
I critici di Trump oscillano tra la disperazione e la commovente fiducia che il suo titanico sforzo di ribaltare la situazione internazionale che ha imprigionato gli Stati Uniti d’America sarà fallimentare o perlomeno fortemente ridimensionato. I critici farebbero bene a leggere il libro che Trump scrisse nel 1988 Art of the Deal e che fu presentato con Larry King e Oprah Winfrey. Un libro scritto due anni dopo l’accordo del Plaza Hotel dove l’amministrazione Reagan aveva concordato una significativa svalutazione del dollaro rispetto al franco francese, al marco tedesco, alla sterlina inglese e allo yen giapponese. Il problema americano (debito – deficit – moneta di riserva – produzione industriale) era già chiaro allora a Trump che infatti lamentava: “Siamo una nazione debitrice. Qualcosa accadrà nei prossimi anni in questo paese, perché non si può continuare a perdere 200 miliardi di dollari all’anno”. Una situazione perversa che imprigionava gli Stati Uniti d’America e che Trump già imputava alla necessaria fine del periodo rooseveltiano-keynesiano e degli accordi di Bretton Wood che invece Nixon-Kissinger nel 1971 pensarono di risolvere con la sostituzione del modello economico industriale con il programma neoliberale che fece partire l’era della finanziarizzazione dell’economia. Negli anni della globalizzazione clintoniana a Trump fu ancor più chiaro che la produzione americana diminuiva in termini relativi mentre la domanda globale di dollari aumentava più velocemente dei redditi degli Stati Uniti spingendo il dollaro ad apprezzarsi velocemente per tenere il passo con le esigenze di unica moneta di riserva del resto del mondo. La globalizzazione clintoniana convinse l’establishment dell’eccezionalismo americano incentrato sullo status egemonico del dollaro. Nell’era dell’eccezionalismo americano gli acquisti di titoli del Tesoro degli Stati Uniti (obbligazioni T-Bond) da parte delle banche centrali straniere ha consentito al governo degli Stati Uniti di gestire i deficit e di pagare un esercito sovradimensionato che manderebbe in bancarotta qualsiasi altro paese. Ed essendo il fulcro dei pagamenti internazionali, il dollaro egemonico ha consentito al presidente di esercitare l’equivalente moderno della diplomazia delle cannoniere: sanzionare a piacimento qualsiasi persona o governo. Per Trump era chiaro che questa gestione non compensava affatto la sofferenza dei produttori americani che sono stati, infatti, progressivamente scalzati dagli stranieri i cui banchieri centrali hanno sfruttato un servizio (le riserve in dollari) che l’America forniva loro gratuitamente per mantenere il dollaro sopravvalutato. Per Trump, in questo modo l’America stava minando se stessa per la gloria del potere geopolitico e l’opportunità di accumulare i profitti degli altri. Ricchezze che hanno avvantaggiato solo un ristretto gruppo di persone a Wall Street e gli agenti immobiliari. La crisi sub-prime del 2006 lo ha ampiamente confermato.
Tutti sappiamo che Trump non è una mammola ingenua ma che in gioventù il suo apprendistato lo ha forgiato proprio come immobiliarista di successo, scaltro, cinico e crudele. Le regole del gioco gli sono chiarissime, ma sa anche che per giocare le carte si deve essere dotati di credibilità, cioè si deve godere della fiducia degli altri. E’ sulla questione della fiducia o, meglio, della scarsa fiducia nel sistema americano e del dollaro, che si sono sviluppati i peggiori incubi di Trump. Si torna alla relazione debito-deficit. Trump sa bene che, quando il deficit statunitense supera una certa soglia, gli stranieri si fanno prendere dal panico. La moderna diplomazia delle cannoniere non impedirà più agli stranieri di vendere i loro asset denominati in dollari trovando un’altra valuta da accumulare. Ciò lascerebbe gli americani nel caos internazionale con un settore manifatturiero distrutto, mercati finanziari abbandonati e un governo insolvente. Trump ricorda bene che nella crisi finanziaria del sudest asiatico (1997) la Cina, che allora era ancora un paese in via di sviluppo, sorprese tutti, America inclusa, con una politica monetaria espansiva che assorbì la crisi e sostenne le economie di quei paesi (mettendo le basi per la sua futura sfera di influenza asiatica). Oggi la Cina ha una potenza economica comparabile a quella americana e una capacità industriale molto avanzata che supera le capacità europee e americane. Per questa ragione, lo scenario da incubo di Trump lo ha convinto che non si può più aspettare. È imprescindibile uno shock radicale che cambi le regole del gioco del dollaro. Trump si è dato la missione di salvare l’America.
L’obiettivo a breve termine di Trump è riequilibrare la posizione relativa del dollaro, cioè, creare le condizioni per una svalutazione relativa del dollaro che renda meno conveniente importare dall’estero, riduca il deficit e il servizio sul debito. Trump sa bene che i mercati non lo faranno mai di loro spontanea volontà. Solo le banche centrali straniere possono farlo per lui. Ma per accettare di farlo, devono prima essere spinti all’azione. Ed è qui che entrano in gioco i suoi dazi (che altrimenti sarebbero incomprensibili). Come ha scritto Yanis Varoufakis, la strategia di Trump è in due fasi. La prima, i dazi che servono a spaventare le banche centrali straniere portandole ad addolcire le loro politiche monetarie riducendo i tassi di interesse. Ciò permetterà alle importazioni americane di restare ancora fruibili a prezzi decenti. I dazi sono un’operazione tattica che serve a creare l’opportunità per negoziare. E qui scatta la seconda fase: il grande negoziato globale. Un grande negoziato strutturalmente bilaterale, che si svolge in sequenza quasi geometrica. Una gestione che Trump è convinto di poter pilotare chiedendo cose diverse a interlocutori diversi. In pratica le misure a cui gli interlocutori dovranno acconsentire non saranno tutte le stesse. Ma, secondo Trump, è l’insieme di queste misure che salverà l’America. È credibile che Trump chieda ai paesi asiatici, tradizionalmente detentori maggioritari del debito americano, di vendere quegli asset. L’obiettivo e rivalutare le monete asiatiche e svalutare relativamente il dollaro. Agli europei è credibile che, considerata la loro bassa esposizione al debito americano, Trump chiederà di scambiare le loro obbligazioni a lungo termine con quelle a lunghissimo termine o forse anche perpetue, che si permetta alla produzione tedesca di migrare in America, e che, naturalmente, acquistino molte più armi prodotte negli Stati Uniti. Come sappiamo, la Russia è esentata da questa strategia trumpiana, per l’ovvia ragione che l’economia russa non è esposta al debito americano e che lo scambio commerciale è per ora marginale. Con la Russia Trump gioca una partita più strategica, nuovo equilibrio di sicurezza e difesa, e intende mettere le basi per una futura collaborazione artica, energetica e mineraria, ma anche ridurre l’accoppiamento della Russia con la Cina. Per i paesi recalcitranti, Trump userà dazi e sanzioni di convincimento.
I critici di Trump farebbero bene a prendere sul serio questo piano d’azione che non è affatto improvvisato e che non è frutto di nessuna follia ma di un lucidissimo realismo. Un piano utilitaristico che non a caso è stato chiamato America First. Un concetto, America First, che non ha inventato Trump ma che nella storia americana è sempre esistito e in varie fasi è stato riproposto per salvare l’America.
Chiaramente Trump è anche ben cosciente che la messa in opera del suo piano, benché sia ben congegnato, incontrerà potenti resistenze interne, sia politiche sia sociali, e che a livello estero si potrebbero produrre dei contraccolpi. Per la gestione del dissenso interno agli Stati Uniti l’arma di Trump è il fattore tempo. Più veloce sarà nell’attuazione e meno capace sarà il dissenso di organizzarsi. Quindi i tempi sono strettissimi, considerando che la campagna elettorale per le elezioni di mid-term inizierà prima della fine del 2025. Per la gestione del dissenso estero, una ritrovata intesa con la Russia è essenziale. Tuttavia, non si può escludere che la Cina con il Sud globale decida di far nascere un sistema monetario parallelo, e a termine alternativo, a quello del dollaro.
In ogni caso, il 2025 sarà ricordato come un anno rivoluzionario.





