
I 5Stelle al Senato: gazzarra dopo il voto positivo sulla separazione delle carriere. Nella logica “piatto ricco, mi ci ficco” la gazzarra si allarga. Persino Renzi non ce la fa a stare fuori. Si grida: è quello che volevano Berlusconi e Gelli. Si agitano cartelli con l’immagine di Falcone e Borsellino.
Voce dall’aldilà. “Sono Falcone. Fatemi la cortesia di tenermi fuori dalle str…. , pardon, stupidate che dite. Non coinvolgetemi nel vostro moralismo da scrivania. Io, per questi giochi, ci sono morto. Davvero, non a chiacchiere”. Niente da fare. Prevalgono le grida da mercato ittico: ognuno decanta la bontà della propria merce.
L’accusa: il Governo vuole portare il P.M. sotto il controllo dell’esecutivo. Gli smemorati tralasciano che restano intatti gli articoli 101, 104 e 108 della Costituzione che definiscono senza se e senza ma la libertà e l’autonomia del giudice. La votata parziale modifica degli articoli 87, 102, 105, 106, 107 e 110 non cambia una virgola l’assunto pregiudiziale che garantisce alla magistratura la piena indipendenza. A proposito: qualcuno di rilegga l’articolo 101 e l’obbligo del giudice a soggiacere alla legge. Il rapporto tra poteri è chiaro ed è chiaro quale è il potere prevalente.
I mestatori, purtroppo a suo tempo anche Gustavo Zagrebelsky, incalzano: non è vero che Falcone era favorevole alla separazione delle carriere. «le frasi talvolta evocate in favore della separazione delle carriere sono in realtà estrapolazioni scorrette da un intervento del 1989».
Davvero? Manco pe’ niente.
3 ottobre 1991. Intervista con Mario Pirani. E’ scritto. Giovanni Falcone sostiene: «Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. È veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte».
Giovanni Falcone lamentava di subire da certi suoi colleghi un ostracismo e critiche per aver sostenuto la necessità di “una differenziazione strutturale nelle competenze e nella carriera” di PM e GIP.
Oggi toccano a Carlo Nordio le stesse critiche, ovviamente ben più colorite. Speriamo non per avviarlo alla stessa fine.





