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LE PAYS CATHARE/CLAIRE OBSCUR

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di Shabat Menkaura

“Vergier

In orchard under the hawthorne

She has her lover till morn,

Till the traist man cry out to warn

Them. God how swift the night,

                                         And day comes on.

O Plasmatour, that thou end not the night,

Nor take my beloved from my sight,

Nor I, nor tower-man, look on daylight,

‘Fore God, How swift the night,

                                        And day comes on.

‘Lovely thou art, to hold me close and kisst,

Now cry the birds out, in the meadow mist,

Despite the cuckold, do thou as thou list,

So swiftly goes the night

                                        And day comes on.

‘My pretty boy, make we our play again

Here in the orchard where the birds complain,

‘Till the traist watcher his song unrein,

Ah God! How swift the night

                                       And day comes on.’

‘Out of the wind that blows from her,

That dancing and gentle is and thereby pleasanter,

Have I drunk a draught, sweeter than scent of myrrh.

Ah God! How swift the night.

                                        And day comes on.’

Venust the lady, and none lovelier,

For her great beauty, many men look on her,

Out of my love will her heart not stir.

By God, how swift the night.

                                         And day comes on.”

(da Langue d’Oc di Ezra Pound)

Secondo il celebre linguista Pierre Bec, l’Occitano costituirebbe insieme al Catalano il gruppo occitano-romanzo delle lingue romanze occidentali.

È una lingua molto antica, musicale, dolce come i vini di quell’area.

L’Occitania dal 2014 ha accorpato le regioni del Midi-Pirenei e Languedoc-Roussillon, e il narbonese costituisce la zona probabilmente più antica di coltivazione della vite in Francia assieme alla greca Massalia, oggi Marsiglia.

Nella Gallia narbonese e a Narbonne in particolare, i Romani importarono la coltivazione della vite che si pratica nei terreni di pianura ma anche su terreni montuosi molto poveri, selvaggi e suoli aridi, sferzati dalla Tramontana, con un paesaggio dominato dalla garrigue, una sorta di macchia mediterranea tipica di quelle aree, soprattutto della Côte Vermeille che arriva sino al confine con la Costa Brava spagnola.

Collioure, Port Vendres, Banyuls sur Mer e Cerbère da nord a sud, ecco gli splendidi paesini costieri della Côte Vermeille.

Questi territori sono rinomati per i loro VDN (Vins doux naturels), caratterizzati dalla tecnica del mutage, cioè dall’aggiunta di alcol per bloccarne la fermentazione e lasciare così un residuo zuccherino naturale. Diverse sono le AOC che insistono sul territorio, dal Maury al Riversaltes, al Muscat de Rivesaltes e naturalmente all’eccellente Banyuls il “porto” francese.

L’Occitano è parlato o compreso in Francia da circa ventitré milioni di persone, ma lo stato francese, schiavo della sua concezione centralistica derivante dal “mito di fondazione napoleonico”, non ha mai riconosciuto o tutelato questa lingua, che pure in Italia è oggetto di attenzione e rispetto già dal 1999, anno in cui per legge si definì la tutela dell’Occitano in Italia.

Chattando con l’amica Paola Bergamo qualche giorno fa si discuteva sulla capacità dello Spirito di riaggregarsi e ritornare più forte di prima nell’anima umana anche dopo gli insulti più gravi.

Lo Spirito non è monopolio di alcuna categoria, né appartenente al mondo della religione, né a quello esoterico.

Gli artisti veri, in particolare, hanno sempre dimostrato la loro connessione con il piano sottile, malgrado i continui tentativi del potere di manipolare l’espressione artistica per trasformarla in propaganda.

Una tendenza presente sin dall’antico Egitto, ma che nei tempi moderni ha raggiunto proporzioni inusitate.

Hollywood è da sempre legata fortemente al deep state e ciò ha favorito la sua prosperità a livello globale, quale ambasciatrice informale della cultura popolare occidentale nel mondo.

A ciò si sono poi aggiunti Netflix e le altre piattaforme digitali.

Il tratto maggiormente richiesto a questo star system è stato la sua disponibilità a farsi docile megafono delle istanze culturali del potere, anche oltre l’istinto di sopravvivenza, come dimostrano i recenti suicidi commerciali della Disney in nome del wokismo.

Ad essere sinceri il biocontrollo della Famiglia e dei suoi luogotenenti della finanza sull’espressione artistica è stata quasi completo, anche nel campo della musica, per cui l’artista pop emergente è sempre quello che accetta certi parametri e certi cliché, ad esempio quello del vilipendio della religione cristiana iniziato a livello commerciale globale da Madonna, anche se già alcuni gruppi di avanguardia si erano già cimentati in questo peculiare aspetto della demolizione della società.

Ma non tutto è andato liscio per i manipolatori.

La connessione allo Spirito, kabbalisticamente, avviene attraverso la scintilla divina la sephira di Keter che consente alla conoscenza intuitiva (Chokmah) di attingere a verità universali che vengono poi elaborate da Binah e divengono conoscenza (Daat).

Non molo diversa la concezione del grande Pascal.

Come scrive Lorenzo Cortesi nel suo blog:

“Mediante la distinzione tra spirito di geometria e spirito di finezza (esprit de géométrie e esprit de finesse) Pascal ha voluto evidenziare la complessità dello spirito umano. Nei Pensieri (Pensées), opera pubblicata postuma nel 1670, Pascal ha affermato che ci sono due vie per arrivare alle cose: la via geometrica, cioè dimostrativa, che ha la sua sede nella ragione (raison) e la via intuitiva, cioè la capacità di cogliere l’essenziale, che ha la sua sede nel cuore (coeur). Le cose che più contano nella vita non si colgono con la ragione, ma con il cuore.

Il cuore è, perciò, anteriore e superiore alla ragione. Da qui l’altra nota espressione pascaliana: «Burlarsi della filosofia è fare veramente filosofia» (se moquer de la philosophie, c’est vraiment philosopher). È questa la vera filosofia, quella che si prende gioco della filosofia stessa, dei suoi procedimenti logici e astrattivi.

I procedimenti logici e razionali non solo non ci aiutano a risolvere i veri problemi esistenziali, ma addirittura ci distolgono da tale ricerca e finiscono per diventare devianti: «Avevo trascorso molto tempo nello studio delle scienze astratte, ma me n’ero disgustato per la poca comunicabilità che se ne poteva ricavare. Appena ho cominciato lo studio dell’uomo, ho visto che queste scienze astratte non sono proprie dell’uomo, e che mi sviavo più io dalla mia condizione studiandole che gli altri ignorandole» (J’avais passé longtemps dans l’étude des sciences abstraites et le peu de communication qu’on en peut avoir m’en avait dégoûté. Quand j’ai commencé l’étude de l’homme, j’ai vu que ces sciences abstraites ne sont pas propres à l’homme, et que je m’égarais plus de ma condition en y pénétrant que les autres en l’ignorant). Lo studio dell’uomo! Questo è il vero studio che l’uomo deve mettere in conto (le vrai étude qui lui est propre).

L’eterogeneità fra ragione e cuore emerge anche in questo celebre pensiero di Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce affatto» (Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point). Giocando sul doppio significato del termine raison Pascal ha reso più efficace il senso dell’aforisma: da una parte raison indica le motivazioni, dall’altra rimanda alla facoltà conoscitiva. La via per arrivare a Dio non passa attraverso la ragione – infatti Pascal considera inutili tutte le dimostrazioni sull’esistenza di Dio elaborate dai filosofi – perché solo il cuore costituisce la via di accesso a Dio.”

Ecco perché per quanti sforzi di controllo e manipolazione vengano effettuati la naturale connessione allo Spirito continua a manifestarsi negli ambiti meno controllati dal potere.

Secondo il famoso saggio di Luciano Pellicani del 1988, ciò sarebbe valido anche in economia, anche se il suo La genesi del capitalismo e le origini della modernità, fu duramente criticato da tutti i teppistelli pseudointellettuali cattocomunisti della sua epoca.

Occultata al mondo dei grandi, dei potenti e dei furbi la dimensione dei videogiochi ha rappresentato un’ambiente fertile per lo Spirito.

Come avrebbe rilevato proprio Pellicani, per produrre un videogioco di successo non servono investimenti eccessivi, per cui letteralmente ogni giorno il mercato registra nuove proposte che sfuggono ad ogni controllo.

Vi è da considerare un altro fattore.

La dimensione ludica non è affatto trascurabile rispetto a quella produttiva, riproduttiva, di consumo, come invece hanno forse pensato, tutti i vari comunisti, fascisti, capitalisti e tutti gli altri “isti.”  

Certo l’attenzione della Famiglia e dei suoi sicofanti della finanza per il gioco del calcio, quale strumento di controllo globale, è stata evidente, soprattutto durante i quasi vent’anni di presidenza della FIFA da parte dello svizzero Blatter.

Ma la dimensione ludica è molto di più del calcio e consentitemi a questo proposito di riproporre sulle pagine di questo nostro giornale un altro di quei grandi pensatori “scomodi” all’intellighenzia.

Come ha fatto Roberto Pecchioli con René Girard, io nel mio piccolo vorrei riproporre alcune idee di Johan Huizinga, morto nel 1945 prigioniero dei nazisti.

Il grande storico olandese con il suo saggio “In de schaduwen van morgen” (Nelle ombre del domani, 1935) aveva preconizzato ciò che sarebbe accaduto, in particolare l’imbarbarimento del diritto.

Memore del grande compatriota Ugo Grozio, Huizinga in questa sua opera fa sentire forte la sua condanna della decadenza spirituale della civiltà occidentale in generale e del suo diritto in particolare.

Al di fuori della ristretta cerchia degli storici del diritto, pochi sanno che l’Olanda continuò a adottare la sua peculiare forma di diritto romano, in olandese Rooms-Hollands recht, sino al 1809, quando la conquista napoleonica mise fine a tale ordinamento, proiettando i Paesi bassi nell’ambito dei sistemi codicistici di origine francese.

Ciò nonostante, le pratiche e i principi giuridici del sistema romano-olandese rimasero vigenti e sono tuttora applicati dai tribunali dei paesi che facevano parte dell’impero coloniale olandese o dei paesi influenzati dalle ex colonie olandesi: Guyana, Sudafrica (e i paesi confinanti Botswana, Lesotho, Namibia, ESwatini (ex Swaziland) e Zimbabwe), Sri Lanka, Indonesia, Suriname e l’ex territorio indonesiano di Timor Est.

Questa grande tradizione classica del diritto romano-olandese ha sicuramente fortemente influenzato il pensiero di Huizinga.

In quest’ultimo senso è comprensibile nell’opera sopra citata l’opposizione a Carl Schmitt e in particolare al suo Der Begriff des Politischen (1927), divergenza presente anche in un’altra opera di Schmitt “Amleto o Ecuba. L’irrompere del tempo nel gioco del dramma” nella traduzione italiana edita dal Mulino.

Tema centrale è la concezione di Huizinga sull’Homo Ludens contrapposto al produttore l’Homo faber, concetto antropologico che appare probabilmente per la prima volta ne L’évolution créatrice, di Henry Bergson che definisce l’intelligenza, nella sua accezione originaria, come la “facoltà di creare oggetti artificiali, in particolare strumenti per fabbricare strumenti, e di variare indefinitamente le sue creazioni”.

Tutti poi conoscono i successivi sviluppi dell’analisi del concetto di Homo faber soprattutto ad opera di Max Scheler e Hannah Arendt, i quali riporteranno tale idea al entro dell’attenzione degli studiosi.

D’altro canto, ecco come Huizinga, nella prefazione dell’Homo Ludens scritta appositamente per l’edizione italiana, si esprime sull’argomento:

“Quando noi uomini non risultammo così sensati come il secolo placido del “culto della Ragione” ci aveva creduti, si dette alla nostra specie, accanto al nome di homo sapiens, anche quello di homo faber – uomo produttore. Termine che era meno esatto del primo perché anche più di un animale è faber. Ciò che vale per fare, vale anche per giocare: parecchi animali giocano. Tuttavia, mi pare che l‘homo ludens, l’uomo che gioca, indichi una funzione almeno così essenziale come quella del fare, e che meriti un posto accanto all’homo faber. Secondo un’idea ormai secolare, spingendo il pensiero fino alle ultime conseguenze del processo conoscitivo umano, si deve giungere a riconoscere che ogni azione umana appare un mero gioco.

Colui al quale basta tale conclusione metafisica non deve leggere questo libro. A me non sembra una ragione per trascurare la categoria del gioco come fattore a sé in tutto ciò che accade nel mondo. Da molto tempo sono sempre più saldamente convinto che la civiltà umana sorge e si sviluppa nel gioco, come gioco …

Infatti per me non si trattava di domandare quale posto occupi il gioco fra i restanti fenomeni culturali, ma in qual misura la cultura stessa abbia carattere di gioco. Per me si trattava e si tratta anche in questo studio più ampio d’integrare per così dire il concetto di “gioco” in quello di “cultura”. Il gioco è considerato qui come fenomeno culturale, e non (o almeno non in primo luogo) come funzione biologica, ed è trattato coi mezzi della sociologia. Si vedrà come io mi astenga quanto è possibile dall’interpretazione psicologica del gioco, per importante che sia, e come io faccia un uso solo molto ristretto delle idee e delle spiegazioni dell’etnologia, anche là dove ho da riferire fatti etnologici. Il termine “magico”, per esempio, si riscontrerà rare volte, quello di mana e simili, mai. Se io riassumessi in alcune tesi la mia argomentazione, una di esse sarebbe questa, che l’etnologia e le scienze ad essa affini fanno troppo poco posto al concetto di gioco. A me almeno non è bastata la generale terminologia in uso per il gioco. Continuamente avevo bisogno di un aggettivo di “gioco” che esprimesse in modo semplice “ciò che è attinente al gioco o al giocare”. “Giocoso” non poteva servire, ha una sfumatura di significato troppo particolare. Mi si permetta perciò d’introdurre la parola “ludico”. Benché sia sconosciuta la supposta base latina, anche in francese s’incontra la parola “ludique” in saggi di psicologia. Mentre cedo la mia opera al pubblico, mi sorge il timore che molti, nonostante tutto il lavoro che la sostanzia, la stimeranno un’improvvisazione insufficientemente documentata. È ormai destino di chi vuol trattare problemi culturali di doversi arrischiare su diversi terreni che non conosce a fondo. Supplire prima a tutte le mancanze del mio sapere era escluso per me, e me la sono sbrigata rispondendo di ogni dettaglio per mezzo di un rimando. Per me si trattava di scrivere o non scrivere. E di una cosa che mi stava molto a cuore. Perciò ho scritto. (Leida, giugno 1938)”

All’interno del saggio (pagine 15-16 ed. 1973) Huizinga si occupa della figura del “trasgressore” alle regole del gioco sociale, sia a livello di essere umano che di aggregati sociali quali gli stati, offrendone una duplice lettura: il «guastafeste» e il «baro»:

Il baro inganna gli altri giocatori, dichiarando di rispettare le regole mentre in realtà le sta violando.

Il guastafeste, al contrario, rappresenta chi non fa neppure finta di rispettare le regole, ma palesemente vi si sottrae, mettendone radicalmente in discussione la legittimità.

Il guastafeste «svela la relatività e la fragilità di quel mondo-nel-gioco in cui si era provvisoriamente racchiuso con gli altri. Egli toglie al gioco l’illusione, l’inlusio (che corrisponde in realtà all’essere nel gioco), espressione pregna di significato. Perciò egli dev’essere annientato; giacché minaccia l’esistenza della “comunità giocante”»

Huizinga, in realtà, sta parlando anche di politica e le sue categorie di trasgressori potrebbero anche essere applicate oggidì alla Famiglia anglosassone con i suoi finanzieri sicofanti (i bari) da una parte e Trump ed il suo movimento (i guastafeste) dall’altra.

Ecco perché la situazione ci appare così fluida, così difficile da interpretare, perché il gioco delle relazioni internazionali stesse appare in pericolo.

Comincia ad intravedersi più chiaramente il tema di questa dissertazione, lo Spirito si esprime nel gioco, nell’umorismo, in ciò che è prettamente umano o associato al comportamento umano come sostenne proprio Henry Bergson nel suo celebre saggio Le rire: Essai sur la signification du comique (1900).

Anche il richiamo di Pascal: «Burlarsi della filosofia è fare veramente filosofia» ci fa intravedere la forza liberatoria del gioco, del motteggio, della burla.

D’altra parte, lo studio della storia delle religioni ci mostra la saggezza tradizionale nel prevedere nel pantheon la figura del Trickster, secondo la definizione di Lewis Hyde, che incarna proprio gran parte del campo ludico.

Ecco perché i padroni del logos attuale strillano così forte quando si mettono in dubbio i loro spauracchi: COVID, disastro ambientale, gender, aborto.

La nostra è una società senza Trickster

Riassumendo il nostro fil rouge ci ha portati a considerare il campo ludico quale spazio di libertà dai condizionamenti ideologici, dagli “ismi” insomma, cosa che consente la connessione allo Spirito anche in questi atroci tempi di biocontrollo politico e mediatico.

Non a caso il miracolo è avvenuto in Francia ed è coinvolta la Langue d’Oc.

Nei primi mesi di quest’anno Guillaume Broche, AD e Direttore Creativo di una piccola casa di produzione di videogiochi francese chiamata Sandfall Interactive ha immesso sul mercato chiamato Clair Obscur: Expedition 33.

Il gioco è immerso in un’atmosfera che ci trasporta in una Parigi distopica ispirata alla Belle Époque, chiamata isola di Lumière.

La trama è poetica ed emozionante al tempo stesso, a volte è struggente sino a provocare le lacrime.

Ogni anno nel mare di fronte a Lumière compare un oggetto enorme detto il “Monolito.” La causa di ciò è un evento detto “Gommage” (cancellatura) nel quale una misteriosa entità dai poteri quasi divini (la Pittrice) dipinge un numero sul Monolito, ogni anno scalando di un’unità.

All’apparire del numero tutti gli abitanti di età uguale o superiore a quella della cifra dipinta cessano di esistere.

Lumière ogni anno invia una spedizione di volontari verso le terre adiacenti, al fine di eliminare la Pittrice prima che possa ripetere il “Gommage.”

Il gioco narra le vicende della “Spedizione 33.”

Sin qui un meraviglioso gioco creato da una casa indipendente, lontana dal grande capitale e portatrice, quindi, di un messaggio spiritualmente indipendente.

Ma questo è solo l’inizio.

Guillaume Broche, proprio all’inizio del progetto (era da solo assieme ad un altro ex appartenente alla major Ubisoft) era entrato da pochissimi giorni in una chat di game creators e lì conobbe un ragazzo che si disse pronto a scrivere la musica per il gioco ed anzi inviò alcune tracce delle sue composizioni a Guillaume che ci rimase di stucco per la bellezza di quei brani.

Come riporta il sito di gaming Phoenixnest.it:

“Il compositore Lorien Testard, al suo primo grande progetto nel mondo videoludico, ha recentemente condiviso la sua esperienza in un’intervista rilasciata a Game Rant. Il risultato è un ritratto intimo e appassionato del processo creativo che ha dato vita alla soundtrack di Clair Obscur: Expedition 33, un viaggio musicale durato cinque anni, segnato da sperimentazioni, ispirazioni visive e una profonda connessione emotiva con il materiale narrativo.

Testard ha dichiarato di non essersi limitato a comporre semplici tracce musicali: ha dipinto con il suono, dando forma a un tessuto sonoro che si intreccia perfettamente con la narrazione e le meccaniche del gioco. La colonna sonora accompagna ogni passo del giocatore nel mondo di Clair Obscur, dalle fasi esplorative ai momenti più intensi dei combattimenti, passando per le scene narrative più toccanti e memorabili. Ogni brano è stato concepito per riflettere le emozioni dei personaggi, catturare l’essenza dei luoghi visitati e immergere il giocatore in un mondo coerente e suggestivo.

“Ho immaginato il mondo di Clair Obscur come un vasto universo da dipingere con la musica.”

Una delle fonti di ispirazione principali per Testard è stata la concept art del gioco. Le illustrazioni dei personaggi e dei paesaggi, realizzate da Nicholas Maxson-Francombe, concept artist del team, hanno offerto un punto di partenza ricco e stimolante per lo sviluppo musicale:

“A volte basta uno sguardo o una postura per raccontare ciò che un personaggio sta vivendo interiormente.”

Grazie a questo legame visivo-sonoro, ogni personaggio ha potuto ricevere un tema musicale personale, pensato per incarnare la sua psicologia, il suo vissuto e il suo ruolo all’interno della trama. Questa scelta si ispira ai grandi classici del genere, come i lavori di Nobuo Uematsu o Yasunori Mitsuda, dove ogni eroe era riconoscibile anche solo dalla melodia che lo accompagnava, creando un forte legame emotivo tra personaggio e musica.

Testard ha inoltre curato la colonna sonora con un approccio artigianale ma al tempo stesso ambizioso. Ha suonato personalmente la chitarra e il pianoforte, strumenti che ritiene più intimi e vicini al suo stile, e si è avvalso della voce eterea e intensa di Alice Duport-Percier, la cui interpretazione ha aggiunto profondità emotiva a molte tracce. Ma il progetto si è ampliato progressivamente: nel corso di cinque anni sono stati coinvolti oltre quaranta musicisti reali, oltre a una ricca gamma di strumenti virtuali di alta qualità.”

Alice Duport-Percier non ha solo magnificamente interpretato la colonna sonora, con la sua voce cristallina tipica di chi proviene dal mondo della musica barocca, ma anche collaborato alla stesura dei testi come quello, in Occitano, della canzone che ci introduce Lumière.

Lorien Testard questo sconosciuto, ha creato una musica classica e moderna al tempo stesso, complessa, non ha semplicemente imitato il passato.

A parte il carattere così tipicamente francese delle sue composizioni, tanto da farci immediatamente venire in mente Gabriel Fauré con le sue Mélodies, ma anche Debussy e Saint-Saëns che di Fauré fu maestro, Testard dimostra una vasta cultura musicale e gusto raffinato come l’inserimento dei due violoncelli all’interno della piccola orchestra da camera che esegue la sua musica, cosa che consente ad un violoncello di sostenere la ritmica mentre l’altro dialoga con il primo violino nella parte finale di Lumière, ovvero nelle parti soliste in Alicia.

Influenze diverse, dicevamo. La musica barocca, sicuramente ma anche reminiscenze di Brahms e Schubert e un’economia di note che ci fa pensare a Satie.

Et voilà ecco un’esperienza videoludica che coinvolge, commuove e ci fa riflettere su temi importanti.

Da un punto di vista della Kabbalah vorrei tentare di spiegare perché il biocontrollo dell’arte sia così importante.

Secondo la classificazione kabbalistica, la nefesh (anima) attraversando la fase detta ruach (spirito), si evolve poi nello stadio di neshamah, l’anima completa e matura come un fiore completamente aperto e rivolto verso la benefica Luce Divina.

La ruach è una fase di movimento e di trasformazione dell’anima che si evolve e l’arte è uno dei veicoli che possono aiutare tale accadimento perché l’arte vera ci fa rivolgere il viso verso l’alto, sommuove il cuore e stimola l’intelletto.

D’altra parte, nella lingua santa (definizione non mia, ma tratta dalla grammatica ad uso del Vaticano Institutiones in Linguam Sanctam Hebraicam di Benedetto Biancuzzi – 1608, quando i preti facevano ancora i preti e non gli attivisti) la Ruach Ha Kodesh è lo Spirito Santo.

Bloccare l’arte, riempire i palcoscenici (e anche qualche chiesa) di simboli osceni, blasfemi, o propriamente satanici, rappresenta una delle maggiori funzioni del biocontrollo in corso.

Sono trent’anni che i degenerati del mondo dello spettacolo producono opere nelle quali si pratica la continua inversione tra Bene e Male, nelle quali i personaggi tradizionalmente collegati ad un’immagine positiva sono visti come maligni e pericolosi.

In nome dell’inclusione i vampiri diventano angeli e gli angeli demoni.

Il mondo dei videogiochi è quello ove tale operazione è meno riuscita.

Migliaia di produttori indipendenti hanno impedito che ciò potesse accadere.

In moltissimi videogiochi si ritrova la spazzatura morale di questi tempi, ma in altrettanti casi le scelte nel gioco premiano soluzioni eticamente corrette, le idee sottostanti sono rivolte al raggiungimento del Sommo Bene e, soprattutto, c’è arte vera, sia graficamente che musicalmente.

Forse è giunto il momento, anche in un paese di paraculi voltagabbana come l’Italia, di combattere la guerra culturale che negli USA si svolge furiosamente da anni e che ha portato alla ribalta leaders degni di essere seguiti come JD Vance.

Non perdiamo la speranza e pretendiamo che anche in Italia si aprano spazi artistici di rilevo sempre maggiore per le cose belle e giuste, perché anche da noi ci sono artisti ed opere che andrebbero rivalutati e riproposti.

Non perdiamo la speranza, dicevo, perché Clair Obscur: Expedition 33 ancora una volta rappresenta la validità del detto: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi …

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