
di Nino Macrì Pellizzeri
In occasione di ciascuna delle grandi manifestazioni che inondano periodicamente le nostre città, è capitato a tutti noi certamente di ascoltare i resoconti dei mezzi di informazione che invariabilmente dicono più o meno “… secondo gli organizzatori i manifestanti erano un certo numero, secondo la polizia erano la metà;…”. Un altro esempio per introdurre l’argomento di oggi.
Nei vari talk show in cui rappresentanti delle parti politiche si confrontano ogni sera, spesso in maniera molto aspra, capita di sentire una persona che cita alcuni dati a suffragio della sua tesi e li dichiara “ufficiali”. L’avversario, invece di commentarli e spiegarli, cita dati altrettanto “ufficiali”, di tenore assolutamente opposto. Ci si aspetterebbe che il conduttore, coadiuvato dalla sua redazione, verificasse tali dati e dirimesse la questione nell’arco di pochi minuti.
Niente affatto, si continua ad azzuffarsi e, peggio, a tacciarsi di mendacio. Può darsi che in entrambi i casi che vi ho citato non esista una vera e propria bugia, ma semplicemente una diversa base di valutazione. Per esempio, nel caso delle manifestazioni la polizia faccia una “fotografia” del nucleo compatto dei manifestanti in un certo istante, non necessariamente al suo picco, mentre gli organizzatori si riferiscano alle persone che si sono via via inserite nel corteo anche se per un breve periodo.
Nell’altro caso è presumibile che entrambi i dati “ufficiali” partano da basi di valutazione differenti, ovviamente spiegate nelle due relazioni contrapposte, ma il conferenziere non si curi di spiegarle in maniera appropriata, e, per la verità, neanche in maniera sintetica. In occasione della vicenda del Covid è accaduto di peggio perché ci si è scagliate addosso le opinioni dei vari scienziati, ovviamente differenti perché la scienza non ha certezze, senza spiegarle a fondo, con la scusa che “non c’è il tempo”.
Ad esse si sono aggiunte altrettante verità di “no vax” che si basavano su “evidenze” che non avevano niente a che fare con alcuna seria base e metodologia statistica, e che non erano comunque spiegate. Talvolta infine, ed è molto peggio, si racconta una verità, scritta in modo che il lettore la interpreti in senso assolutamente contrario. Questa per me è malafede. Leggo oggi un articolo che parla dell’aumento delle testate nucleari nel mondo. L’incipit è “Sono cresciuti gli arsenali nucleari di diversi Paesi, in particolare della Cina”.
Nel mondo di oggi, in cui poche righe sono sufficienti a emettere un giudizio e passare oltre, ciò è già più che sufficiente. L’autore spiega nel seguito che la Cina è aumentata più di chiunque altro, da 350 a 410 e la Russia da 4477 a 4489. Solo in chiusura, per chi legge fino in fondo, dice che USA e Russia possiedono insieme circa il 90% delle testate nucleari attive. Risultato finale: il lettore normale e frettoloso si conferma nell’idea che Cina e Russia sono come al solito i guerrafondai.
Solo un malfidato, si mette a fare due conti fra i vari numeri forniti. Li confronta con altri in suo possesso, e arriva alla conclusione che probabilmente il numero di testate attive degli americani (non fornito) è circa 4130! La Cina quindi, che passa da 350 a 410 possiede oggi il 10% delle testate che hanno ciascuna delle due grandi potenze, USA e Russia. I Cinesi sono da questo punto di vista praticamente inermi.
Era questo il messaggio che voleva passare l’articolista (italiano)? Era buona fede? Bisogna “fidarsi” di ciò che leggiamo o sentiamo? Oggigiorno, secondo me MAI. Ovviamente neanche di me. La conclusione di tutto ciò è che la pubblica opinione si trasforma spesso in bande di tifosi che, in maniera assolutamente fideistica, tifano per la propria parte, quella in cui si identificano di più, senza alcuna informazione sensata su cui basare le proprie opinioni. Verità. La parola forse più sacra fin dalla più lontana antichità. “In verità vi dico…”.
Queste parole, in ogni religione o filosofia del mondo intero sono l’incipit di un’affermazione che, per la sua importanza e per l’autorevolezza di chi parla, non ammette contestazione, pena la squalifica perenne e senza appello di chi la pronunzia o di chi osi contraddirla senza averne una certezza assolutamente evidente. Allo stesso tempo, in tutti i tribunali del mondo, a tutti i testimoni si chiede di pronunziare la fatidica frase “Giuro di dire la verità…” con ciò stabilendo un impegno solenne e gravido di gravissime conseguenze se chi la pronunzia dica qualcosa che non sia assolutamente vero.
Non voglio, in questa sede, dilungarmi a parlare di come il concetto di verità sia stato affrontato dalle varie religioni e filosofie che si sono succedute nella storia. Qualcuno ha dato interpretazioni di “verità soggettiva” o “verità contingente”, ma il senso comune ha sempre trattato la verità come qualcosa di oggettivo, almeno per quanto la mente umana sia, in buona fede, capace di concepire. Purtroppo oggi la verità diventa molto spesso ciò che viene affermato, senza troppe spiegazioni, dal leader in cui crediamo, o dal senso comune del gruppo a cui riteniamo di appartenere.
Ciò non è dovuto a stupidità o ignoranza dilagante ma, il più delle volte, alla velocità con la quale noi affrontiamo tutto ciò che ci accade, senza alcun tempo, o voglia, di riflettere su ciò che abbiamo sentito. Guardiamo i social: un cosiddetto “influencer” (ormai è diventato un mestiere) fa un’affermazione di poche righe e il lettore si limita a darvi un’occhiata e, se crede, premere un pulsante che diventa “like”. Tanti like diventano una verità. Se guardiamo i talk show succede più o meno lo stesso: il conduttore fa una domanda, spesso su un argomento molto serio e complesso, e l’ospite ha a disposizione al massimo un paio di minuti per dare una risposta. Dopo di che, anche se non ha finito di elaborare il suo pensiero, viene drasticamente interrotto. “Sono i tempi della televisione!” è la motivazione.
Ma come si può spiegare qualcosa su un problema di finanza, politica, sanità etc. in un paio di minuti? Che senso ha? Niente da fare, è un’esigenza del nostro mondo di oggi. Proprio ieri ho assistito, in presenza, a una seduta del municipio, al sud di Roma, di cui faccio parte. All’ordine del giorno c’era un argomento molto sentito dalla popolazione locale, che assomma a più di centomila persone, una piccola città. Esso ha messo uno contro l’altro gli abitanti e provocato problemi di disobbedienza civile che la polizia municipale non riesce a controllare.
Bene: i consiglieri avevano dieci minuti per parlare ed esporre le proprie tesi; il pubblico poteva intervenire, ma solo i primi cinque che si erano iscritti, e ciascuno di essi aveva 3 (tre!) minuti per intervenire. Togliamo il tempo impiegato a dire il proprio nome etc. e quello legato a qualche interruzione, e cosa restava di quei tre minuti? Quando da problematiche in fondo abbastanza secondarie, si passa a discutere di argomenti fondamentali per il nostro Paese e spesso per il nostro mondo, la questione diventa molto, molto seria e questa “verità declamata e mai dimostrata” può creare conseguenze estremamente gravi.
Limitandomi solo a casi molto recenti vi ricordate la storia delle “armi di distruzione di massa” che indussero non molti anni fa gli anglo- americani a convincere tutto il mondo occidentale a scatenare la guerra contro l’Iraq? Inutilmente Saddam inviò il suo ministro degli esteri (cristiano) dal Papa per cercare di scongiurare la guerra. Inutilmente il Presidente francese si recò a Washington per spiegare che esse non esistevano. Niente da fare. L’opinione pubblica, non solo i governi ma gli stessi cittadini, supportava l’invasione. Fu la guerra; e l’instabilità da essa creata ha diffuso il Jihadismo come un virus in tutta l’Africa e il Medio Oriente.
Solo anni dopo scoprimmo che tali “armi” erano un’invenzione fabbricata per giustificare la guerra e, successivamente, un documentario in quattro lunghe puntate della televisione francese dimostrò che la “verità”, quella vera, era nota da ben prima della guerra. Il mondo intero non aveva voluto fare alcuna indagine preventiva. La “verità dichiarata”, senza alcuna seria verifica, ha portato morti e danni le cui conseguenze ricadono ancora sui di noi. Abbiamo fatto qualcosa per analizzare e cercare di porre rimedio a tutto ciò? Quando recentemente ho tentato di parlarne mi è stato risposto “Tempi lontani, a chi vuoi che interessino!”.
Non è vero! Bisognerebbe imparare dai propri errori e prima di prender per oro colato qualsiasi “impressione” o “informazione” bisognerebbe approfondirla, oppure, se non se ne ha il tempo o la voglia, non prendere posizione, astenersi. Non giudicare. Faccio un esempio molto, molto recente. All’inizio dell’invasione russa in Ucraina l’anno scorso, la Russia bloccò gradualmente la vendita di gas all’Europa. Per quanto riguarda i due gasdotti North Stream che passavano sotto il mare, il secondo in realtà non entrò mai in funzione per decisione tedesca qualche giorno prima dell’invasione russa del 24 febbraio. La trasmissione di gas attraverso il primo fu gradualmente ridotta fino ad interrompersi completamente. Restavano in funzione solo quelli sulla terraferma che attraversavano vari Paesi fra cui l’Ucraina stessa. Un giorno, fra la sorpresa di tutti, ad un certo punto del percorso sottomarino ci fu un’esplosione che mise fuori uso definitivamente i due North Stream.
Tutti, dico tutti, i media del mondo occidentale si scagliarono contro quel mostro di Putin che aveva bloccato l’afflusso di gas determinando una crisi economica e umanitaria senza precedenti in tutta Europa. Era un motivo in più per distruggere quel sistema di governo e “mettere la Russia in condizioni di non nuocere per i prossimi 40 anni” come affermò Biden. Quell’esplosione era diventa una chiamata a raccolta, la bandiera dietro cui radunarsi per dare addosso al nuovo zar. Io mi limitai allora semplicemente a dire “analizziamo la situazione partendo dal cui prodest, problemi di questa portata non si trattano sulla base di emozioni”. Fui trattato da fellone filo-Putin, traditore dei valori dell’occidente, e talvolta peggio: proprio io che ho ospitato in casa mia, dall’inizio di marzo 2022 una famiglia di profughi ucraini, fra cui due bambini piccolissimi che sono diventati i miei nipoti. Io che ho posto sul mio terrazzo da un anno e mezzo una bandiera italiana e una ucraina di un metro per due affiancate e visibili da tutto il quartiere.
La mia tesi era banale. Quei due gasdotti erano fermi da tempo per decisione russa (gli altri funzionavano ancora) e, se prima o poi si fosse giunti ad un accordo Europa-Russia, solo la Russia poteva aprire di nuovo i rubinetti. Dopo l’esplosione, i gasdotti (pagati per buona parte dalla Russia) erano inutilizzabili. Nessun accordo poteva metterli di nuovo in funzione per molti anni e forse mai. Che vantaggio aveva la Russia a precludersi una così importante fonte di reddito anche dopo la fine, in un modo o nell’altro, della guerra? Non bastava tenere i rubinetti chiusi? Esisteva un’altra ipotesi di segno opposto. Quasi tutti i Paesi europei, Germania in testa ma in maniera più titubante anche Francia e Italia, erano abbastanza esitanti di fronte al blocco delle importazioni di prodotti petroliferi dalla Russia temendo le ripercussioni che tale blocco avrebbe causato ai propri cittadini.
Come al solito c’erano, e ci sono ancora, falchi e colombe. C’era un solo modo perché la strategia “dura” divenisse senza ritorno: distruggere i gasdotti! Questa tesi portava automaticamente nella direzione opposta; ovviamente non c’erano prove, ma ce n’erano abbastanza come minimo per non prendere posizione in senso contrario. Passarono molti mesi, e un’inchiesta svedese portò ad una dichiarazione che esistevano indizi sufficienti per indicare il responsabile, ma non era il momento di rivelarli. Quasi non se ne parlò, ma quella dichiarazione rendeva ovvio che non fosse stata la Russia. Dopo altri mesi vengono fuori due notizie: la prima relativa ad un gruppo di persone che sbarcano da un elicottero su una nave militare americana in navigazione nelle acque vicine al gasdotto, da lì si imbarcano su un piccolo naviglio, scompaiono per un po’ e poi ripercorrono indietro lo stesso itinerario e scompaiono sull’elicottero.
Mesi dopo si comincia a parlare di uno yacht noleggiato in Polonia e che sarebbe stato utilizzato per piazzare l’esplosivo. Infine il Washington Post pubblica il 6 giugno scorso un lungo articolo in cui sostiene che “già tre mesi prima che i sabotatori bombardassero il gasdotto, l’amministrazione Biden apprese da uno stretto alleato che l’esercito ucraino aveva pianificato un attacco segreto alla rete sottomarina utilizzando una piccola squadra di sommozzatori che riferivano direttamente al comandante in capo delle forze armate ucraine… la CIA ha condiviso il rapporto con la Germania e altri Paesi europei… tale valutazione si è rafforzata solo negli ultimi mesi, quando gli investigatori delle forze dell’ordine tedesche hanno scoperto prove sul bombardamento che presentano sorprendenti somiglianze con ciò che il servizio europeo ha detto che l’Ucraina stava pianificando”.
I funzionari ucraini, che in precedenza avevano negato che il paese fosse coinvolto nell’attacco del North Stream, non hanno risposto alle richieste di commento. La Casa Bianca ha rifiutato di commentare una serie dettagliata di domande sul rapporto europeo e sul presunto complotto militare ucraino, incluso se i funzionari statunitensi abbiano cercato di fermare la missione. Anche la CIA ha rifiutato di commentare. Ovviamente Zelenski smentisce che sia stata l’Ucraina ad essere responsabile, perché nessuno avrebbe potuto farlo senza il suo consenso, e anche per la mancanza delle attrezzature molto specialistiche necessarie. E chi potrebbe aver fornito tali attrezzature? Il mistero resta, ma è ormai ipotizzabile da quale parte siano arrivati i dinamitardi. Ebbene qualcuno dei “maitres à penser” nazionali e internazionali che si sono stracciati le vesti accusando il nuovo zar ha ammesso l’errore (ormai molto probabile) assolutamente marchiano?
Qualcuno dei cittadini che hanno approvato incondizionatamente una tesi abbastanza insostenibile, ma con l’indubbio vantaggio di portare acqua al loro mulino ideologico, ha imparato la lezione? Assolutamente no. Al più ci si limita a dire che si tratta di cose del passato, che ancora non è un fatto provato e non si può perdere tempo a parlarne ancora.





