Anche altri paesi hanno una sinistra, ed è normale che sia così. Pensare che un Paese debba svilupparsi impegnando risorse per sollevare il tenore di vita delle classi meno abbienti, ricorrendo all’assistenzialismo, può essere, sebbene diventi un incentivo a non crescere, una legittima scelta politica. Anche le politiche ambientaliste, portate avanti senza furori ideologici, possono essere una legittima scelta strategica, sebbene incidano solo relativamente sui fenomeni atmosferici, ed anche poco per la salute, considerato l’aumento dell’età media di vita degli esseri umani. Il dubbio è su quanto, invece, contribuiscano alla nostra decrescita infelice, cioè quanto limitino l’uso delle risorse e delle tecnologie, limitando così il naturale percorso di progresso dei popoli. Senza ricchezza non c’è lavoro e senza lavoro non c’è possibilità né di tutelare coloro che meno fortunati non ce la fanno, e né di soddisfare i bisogni primari di tutti. Quei paesi che hanno provato a togliere la libertà d’intraprendere o sono falliti o ricorrono alla schiavitù per obbligare il popolo a lavorare, senza poter rivendicare alcuno dei sacrosanti diritti, compresi quelli di dire e pensare, ovvero di seguire le proprie inclinazioni. In Italia le difficoltà sono tante ed il nostro debito pubblico ha raggiunto livelli insostenibili, se rapportato al prodotto interno lordo. Per superare le difficoltà, delle due, l’una: ridurre il debito o incrementare il PIL. Andrebbe benissimo se si potesse una cosa e l’altra, con la consapevolezza che il debito, se non è contratto per creare situazioni di benessere sociale, o se non è un investimento per allargare l’offerta di lavoro e la produzione, è quasi sempre una viltà verso le generazioni future che se lo troveranno sul groppone. Il bisogno di porsi qualche domanda, pertanto, non è solo opportuno, ma doveroso. Opportunità e doveri, però, hanno sistemi di misura diversi nella coscienza degli uomini: in Italia sono un po’ tutti inclini alla “Canzona di Bacco” di Lorenzo de’ Medici (il Magnifico): “ … chi vuol esser lieto, sia, di doman non c’è certezza”. Se le cose vanno in un certo modo, però, la cosa più saggia sarebbe quella di darsene conto. L’osservazione più immeditata è che non sia andato bene il sistema burocratico e statalista. Non va se si comprime la libertà d’impresa, perché in questo modo s’alimenta la corruzione e si creano ritardi nella realizzazione imprenditoriale e nella partenza del sistema produttivo. Bloccare o ritardare la libertà d’impresa si trasforma in perdita di lavoro, di redditi e di ricchezza. E se questi ultimi sono compressi, come in una reazione a catena, si riducono i consumi e la domanda. E ne risente tutto il circuito finanziario e quello fiscale, fino a rischiare di bloccare l’intero ciclo virtuoso dell’economia di mercato. Non vanno le crociate contro i valori fondamentali d’una entità nazionale, quando le tradizioni ed il senso dello Stato (patriottismo, dovere e identità) diventano oggetto di reprimenda. I valori popolari non sono orpelli inutili: sono invece componenti del patrimonio d’utilità d’uno Stato, in quanto risorse impegnate nel bene comune. Non vanno le accuse di sovranismo per chi chiede di difendere i confini ed il patrimonio identitario dell’Italia (storia, cultura, arte, tradizioni). Mortificare il senso d’appartenenza è come annullare l’orgoglio d’essere un buon cittadino. L’Italia, purtroppo, ha subito la presenza d’una martellante opposizione comunista che ha progressivamente picconato tutte le certezze ed i buoni propositi del popolo. Il PCI da una parte e dall’altra la DC, intorno a cui si raccoglievano coloro che temevano che dal fascismo si passasse al comunismo, perpetuando la tragedia illiberale del Paese, hanno bloccato il Paese privandolo di iniziativa, di modernità, di percorsi verso i cambiamenti epocali e di una laica crescita culturale. La cultura gattopardesca, sostanzialmente autoritaria e mafiosa, del “tutto cambi perché niente cambi” ha mortificato la cultura, l’ingegno, le iniziative, il coraggio e l’ambizione degli individui. La sinistra non collettivista, arrivava al potere negli anni 60, sulla questione della nazionalizzazione dell’energia elettrica, non sui temi di grande rilevanza e coscienza sociale. Gli stessi sindacati erano scatole chiuse in cui prevaleva la sudditanza politica. L’Italia s’è trovata nella seconda metà degli anni 60 a passare dalla crescita del benessere, al nascere del malessere sociale, poi precipitato negli opposti estremismi e nel terrorismo sostenuto e finanziato dai regimi totalitari. Oggi si pensa che sia sbagliato che lo Stato mantenga gli asset produttivi e la gestione dei servizi del Paese. Abbiamo perso tanti anni e siamo il Paese più indebitato tra quelli più industrializzati nel mondo. Invece di lottare per crescere, l’Italia s’è ridotta a lottare per non soccombere. Non è bello avere nemici, ma è ancora più deprimente accorgersi che i nemici, i peggiori, sono tra coloro che, italiani, remano contro l’Italia. Il pregiudizio e l’odio ideologico, come il presumere d’essere gli unici legittimati a governare questo Paese, sono i metodi dei regimi autocratici, non delle democrazie pluraliste. La sinistra massimalista in Italia è stata tutto questo ed ha agito come un freno alla crescita. Perseverare, però, è diabolico, se li troviamo ancora là coi loro massimalismi, con le loro parole d’ordine, col loro catastrofismo, e vestiti di quella bieca ipocrisia che solo loro sanno indossare con assoluto cinismo e senza vergogna.
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