La corsa a parlare dei sondaggi sulle intenzioni di voto, da parte di entrambi gli schieramenti, racconta lo sprofondo del livello del confronto in Italia. Anzitutto viziato da dati che vengono venduti per “cristallini” e non lo sono. Diffondono dubbi. Con qualche certezza in più solo dell’idea di “pastette”. Come spiegare altrimenti perché gli stessi sondaggi diano risultati diversi?
In realtà ognuno dei media, rivolgendosi a società diverse, utilizza quella che fornisce risultati più favorevoli al proprio pensiero. Nessun “giochetto” sui numeri, nessuna irregolarità: ma non c’è vero “neutralismo” in chi pone le domande agli intervistati che finiscono per – e spesso tendono a – influenzare la risposta. Ricordo a tutti che domandare se “si può fumare il sigaro mentre si prega” o se “si può pregare mentre si fuma il sigaro” dice di una stessa circostanza, (qualcuno che prega e fuma nello stesso momento) ma fa dare risposte diverse. Ed anche la cadenza delle domande e la loro sequenzialità, l’utilizzo o meno, all’ inizio o alla fine della rivelazione, della cosiddetta “domanda over-all” cambia il finale. Chi fa statistica seria lo sa, e dunque diffida dal far diventare il risultato finale una specie di “verbo”.
Persino la “supermedia”, e cioè il risultato ottenuto presentando la media dei principali rilevamenti, più correttamente utilizzata da qualcuno, non è veritiera per intero. Se vi sono – ed è proprio così – alcune rilevazioni con valori assolutamente distanti – in positivo e negativo – dagli altri, quei valori inficiano la media. Tecnicamente, la media andrebbe fatta eliminando dal computo le due rilevazioni con valori molto più alti o molto più bassi. Nel caso delle rilevazioni politiche la cosa presenta in verità qualche difficoltà in più. Un motivo in più per crederci solo fino ad un certo punto.
Ma il vero messaggio drammaticamente negativo è la frequenza con la quale si pubblicano queste rilevazioni, segnalando e sottolineando ed esaltando le differenze con quelle appena prima pubblicate. Al di la dei soliti titoloni gonfiati (per i quali una perdita di uno 0,5% di un partito diventa che l’avversario li ha “asfaltati” e viceversa; e che sono solo istigazione a giudizi di pancia) il legame logico dei risultati con gli avvenimenti più recenti, con il singolo atto compiuto, con l’ultima polemica che ci è stata, diventa inevitabile. L’immagine di una politica fatta solo di episodi, da giudicare dunque non per uno sviluppo logico e coerente del suo svolgimento ma sulla popolarità o sulla coerenza del singolo atto viene coltivata con cura. Neanche ci si pone la domanda se può giudicarsi “politica” una qualsiasi iniziativa o provvedimento che solleva consensi o dissensi popolari immediati: in verità una spinta verso populismi e tentazioni di rappresentanza diretta.
Un peana dunque alla politica alla quale assistiamo. Che però contestiamo vivamente dall’alto dei nostri valori ideologici. Perché, e giustamente, noi indichiamo criticità forti: dalla disgregazione del tessuto economico-sociale, alla messa in dubbio della democrazia, alle situazioni penose della povera gente. Ed anche alle guerre, al ridursi delle libertà, al disconoscimento del diritto internazionale, al diffondersi delle dittature mascherate da nuova democrazia. E vogliamo, giustamente, che sia la politica ad affrontarle e risolverle. E poi giudichiamo, e ci appassioniamo in grandi scontri, sui risultati del consenso popolare di ieri che sono diversi da quelli di oggi.
Mi è stato ricordato – grande Nuovo Giornale Nazionale – che Gaber cantava: “Com’è bello occuparsi dei dolori di tanta, tanta gente dal momento che in fondo non ce ne frega niente.” . E’ davvero così?




