 2005 della Congregazione per i Seminari e gli Istituti di Studi, ossia quel paragrafo che ammette in seminario, per il percorso di formazione sacerdotale, ragazzi che abbiano una inclinazione omosessuale, purché moderata. Non si tratta, ovviamente, di un semplice copiato, anzi alcuni elementi dei pregressi documenti, che circoscrivevano la portata del dettato di quel che si è trasfuso nel n. 44 dell’odierna Ratio, sono stati soppressi. Ragion per cui questo testo sembra adatto per generare esultanza negli stolti, rabbia negli ottusi e perplessità su chi si interroga. E in effetti vorrei fare tre tipi di considerazione: pastorale e disciplinare, culturale e politico ecclesiastico.
Cominciamo dal primo. La Ratio è ovviamente ben lungi dal dare alcuna legittimazione all’omosessualità – come del resto è perfettamente normale, stando al dettato biblico- ma ammette al percorso per ricevere i sacri ordini coloro che abbiano una inclinazione debole all’omosessualità, sia pure a debite condizioni e in vista di una castità permanente, come del resto per gli eterosessuali. Ora, come si può misurare una inclinazione erotica? E come si può farlo in un ragazzo che, se chiede i sacri ordini, probabilmente già viene da un ambiente devoto in cui gli stimoli sessuali sono smorzati? Paradossalmente, proprio in un luogo di soli uomini, essi potrebbero essere risvegliati. E che, se in esso il candidato incontrasse in quell’ambiente un altro inclinato sessualmente come lui, potrebbero addirittura far nascere un sentimento. Ora, se questo avvenisse, siamo sicuri che un’anima timorata di Dio lascerebbe la talare per vivere alla luce del sole una tendenza che, sebbene non ostativa per la sua vocazione, rimane sempre gabellata come peccaminosa? Anzi, se nascesse un sentimento per un altro seminarista omosessuale, o un domani per un altro chierico o semplicemente per un laico, e se fosse corrisposto, quante possibilità ci sarebbero che i soggetti in questione lasciassero tutto per vivere in una condizione radicalmente contraria alla propria religione? Non potrebbero nemmeno ambire alla secolarizzazione per il matrimonio sacramentale, ma solo, al massimo, per una poco romantica unione civile. Non avremmo forse molto spesso una situazione peccaminosa tenuta nascosta per necessità e, quindi, non avremmo altrettanto frequentemente situazioni di comodo tenute in piedi per ipocrisia? Non avremmo scandalo se la cosa venisse conosciuta? Non solo, ma se la tendenza omosessuale, nel corso del tempo, come avviene a quella eterosessuale, si rafforzasse, non avremmo di fatto un chierico potenzialmente incline verso persone sessualmente attraenti e, quindi, per forza o preferibilmente, più giovani, coi rischi che ne derivano? La Ratio è un documento pastorale e disciplinare, e quindi dovrebbe avere come criterio il bene delle anime. In casi del genere, appare difficile vedere che di tale bene si sia tenuto il debito conto. Sarebbe stato meglio che la CEI avesse tenuto fuori dai seminari tutti coloro che hanno inclinazioni sessuali che, o per la religione o per la medicina, sono considerate deviate, senza fare troppe specificazioni.
Passiamo al secondo tipo di considerazione, quello culturale. Questa Ratio nasce in un contesto storico in cui la cultura gay friendly dilaga, anche un poco grottescamente ed anacronisticamente – in quanto essa appare oramai in reflusso nelle sue formulazioni più estreme e sgradita ai più nelle sue imposizioni politicamente corrette – nella Chiesa. Sebbene la Ratio tenga ben dritta la barra dottrinale e sebbene i sacerdoti omosessuali siano sempre esistiti e sempre esisteranno – per la difficoltà di vagliare in profondità certi aspetti della natura del candidato, per l’emersione progressiva delle inclinazioni, per la maggiore o minore sensibilità sul tema nelle varie epoche e per la volontà ingannevole di alcuni aspiranti o esaminatori – e sebbene ci saranno sempre chierici omosessuali che cederanno alla tentazione o addirittura conviveranno pacificamente con la propria vita erotica, il presente non aiuta a porre in essere, eventualmente, contromisure che purifichino il clero da certi abusi. La rivendicazione della normalizzazione gay è oramai talmente forte nel mondo ecclesiastico da far sì che molti, dopo essere entrati dentro, vengano alla luce con arroganza e ci rimangano. La Ratio, senz’altro contro la volontà di chi l’ha concepita, tende una mano a chi mira a tutto il braccio, ossia a chi vuole che la Chiesa abdichi alla dottrina biblica contro la sodomia, e che spesso è già nella Chiesa. Sono esegeti poco esperti del greco e dell’ebraico, interpreti che non sanno che il testo è tutt’uno con la sua comprensione e a maggior ragione il testo sacro, teologi dimentichi che la religione deve custodire la sacralità delle sorgenti della vita e quindi delle pratiche sessuali – specie in quest’epoca di edonismo – e, in genere, maestri che vorrebbero che la Chiesa, infallibilmente, insegni come lecito quello che fino ad oggi ha infallibilmente condannato. Tutti costoro, facendosi guidare da un sedicente Spirito Santo, che sembra più una circolare che li porta avanti e indietro, in una esplicitazione continua della Rivelazione, che somiglia ad una rivoluzione permanente, si incontrano con le forze laiciste dissolvitrici che operano da fuori della Chiesa, ben sovvenzionate, ben sostenute e ben radicate nei media mainstream, che già infatti esaltano la CEI che avrebbe ammesso gli omosessuali al sacerdozio dopo secoli di oscurantismo, mentre non è cosi. Era quindi molto meglio lasciar perdere queste “aperture” che tali non sono e che vanno a regolare l’irregolabile, ossia il cuore pulsante dell’eros umano, lasciandolo alla discrezione del buon senso, rimanendo fedeli ai pronunciamenti magisteriali recentissimi del Papa.
E qui veniamo alla terza tipologia di riflessione, quella politico ecclesiastica. Di recente Papa Francesco, nella plenaria CEI del 20 maggio ultimo scorso, aveva duramente escluso di approvare la Ratio che giaceva nei cassetti del Dicastero preposto, parlando della già abbondante “frociaggine” in giro e irridendo l’idea delle “checche” più o meno orientate. Il linguaggio poco papale tradiva il disappunto di chi, dall’alto della sua posizione, sapeva bene che di omosessuali nel clero ce ne sono anche abbastanza e troppo spesso poco casti o semplicemente troppo chiacchierati. Ebbene, in quel contesto, alcuni dei presenti, tradendo il vincolo di fedeltà, hanno passato le dichiarazioni riservate alla stampa per forzare la mano al Pontefice, esposto alla tempesta del mainstream mediatico. Anche alti ecclesiastici che lei ben conosce hanno di fatto immediatamente preso posizione contro lo spirito delle parole del Papa e, dopo sette mesi, si è arrivati ad una approvazione da parte del dicastero competente. Ossia una parte dell’Episcopato italiano, che dovrebbe essere la guardia pretoriana del Papa, ha manovrato contro di lui. Per cui questa Ratio, fosse pure la migliore del mondo, non doveva essere approvata proprio per non dare l’immagine di una Chiesa in cui non si capisce bene chi comandi e, soprattutto, con che mezzi. In tal modo anche la guida della Conferenza Episcopale e la porpora di molti suoi membri non ne esce proprio benissimo, perché sono strettamente collegate alla Santa Sede. Del resto, non è forse quello che è accaduto con il giubileo dei cattolici LGBTIQ, che prima c’era, poi non c’era più e ora c’è di nuovo? Ma questo è altra storia.
In ogni caso, abbiamo tre anni davanti a noi, in cui tante cose cambieranno e anche una istituzione inerzialmente conservatrice come la Chiesa potrà emendarsi da certe influenze arrivate, proprio per questo, in ritardo al suo interno. E forse scopriremo che i candidati omosessuali al sacerdozio saranno, all’occorrenza, più onesti di altri o dei loro predecessori.
Ringraziandola della paterna condiscendenza con cui ha letto la presente e protestandomi intento solo al bene della Chiesa e in ogni caso devoto alla guida dei Sacri Pastori anche quando non ne condivido determinate cose, mi chino al bacio della sacra porpora e la saluto deferentemente.
Vito Sibilio





