Home Politica estera ISRAELE E HAMAS, A CHE PUNTO SIAMO?

ISRAELE E HAMAS, A CHE PUNTO SIAMO?

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La situazione a Gaza, come attualmente si presenta, non ha sbocchi immediati e appare come in una sorta di vicolo cieco diplomatico, umanitario e strategico.

Il conflitto, che ha raggiunto livelli drammatici, vede da una parte Israele determinato a proseguire la sua offensiva militare e dall’altra un’ampia coalizione internazionale che invoca il cessate il fuoco, puntando sulla diplomazia e il diritto internazionale.

L’obiettivo dichiarato è annientare Hamas. Israele considera Hamas un’organizzazione terroristica responsabile dell’attacco del 7 ottobre 2023, il più sanguinoso nella storia dello Stato ebraico. L’intenzione del governo Netanyahu, sostenuta da gran parte della popolazione israeliana, è distruggere l’infrastruttura militare e politica di Hamas per garantire che simili attacchi non si ripetano più.

Decine di ostaggi israeliani e stranieri sono ancora detenuti da Hamas nella Striscia di Gaza. Israele ritiene che un cessate il fuoco indebolirebbe la pressione necessaria per ottenere il loro rilascio, mentre una continuazione delle operazioni militari può spingere Hamas a negoziare.

Dal punto di vista israeliano, un’interruzione prematura del conflitto potrebbe rafforzare Hamas e minare la deterrenza di Israele nella regione.

Molti esponenti politici israeliani temono che non finire il lavoro significhi ritrovarsi a breve con una minaccia identica, se non peggiore.

Il governo israeliano, guidato da una coalizione di destra nazionalista e religiosa, è sotto fortissima pressione interna. Netanyahu è politicamente indebolito e la prosecuzione del conflitto può anche rappresentare per lui uno strumento per restare al potere, spostando l’attenzione dall’inchiesta per corruzione che lo riguarda e dalle proteste interne.

LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE CHIEDE UN CESSATE IL FUOCO

Le condizioni nella Striscia sono ormai insostenibili, migliaia di civili uccisi, mancanza di acqua potabile, cibo, assistenza sanitaria, rifugi sicuri. I firmatari della dichiarazione, tra cui 25 ministri degli Esteri, definiscono “orribile” e “inaccettabile” che oltre 800 palestinesi siano stati uccisi mentre cercavano aiuti umanitari.

La comunità internazionale denuncia gravi violazioni del diritto umanitario da parte di Israele, per attacchi indiscriminati, distruzione di infrastrutture civili, eccessiva forza militare in aree densamente popolate. Anche il piano di trasferimento della popolazione verso “città umanitarie” è considerato un trasferimento forzato vietato dal diritto internazionale.

L’escalation a Gaza rischia di trascinare l’intera regione nel conflitto. Hezbollah al nord, le milizie sciite in Iraq e Yemen, l’Iran come attore di sfondo: ogni giorno in più di guerra aumenta il rischio di un conflitto su scala più ampia.

Per molti Paesi occidentali, la situazione a Gaza mina la loro stessa credibilità democratica. Continuare a fornire sostegno a Israele senza chiedere contropartite umanitarie risulta politicamente impopolare e moralmente compromettente. Inoltre, il conflitto aumenta l’isolamento internazionale di Israele.

COSA SERVIREBBE PER UN ACCORDO DI TREGUA

Occorre un accordo che interrompa le ostilità in modo duraturo, sotto la supervisione di attori internazionali (ONU, Egitto,Qatar, Stati Uniti), con meccanismi chiari di monitoraggio e rispetto.

Un elemento cruciale sarà un accordo simultaneo per il rilascio degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas e dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, magari scaglionato e legato a fasi della tregua.

Gli aiuti umanitari devono fluire senza ostacoli, tramite canali gestiti da ONU e ONG, con garanzie di sicurezza per il personale e la popolazione civile.

Per avviare un processo negoziale credibile, Israele dovrebbe bloccare l’espansione degli insediamenti nei Territori occupati e reprimere con fermezza le azioni violente dei coloni.

La comunità internazionale deve rilanciare con forza l’unica prospettiva di lungo termine riconosciuta a livello globale, come la creazione di uno Stato palestinese indipendente, accanto a Israele, con confini sicuri e riconosciuti, e con Gerusalemme come capitale condivisa o città con status speciale.

UN VICOLI CIECO DA SFONDARE

Così come si presenta ora, il conflitto non offre né soluzioni militari realistiche né uscite diplomatiche concrete. Israele persegue una vittoria totale che difficilmente potrà ottenere senza devastare ulteriormente Gaza e isolarsi sul piano internazionale.

Dall’altro lato, Hamas non sembra intenzionato a cedere, utilizzando la tragedia umanitaria come leva per rafforzare la propria narrazione di resistenza. Per uscire da questa impasse servono coraggio politico, pressione multilaterale coordinata, e una visione a lungo termine.

Senza questi elementi, il conflitto rischia di incancrenirsi, generando solo nuovi cicli di violenza e disperazione.

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  • Redazione

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