di Paolo Boccuccia
Sali; o scendi. E’ la stessa cosa
J.W. Goethe Faust – Atto I, Sc. II
La tavola di Smeraldo, elaborata in Alessandria d’Egitto nella cerchia degli ultimi pensatori ellenistici attorno alla fine del II secolo della nostra era, venne scritta in greco koinè (come ci attesta il termine “telesma”), per indicare il dinamismo della Forza, e fu tradotta in arabo probabilmente nell’ottavo secolo nell’ambito del rinascimento filosofico islamico che culminò con al-Farabi, il quale operò una sintesi di filosofia aristotelica, neoplatonica ed Islam.
Passata in Occidente attraverso il travaso culturale innescato dalle Crociate e dalla costituzione dei regni latini d’Oltremare, essa venne tradotta dall’arabo in latino attorno al 1250, quando già l’alchimia bizantina aveva messo stabilmente piede in Europa attraverso le opere di Stefano di Alessandria (VIII secolo), e così pure l’alchimia araba attraverso la Spagna islamica e la Sicilia.
Ma è fuor di dubbio che gli alchimisti bizantini ed arabi dell’alto Medio Evo conoscessero gli scritti ermetici alessandrini e soprattutto la Tavola di Smeraldo stessa.
La Tavola di Smeraldo, attribuita ad Ermete Trismegisto, si modella su quella aritmetica attribuita a Pitagora che riporta i prodotti delle nove cifre decimali per ciascuno delle altre, articolandosi su nove lemmi numerici verticali e nove lemmi aritmetici orizzontali, e quindi per colonne e linee. Ma, più che su di un tale impianto, la Tavola si conforma alle Tavole della Legge attribuite (falsamente) a Mosè, che presentano dieci Lemmi (“comandamenti”) in parte assertivi, in parte tabuici ed in parte imperativi.
All’impianto anapodittico di tipo etico-religioso del Decalogo mosaico, “Ermete Trismegisto” contrappone un impianto di tipo filosofico-scientifico imperniato sull’esame della realtà attuato attraverso il filtro della ragione e della esperienza, che porta ad una conclusione univoca sulla natura delle cose e sulle cose della natura.
Una tale enunciazione sintetica, articolata ed unitaria al contempo, la si figura incisa su di un supporto costituito da uno smeraldo, una pietra preziosa di colore verde dovuto alla presenza di cromo. Il nome di una tale gemma deriva dal greco smaragdos, da collegarsi all’iranico marakata, a sua volta riferibile al sanscrito asmakarba, ossia “generato dalla pietra”, e quindi figlio della Pietra, cioè della Grande Dea Madre.
Secondo il mito, il Graal venne intagliato dallo smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero quando l’angelo ribelle venne precipitato sulla terra; lo smeraldo, allora, simboleggerebbe il prodotto della divinità e la luce della conoscenza in quanto derivante dal Portatore di Luce (Lucifero); rappresentando, quindi al contempo, il supporto e la dottrina stessa ed il colore verde brillante di un tale supporto significante ed intimamente connesso al significato iscrittovi: ossia, il colore della vita (il verde) e la chiarezza luminosa del sapere giustamente elaborato, l’”Opera del Sole”.
La Tavola, ha tutto l’aspetto di un messaggio in bottiglia lanciato nel mare del tempo perché qualcuno in un qualche futuro lo raccolga. In un’epoca in cui veniva sempre più incrementandosi il dualismo metafisico e religioso, attraverso la contrapposizione tra materia e spirito, male e bene, corpo ed anima, la Tavola, invece, afferma con sicurezza “questo è vero, senza menzogna, certo e verissimo”, il concetto preciso che la Natura, l’Essere, la Realtà non è determinata da nient’altro che da essa medesima, si genera da se stessa ed è interamente se stessa in ogni suo stato, istante e manifestazione: eventi che si evolvono attraverso la Natura, l’Essere, la Realtà stessa in ogni suo aspetto, e non già una mera allegoria come la medievale Ruota di Fortuna.
Messaggio desunto da un remoto passato e lanciato ad un incognito futuro, prelevato dalla sapienza degli antichi e destinato ai posteri, la dottrina della Tavola di Smeraldo ci lascia comunque interdetti per l’estrema modernità delle sue formulazioni. Non solo infatti ci si riferisce in essa alla Cosa Una, all’entità unificante ed universale dei presocratici, ma si afferma che tutte le cose sono nate da questa Cosa Unica per adattamento.
Il concetto espresso, è che ogni fenomeno o evento si genera dalla natura unitaria che si adatta alle condizioni dell’ambiente in cui si viene a produrre, ossia all’insieme degli altri fenomeni ed eventi tra cui si colloca: la qual cosa, rispecchia sorprendentemente il nocciolo della dottrina evoluzionistica, dato che le specie viventi si trasformano sì per selezione naturale, ma la selezione stessa viene innescata dalla necessità degli individui di adattarsi ad un ambiente in trasformazione.
E poi, il concetto che il dinamismo (il Telesma, come viene definito) “di tutto il mondo” si produca (abbia un Padre) per via dei processi di adattamento, come reazione ad una sfida ambientale o ad una condizione mutata – e che ciò avvenga in ogni campo, in fisica, in biologia, in psicologia (“tutto il mondo”) è straordinariamente moderno; tanto che pienamente accettato in biologia evoluzionistica.
In quanto poi alla psicologia, questa parte della ricerca dell’uomo sull’uomo si è invischiata in un labirinto di vie senza uscita e, per quanto la psicanalisi abbia portato ad un avanzamento delle conoscenze e della comprensione della mente umana, essa, dopo Lacan è morta come scienza, mentre già prima aveva denunciato limiti e contraddizioni insanabili.
La Tavola profetizza che dalla conoscenza delle forze e delle modalità mediante le quali “è stato creato il mondo” (e che sono delineate nella Tavola stessa) “deriveranno mirabili adattamenti”, ossia invenzioni meravigliose – come in realtà accaduto fra la fine del XVIII e quella del XX secolo, l’era della scienza e della tecnologia.
Vi è poi l’accenno alla “Forza forte, che vince ogni cosa sottile e penetra ogni cosa solida”, che si adatta meravigliosamente alla forza d’interazione nucleare ed alla radiazione cosmica, che si generano insieme nell’istante dell’inizio dell’universo; e che potrebbero essere gli aspetti di un solo fenomeno quantico comprendente protoni, forza forte e radiazione cosmica, quella energia “che penetra ogni cosa solida” ed arriva a noi da ogni lato dell’universo.
Dinnanzi ad enunciazioni di questa portata ci si può chiedere come mai uomini vissuti diciotto secoli prima di noi abbiano potuto formularle come precorrimenti di scoperte oggi recentissime e di prospettive su cui appena si inizia ora a lavorare. A parte le fantascientifiche ipotesi di informazioni fornite loro da alieni venuti da mondi più progrediti o di viaggiatori nel tempo che provenendo da ere per essi future abbiamo operato lo stesso tipo di insegnamento nei confronti di studiosi dell’epoca, non resta che ammettere la capacità dell’autore (o degli autori) della Tavola di pervenire all’elaborazione di un manifesto del genere partendo da considerazioni di base semplici ma assolutamente veritiere, come l’unità della natura ed il suo mantenersi attraverso il mutamento continuo, il dinamismo del Telesma.
Oggi si comincia a comprendere in filosofia della scienza che nessuna scoperta o nuova acquisizione può essere compiuta in alcun campo senza una chiara nozione di cosa si stia cercando: nulla può cercarsi senza avere un’idea di quel che si vuole trovare, così come nulla si trova senza sapere cosa si cerca.
I sapienti del passato che elaborarono la Tavola di Smeraldo non possedevano, certo, i mezzi d’indagine della scienza moderna, ma partendo da principi semplici quanto euristici, riuscirono a percepire e persino ad intuire con chiarezza, dove la ricerca scientifica avrebbe approdato secondo un programma razionalmente concepito.
Oppressi da un ambiente che si orientava in ben altre direzioni, essi lanciarono un messaggio alla posterità contenente i capisaldi del progetto che essi non avevano potuto sviluppare se non in via intuitiva, e che raccolto in epoca rinascimentale ha posto le basi allo sviluppo della scienza e della coscienza moderna.




